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LUPI AVVELENATI NEL PARCO: LA PROCURA ACQUISISCE LA MAPPA DEI FITOFARMACI

Lupi avvelenati nel Parco, la procura stringe il cerchio: acquisita la mappa dei fitofarmaci

SULMONA – L’inchiesta sulla morte di almeno 23 lupi appenninici nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise entra in una fase cruciale. Sul tavolo della Procura della Repubblica di Sulmona è arrivata infatti una dettagliata mappa dei fitofarmaci utilizzati nelle aree agricole comprese tra Alfedena, Villetta Barrea, Pescasseroli e la fascia di confine con la Marsica, un elemento che potrebbe consentire agli investigatori di restringere il campo dei sospetti e individuare i responsabili di una delle più gravi stragi di fauna selvatica degli ultimi anni.

Le indagini, coordinate dalla magistratura peligna, puntano a fare piena luce sull’avvelenamento che ha provocato la morte non solo di decine di lupi ma anche di numerose volpi e poiane. Gli investigatori seguono una pista precisa che conduce al mondo agricolo e alla gestione del territorio, con particolare attenzione ai meccanismi che regolano l’accesso ai fondi comunitari destinati ad agricoltura e pastorizia.

Proprio questa mattina sono iniziate le prime escussioni testimoniali. Negli uffici della Procura è stato ascoltato per oltre due ore e mezza Dino Rossi, presidente del Cospa. Rossi ha fornito agli inquirenti una sorta di “decalogo” sui fitofarmaci maggiormente impiegati nelle zone interessate dall’inchiesta, indicando le tipologie di sostanze utilizzate, le colture sulle quali vengono impiegate e i soggetti che normalmente ne fanno uso. Un contributo ritenuto particolarmente importante dagli investigatori, che nei prossimi giorni ascolteranno anche rappresentanti di altre associazioni di categoria.

Il vero punto di svolta dell’indagine resta però l’identificazione del veleno utilizzato per confezionare le esche mortali. Gli esami effettuati dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo hanno accertato che la sostanza rinvenuta negli animali morti è sempre la stessa. Si tratta di un fitofarmaco specifico destinato all’impiego agricolo, la cui commercializzazione è rigidamente regolamentata dalla normativa vigente.

Proprio la tracciabilità del prodotto potrebbe rivelarsi decisiva. L’acquisto di tali sostanze è infatti consentito esclusivamente a soggetti autorizzati e iscritti in appositi registri regionali. Ogni vendita deve essere registrata e associata a un acquirente identificabile, circostanza che consente agli investigatori di seguire un percorso documentale preciso per risalire ai possibili utilizzatori.

Parallelamente proseguono gli accertamenti scientifici. Particolare attenzione è concentrata su un’esca recuperata integra dagli investigatori. Gli specialisti stanno cercando di estrarre eventuali tracce biologiche attraverso l’analisi del DNA, nella speranza di individuare elementi utili per identificare chi abbia materialmente preparato e posizionato il boccone avvelenato. L’incrocio tra dati genetici, analisi chimiche e registri di vendita dei fitofarmaci potrebbe fornire agli inquirenti un quadro probatorio particolarmente solido.

Sul fronte del movente, la Procura non esclude che dietro la strage vi siano ragioni più complesse rispetto alla semplice difesa del bestiame dalle predazioni. Al centro delle verifiche c’è la gestione di circa 20 mila ettari di terreni presi in affitto dall’Ente Parco, una scelta che avrebbe escluso alcuni operatori locali dalla possibilità di accedere ai contributi europei legati al pascolo. Un contesto di tensioni economiche e interessi contrapposti che gli investigatori stanno approfondendo per comprendere se possa aver rappresentato il terreno sul quale è maturata la decisione di disseminare esche avvelenate nel cuore del Parco.

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