GABRIELLA IZZI BENEDETTI: 80 ANNI DI REPUBBLICA, MA IL CAMMINO PER LA PARITA’ DEI DIRITTI FEMMINILI E’ CONCLUSO?
L’AQUILA – Il difficile cammino per la paritĆ dei diritti femminili ĆØ concluso? Il voto consentito alle donne, 80 anni fa, ha segnato una demarcazione storica; una tappa basilare di recupero della dignitĆ e inclusione sociale, nel lungo e faticoso cammino femminile verso lāacquisizione dei diritti, negati per secoli, per non dire millenni. Il passo successivo si ĆØ verificato con lāinserimento dei ventuno elementi femminili nella rosa dei costituenti la Carta Costituzionale italiana. Il loro apporto, nellāintrodurre norme di sensibilizzazione sociale, attenzione verso temi quali lāistruzione, lāambiente, la tutela delle minoranze e dei diritti femminili, ĆØ stato un salto di qualitĆ , poichĆ© la loro presenza ha mitigato rigidezze riguardo alle tematiche suddette e non solo. Caldeggiata agli inizi del secolo XX, anche dalla regina Elena di Savoia, la formalizzazione per il voto alle donne, fra contrasti concettuali e situazioni politiche, non produsse risposte concrete.
Eppure giĆ dal 1848 la statunitense Elizabeth Cady Stanton assieme a 300 donne aveva formulato una dichiarazione sui diritti allāeguaglianza, avendo il Creatore dotato i due sessi di diritti uguali e irrinunciabili. Ne era derivato il movimento delle suffragette che coinvolse varie nazioni e, trasversalmente, ogni categoria femminile; oltre al voto si chiedeva di esercitare lāinsegnamento nelle scuole superiori, richiesta che andò in porto nel 1874. Questa forza propositiva proviene in gran parte dallāottica avanzata illuminista, i cui concetti, pur subendo flessioni nel tempo, hanno reso lāopinione pubblica più sensibile al tema. Ma se si vuole avere minima cognizione della pesante condizione femminile nei secoli, ĆØ necessario un pur veloce profilo storico. Fin dai tempi antichi essa ĆØ collocata allāinterno di una visione maschio-centrica; posizione marginale, esclusa dalla storia, o meglio allāombra della storia, eccezioni a parte, in famiglia e in ogni tipo di relazione, politica, economica, sociale.
Secondo Friedrich Engels in tempi preistorici il rovesciamento del matriarcato segnò la sconfitta del sesso femminile che fu umiliato, asservito, reso schiavo delle voglie maschili, strumento per produrre figli. Ippocrate, il più grande medico dellāantichitĆ e forse di tutti i tempi, formulò il concetto della incompletezza e instabilitĆ femminile, interferente con le sue capacitĆ intellettuali. Poche eccezioni: nella societĆ cretese, tra il 1700 e lā800 a. C. le donne partecipavano alla vita pubblica. Presso Etruschi e Romani non cāera il concetto di inferioritĆ genetica o intellettuale. Seneca ne fu strenuo sostenitore.
Invece in Grecia Aristotele influenzò lāottica sociale attribuendo alla donna il concetto biologico di natura passiva che riproduce, non produce; mentre il maschio, di natura più nobile e divina, possiede lāessenza e la forma. Questa discriminazione ha fatto scuola e ancora oggi ci sono formule condizionanti il nostro linguaggio come sesso forte / sesso debole; principio attivo maschile / principio passivo femminile. Anche in Persia e molte altre societĆ si ripete lo schema. Gioca in questo una sorta di paura verso le capacitĆ riproduttrici della donna, che incarna un potere precluso allāuomo. Spesso ĆØ vista come figura ambigua, sacra, ma anche demoniaca. Ha influito la scarsa conoscenza dellāanatomia femminile; quella maschile era poco nota, essendo lāautopsia dei cadaveri giudicata sacrilega, ma meno misteriosa.
Lāignoranza favorisce criteri aberranti, come attribuire ogni aspetto fisiopsicologico allāisteria, quale specifica femminile. Bisogna attendere la prima guerra mondiale per dare un colpo serio al tabù. Il cristianesimo, dimentico della lezione di Cristo, ne facilitò la āsvalutazioneā, in accordo con la tradizione aristotelica di imperfezione: se lāanima segue la costituzione del corpo, il corpo molle della donna la rende instabile, incapace di volontĆ e capacitĆ intellettive. Tra le vittime dellāintolleranza, Ipazia, straordinaria scienziata ā filosofa, parte della scuola alessandrina che godeva di libertĆ di pensiero; matematica, fisica, astronoma. Pagò soprattutto per essere donna; uccisa barbaramente nel 415.
La donna del medioevo aveva una vita gravosa, soggetta allāautoritĆ del padre, del marito, in sostanza di tutte le figure maschili; chiusa tra le mura domestiche assolveva compiti plurimi; fuori casa impiegata in attivitĆ agricole, allevamento del bestiame; cura dellāorto, degli animali da cortile. Trascorrere la vita in convento le avvantaggiava come ruolo e cultura; infatti le donne non dovevano imparare a leggere e scrivere, se non nei monasteri, poichĆ© solo la lettura a carattere sacro le era consentita, essendo incapace di discernere. In convento si entrava portando una buona dote, o si avevano ruoli subalterni. Non meraviglia la massa di giovani donne che confluirono nel movimento francescano delle clarisse, di Santa Chiara. Si allontanavano dalla pesante ingerenza maschile, avevano, vivevano una impensabile autonomia.
Le eccezioni, donne colte, poetesse, filosofe riguardano solo classi sociali molto elevate. Lo studio della mistica religiosa e altre discipline produce donne di altissimo livello culturale, come Eloisa, Hrosvita, Ildegarda de Bingen. La poetessa e scrittrice di origine veneta, Cristine de Pizan, XIV sec. potĆ© dimostrare il suo valore culturale essendo il padre medico personale del re di Francia. Rimasta vedova, giovanissima, le si accanirono contro. Il divieto di insegnamento era giustificato dallāidea chāessa fosse priva dei requisiti basilari: costanza, efficacia, autoritĆ , vivacitĆ .
Si arriva a dubitare che possegga unāanima. Fior di teologi ne dibattono, tra essi Tommaso dāAquino. Ancora nel ā500 un sacerdote in Venezia ardƬ aprire una scuola elementare per bambine, ma fu bloccato dal vescovo: āle donne non devon nĆ© legger, nĆ© scriver, nĆ© balarā; anche se giĆ intorno al XII secolo il sensibile sviluppo economico in Europa aveva assorbito le donne nel mondo lavorativo; erano state istituite le prime scuole elementari femminili. Intorno al XIV secolo incontriamo la figura della docente, o dirigente, purchĆ© sposata. Ma la palese malevolenza verso le donne veniva fuori in più occasioni; il minorita Andrea di Resensburg paragonava le aspirazioni femminili allo studio e alla imprenditoria come a un inutile volo di galline al di lĆ dello steccato.
Invece la pratica medica, non essendo allora la medicina branca universitaria fu concessa alle donne, in quanto non era permesso al maschio lāapproccio alle pudenda femminili. Abbiamo medichesse importanti, presso la famosa scuola medica Salernitana, in primis Trotula de Ruggero; in Germania la giĆ citata Ildegarda de Bingen; poco altrove. Ma questāapertura si esaurisce sul finire del XV secolo; il deprezzamento riemerge, vengono guardate con pregiudizio le donne esperte di erbe curative. Fin dallāantichitĆ spesso erano le donne a curare con medicina empirica altre donne; poichĆ© su di loro non cāerano terapie mirate. Le cosiddette sapienze femminili talvolta si ammantavano di superstizioni, e le medicatrici erano malviste.
Ma neanche la conoscenza dellāanatomia migliorò di tanto le valutazioni. La storia, però, nonostante oscurantismi, conservatorismi determinati da opportunitĆ di ottiche di potere, cammina, ed ĆØ sempre la cultura lāasse portante. Il Rinascimento non ebbe una specifica attenzione alla donna, ma mettendo al centro la dignitĆ dellāuomo inteso come essere umano, incluse anche lei permettendole visibilitĆ su più fronti. Ć da qui probabilmente che partono i primi germi di un femminismo ante litteram. In Francia nel ā600 fiorƬ lāassociazione delle Preziose, donne che arrivarono perfino a rifiutare il matrimonio che impediva loro autonomia e cultura.
In realtĆ , però, furono l'Illuminismo e la rivoluzione industriale, nel ā700, a sdoganarle. Lāindustrializzazione portò grandi masse rurali in cittĆ , modificò il modo di vivere e produrre, venendo a incidere sui ruoli tradizionali e familiari; lāIlluminismo ebbe grande attenzione verso i problemi sociali, mostrando che la tanto sbandierata inferioritĆ femminile non era altro che il risultato dei limiti ad essa imposti. Ma se le valutazioni sono mutate, se nascono i primi salotti letterari che discutono problemi culturali e politici, e le donne prendono parte a dibattiti, scrivono pamphlet, in termini giuridici poco o niente si realizza. Cāerano anche uomini di grandissimo livello, contrari: Voltaire le riteneva incapaci di scelte innovative.
Rousseau era convinto che la donna, per tipologia sessuale, era interessata solo a piacere agli uomini, procreare e allevare figli. E durante la Rivoluzione francese, nonostante che le donne invocassero l'estensione universale dei diritti di libertĆ , uguaglianza e fraternitĆ , senza preclusioni di sesso, niente venne attuato. E non sempre per volontĆ maschile. Emblematico il caso di Olympe de Gouges che nel 1791 pone i concittadini di fronte al ruolo negato alla donna nella vita pubblica. La de Gouges era una moderata e pagò per questo; furono le donne repubblicane le sue più feroci avversarie. FinƬ ghigliottinata nel 1793 con lāaccusa di essersi immischiata nelle cose della Repubblica, dimentica delle virtù che convengono al suo sesso.
Nel 1792 Mary Wollstoncraft scrive in Gran Bretagna la prima opera femminista, intitolata Rivendicazione dei diritti delle donne in cui denuncia la forte discriminazione in atto. Ma lāā800 porta le lancette dellāorologio indietro, a causa forse dei troppi problemi a carattere politico che prendono il sopravvento. LāOttocento ĆØ rivoluzionario da un lato, dallāaltro tende a collocare lāimmaginario femminile nella fattispecie materna. La si descrive come lāangelo del focolare, incatenandola, di nuovo, a un ruolo ben preciso. La donna però, ha respirato aria nuova, ha conosciuto la partecipazione sociale e non ĆØ più disposta a rinunciare; cresce il numero di quelle che cercano un ruolo attivo nella societĆ ; il Risorgimento ĆØ vissuto anche con il contributo femminile; attivissime come Cristina di Belgioioso, straordinaria patriota e scrittrice, che nel 1866 chiede il riconoscimento dei diritti, facendo anche unāamara riflessione sulla penalizzante rivalitĆ fra donne.
Ma le leggi restano quelle: non hanno il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, nĆ© vengono ammesse ai pubblici uffici. Se sposate non possono gestire il frutto del proprio lavoro. Hanno bisogno dellāautorizzazione maritale per gestire beni immobili, ipotecarli, cedere o riscuotere capitali. Le donne occupate nellāagricoltura non vengono riconosciute come lavoratrici, a meno che non siano proprietarie o affittuarie; e comunque lo stipendio percepito ĆØ meno della metĆ di quello percepito dagli uomini.
Per le donne di classe medio alta parlare di lavoro fuori casa è disonorevole. La si giudicava ancora inadatta a frequentare scuole superiori e Università . Negli ultimi decenni del XIX secolo, tuttavia, il movimento per l'emancipazione della donna, grazie in specie ad Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff, si intrecciò con quello operaio e socialista. Il fulcro del problema restava il diritto di voto; per esso si batté tra le altre Maria Montessori.
La prima guerra mondiale ā15-18 sottrae in massa braccia maschili al lavoro, lasciando vuoti che le donne riempiono nei campi e nelle fabbriche. Alla fine della guerra niente può tornare come prima. La donna ha dimostrato capacitĆ di tenuta enorme; si riapre il dibattito sul voto alle donne che il Partito popolare di Don Sturzo appoggia. I passi avanti, con il fascismo si bloccano; inizia una campagna di reintegro delle donne nella casalinghitĆ , secondo lo slogan: āla maternitĆ sta alla donna come la guerra allāuomoā. Lo si legge sui quaderni delle piccole italiane.
Nel libro Politica della famiglia il teorico del fascismo Ferdinando Loffredo scrive: āLa donna deve ritornare sotto la sudditanza assoluta dellāuomo, padre e marito; sudditanza e quindi inferioritĆ spirituale, culturale ed economicaā e perchĆ© questo avvenga si consiglia di limitare lāistruzione professionale a favore di quella domestica, che la renda cioĆØ una perfetta madre e padrona di casa. Il discorso ĆØ lungo e complesso. Si deve attendere la fine della seconda guerra mondiale. Lāottica ĆØ mutata. Nel 1945, grazie a De Gasperi e Togliatti, Umberto di Savoia approva il voto alle donne.
Nel ā59 nasce il Corpo di polizia femminile con compiti sulle donne e minori. Nel ā61 si apre per loro la carriera diplomatica e lāaccesso alla magistratura. Il periodo definito sessantottino ĆØ troppo noto per soffermarcisi; va solo detto che la donna prende coscienza, anche grazie agli stereotipi televisivi, del fatto che i diritti conquistati non lāhanno affrancata sul serio, cioĆØ ĆØ sempre vista tra frivola e casalinga. Una sorta di prigione da cui decide di uscire con la rivoluzione. E anche se, come in tutte le rivoluzioni, ci sono state forzature, esasperazioni che, col senno di poi, non sempre hanno giovato alla causa, bisogna dire che molti problemi posti sono stati dibattuti e risolti.
Nel ā70 viene concesso il divorzio. Nel ā75 riformato il diritto di famiglia, garantendo paritĆ legale dei beni e possibilitĆ della comunione dei beni; nel ā77 ĆØ legalizzato lāaborto. In seguito ĆØ abolita la legge che comprendeva lo stupro e lāincesto fra i delitti contro la morale e non contro la persona. Quindi tanto cammino ĆØ stato fatto. Oggi la donna può raggiungere posizioni sociali e lavorative alla pari con lāuomo.
Tutto bene quindi? In buona parte ⦠ma, essa continua a subire vessazioni, vittima di pregiudizi, violenze. La depressione, lāansia, i sintomi psico-somatici sono correlati alla disparitĆ fra le sue possibilitĆ e i ruoli plurimi, di cui la carica la societĆ . La violenza sessuale ĆØ allāordine del giorno, consumata, assieme ad altre violenze, il femminicidio, molto spesso tra le mura domestiche; ĆØ statisticamente accertato che lā80% delle violenze proviene dalla cerchia familiare. In questi ultimi tempi lāinvoluzione sembra progredire, specie a causa del razzismo risorgente, con conseguente lievitazione dāintolleranza e aggressivitĆ unidirezionale.
CāĆØ sempre stato il razzismo, ma fino a che viene messo a tacere da una societĆ civile che lo penalizza, lo denigra, ĆØ in parte tenuto a freno pur controvoglia, da chi ne ĆØ invaso, poichĆ© cāĆØ il pudore di proclamarlo. Succede anche che, mettendo in atto i freni inibitori, riesce perfino a operare unāevoluzione costruttiva per la comunitĆ e può capitare che ci si apra a concetti di tolleranza, e in questa ritrovata ariositĆ del vivere si ritrovi il sorriso, si allontanino odio e brutalitĆ . Se però i governi sono i primi a diffondere lāodio per il diverso, tollerare e forse anche istigare alla violenza, eventualmente adoperarla solo a fini propagandistici contro gli strati più svantaggiati, gli indifesi, si arriva alla famosa ābanalitĆ del maleā in cui ogni più turpe azione ĆØ minimizzata. Si dĆ la stura al peggio che ĆØ in noi, si allargano le maglie della morale, imbrigliati dentro un benessere o ricerca di esso che alla fine produce spesso una svendita di sĆ©.
Si ritorna al coltello, fra poco alla clava. Anche la donna, (non solo i migranti) rientra in questo clima; risorge con protervia la prepotenza maschile che si ritiene il proprietario della donna, e a un rifiuto la malmena e la uccide. Come i migranti per i quali non cāĆØ interesse perchĆ© seguano un percorso di studi in grado di collocarli in manodopera specializzata, non cāĆØ interesse a sistemarli in paesi abbandonati con un incentivo iniziale, perchĆ© producano, arricchendo invece alberghi che vengono lautamente pagati per tenerli inoperosi, vaganti, con pochi euro in tasca ( e poi ĆØ chiaro di chi saranno preda), e si crea per loro una cattedrale miliardaria nel deserto in Albania, con sapore detentivo, ĆØ chiaro che non si vuole integrarli; cosƬ la donna, in questāottica ĆØ sempre più preda da cacciare e possedere, spesso le denunce per stupro si vanificano riemergendo lāantico costume di strapazzarle e non prestar loro fede. Lāaver sostituito il ānon consensoā con il ādissensoā penalizza ancor più; si crea lāobbligo in chi ĆØ magari impedita, timida, debole, frastornata dal bere impostole, di non contrastare a sufficienza.
Un brutto segnale, una involuzione tristissima. Il fatto ĆØ che lāemancipazione in ogni senso passa per lāetica la cultura; lo ripeto da sempre, ho cercato di inculcarlo nei miei alunni; sono esse che la mettono in grado di affrontare problemi lavorativi, giuridici, tecnici. Se non si trova la forza di dare una spallata agli incolti e prevaricatori la nostra civiltĆ , in mano a gente di cui ĆØ inutile far nomi, che ignora e disprezza il diritto internazionale, e tutti zitti, prostrati quasi, ĆØ destinata a un rapido declino. Questi 80 anni di storia sono stati un traguardo, non vanifichiamolo.
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