UN ANNO DI TIRABASSI: DALLA FILIERA DELLE PROMESSE ALLA CITTÀ DELLE EMERGENZE
di Claudio Lattanzio
«Fidatevi di me». Con queste parole Luca Tirabassi si presentò ai cittadini di Sulmona durante la campagna elettorale del 2025. Non chiedeva soltanto un voto. Chiedeva un atto di fede. Nella sua persona, nella sua esperienza professionale, nella sua coalizione e soprattutto in quella filiera politica che, grazie all’allineamento tra Comune, Regione e Governo, avrebbe dovuto garantire alla città una corsia preferenziale per risolvere problemi storici e aprire una nuova stagione di sviluppo.
I cittadini gli hanno creduto. Lo hanno premiato con oltre il 60 per cento dei consensi e gli hanno consegnato un mandato forte, probabilmente il più forte degli ultimi anni.
A dodici mesi di distanza il risultato è sotto gli occhi di tutti. Sulmona non è rinata. Non è ripartita. Non è diventata più attrattiva, più moderna o più forte. Al contrario, appare una città bloccata, attraversata da emergenze irrisolte, guidata da una maggioranza lacerata e da un’amministrazione che sembra aver già esaurito la propria spinta propulsiva.
Il dato più preoccupante non è soltanto ciò che non è stato fatto. È il divario enorme tra le promesse e la realtà.
Dove sono finiti il nuovo stadio, il Pallozzi trasformato in un grande parcheggio, lo stadio della musica e tutti quei progetti presentati come il simbolo della Sulmona del futuro? Dopo un anno non esiste un solo risultato concreto che consenta di affermare che quelle idee stiano prendendo forma. Sono rimaste slogan da campagna elettorale, dissolti una volta spenti i riflettori del voto.
Ma il vero fallimento del primo anno Tirabassi è politico prima ancora che amministrativo.
L’amministrazione è stata travolta dalle proprie divisioni interne. La clamorosa rottura con l’assessore Alessandro Pantaleo non è stata una semplice divergenza politica. È stata la certificazione pubblica di una maggioranza incapace di convivere con sé stessa. Da quel momento la coalizione si è trasformata in un campo di battaglia permanente tra correnti, personalismi e regolamenti di conti.
Assessori che disertano le riunioni di giunta per bloccare decisioni sgradite. Consiglieri che agiscono in ordine sparso. Tensioni continue tra le varie anime della maggioranza. Tutto questo mentre la città affronta una delle fasi più difficili della sua storia recente.
In qualsiasi altra realtà amministrativa un anno sarebbe servito a definire una visione. A Sulmona è servito a misurare la profondità delle fratture interne.
Nel frattempo la città continua a deteriorarsi.
Le strade restano un percorso a ostacoli. L’edilizia scolastica continua a procedere con lentezza esasperante. La scuola Masciangioli e la Lola Di Stefano restano simboli di una programmazione che non riesce a trasformarsi in risultati. La Villa Comunale continua ad attendere il rilancio annunciato. I parchi gioco sono stati riconsegnati ai cittadini in versione ridotta e senza quella riqualificazione complessiva che era stata promessa.
La sensazione è che l’amministrazione abbia vissuto soprattutto di inaugurazioni e annunci, mentre le questioni strutturali restano irrisolte.
Sul fronte dei trasporti la situazione rasenta il paradosso.
Sulmona continua a definirsi città turistica, ma un visitatore che arriva in treno la domenica può tranquillamente restare bloccato alla stazione ferroviaria. Non esiste un servizio pubblico adeguato che colleghi il principale punto di accesso alla città con il centro storico. In molte fermate mancano ancora perfino le paline informative. Una situazione che sarebbe imbarazzante in qualsiasi piccolo centro, figuriamoci in una città che ambisce a essere una destinazione turistica di livello regionale.
Ancora più clamoroso è il caso del tribunale.
Per mesi i cittadini hanno ascoltato proclami e rassicurazioni. Tirabassi aveva promesso che l’epoca delle proroghe era terminata. Aveva lasciato intendere che grazie ai rapporti politici costruiti con Governo e Parlamento la questione sarebbe stata definitivamente risolta.
Un anno dopo scopriamo invece che la soluzione continua a non esserci e che, se la riforma non sarà approvata entro dicembre, Sulmona dovrà ricorrere all’ennesima proroga tecnica.
Esattamente ciò che era stato promesso di evitare.
È forse il simbolo più evidente di questo primo anno amministrativo: grandi annunci, risultati assenti.
Ma il capitolo più doloroso riguarda il lavoro.
La campagna elettorale era stata costruita sulla forza della filiera istituzionale. Comune, Regione e Governo avrebbero dovuto marciare nella stessa direzione per difendere il territorio e creare nuove opportunità.
La realtà racconta una storia completamente diversa.
La crisi Marelli rappresenta il fallimento più evidente di questa narrazione. Tirabassi ha recentemente dichiarato che le decisioni di una grande azienda passano sopra la testa di un sindaco e perfino del Presidente del Consiglio dei Ministri.
Un’affermazione sorprendente.
Perché se davvero è così, allora viene spontaneo chiedersi a cosa sia servita la tanto sbandierata filiera istituzionale. A cosa sono servite le promesse elettorali. A cosa sono servite le visite, le passerelle e gli appelli dei rappresentanti del centrodestra arrivati a Sulmona durante la campagna elettorale.
Perché non sono stati coinvolti con forza i ministri del Governo? Perché non sono stati mobilitati i parlamentari della maggioranza? Perché non è stata aperta una vertenza nazionale permanente per difendere uno dei principali poli produttivi del territorio?
Se la filiera non riesce a incidere nei momenti decisivi, allora era soltanto uno slogan elettorale.
Alla Marelli si aggiungono la vertenza del call center con 120 lavoratori licenziati le difficoltà di altre aziende del territorio e una Valle Peligna che continua a perdere occupazione, investimenti e prospettive.
Dov’è la rinascita promessa?
Anche sul Cogesa le prospettive appaiono tutt’altro che rassicuranti. L’aver perso l’affidamento in house del comune di Sulmona continua ad alimentare incertezze sul futuro della società. Parallelamente prosegue il dibattito sull’ampliamento della discarica, una questione che da anni divide il territorio e che questa amministrazione non è riuscita a chiarire in maniera definitiva. I residenti sono tornati sul piede di guerra dopo il sì del sindaco all’ampliamento.
Sul piano della sicurezza urbana il quadro non è migliore.
Il centro storico continua a essere teatro di episodi di degrado, ubriachezza molesta, risse e comportamenti che alimentano una crescente percezione di insicurezza. Residenti e commercianti chiedono risposte concrete, ma i risultati tardano ad arrivare.
Anche sul turismo il bilancio è deludente.
La verità è che Sulmona continua a vivere grazie al lavoro delle associazioni, delle manifestazioni storiche e degli operatori privati. Non si intravede una strategia organica dell’amministrazione. Non esiste un progetto di rilancio capace di collegare cultura, turismo, commercio e sviluppo economico.
Nel frattempo il centro storico continua a svuotarsi. Le attività chiudono. I giovani partono. Le famiglie perdono fiducia.
A tutto questo si aggiunge un’altra evidente contraddizione.
In campagna elettorale Tirabassi aveva sostenuto che Sulmona meritasse un sindaco a tempo pieno. Dopo un anno continua però a mantenere anche la presidenza dell’Ordine degli Avvocati.
Una scelta legittima sul piano formale ma discutibile sul piano politico e dell’opportunità istituzionale. Perché una città che attraversa una fase tanto delicata avrebbe bisogno di un sindaco totalmente concentrato sul proprio mandato e non di un avvocato ripetutamente assente per seguire le cause dei suoi clienti, e questo passi, ma anche e soprattutto per gestire i problemi quotidiani degli avvocati iscritti all’Ordine, i rapporti con la Magistratura e il personale di cancelleria e il serio, anzi serissimo, problema del comprensorio legato alla salvaguardia di tribunale, procura della repubblica e delle quote delle forze dell’ordine ora presenti.
Dopo dodici mesi il bilancio appare impietoso.
La filiera non ha prodotto i risultati promessi. Le emergenze sono rimaste tutte sul tavolo. Le divisioni interne hanno paralizzato l’azione amministrativa. Le grandi promesse elettorali si sono trasformate in grandi assenze.
E mentre la politica continua a discutere di equilibri e posizionamenti, Sulmona continua a perdere popolazione, lavoro, servizi, attrattività e peso istituzionale.
Per questo, alla luce dei risultati ottenuti, il sindaco dovrebbe compiere una riflessione seria e sincera. Non sulle responsabilità degli altri, ma sulle proprie. Perché chi ha chiesto ai cittadini di fidarsi di lui deve avere anche il coraggio di ammettere quando gli obiettivi non sono stati raggiunti.
Se dopo un anno la città è più debole di prima, se le promesse restano sulla carta e se la maggioranza continua a consumarsi nelle proprie guerre interne, allora forse il gesto più responsabile sarebbe quello di farsi da parte.
Lasciare spazio a una nuova fase, a nuove energie, a persone che abbiano davvero la volontà, la capacità e la determinazione di far rinascere Sulmona. Persone capaci di difenderne la storia, l’identità, il prestigio e il ruolo che questa città ha sempre avuto nel cuore dell’Abruzzo.
Perché Sulmona non merita di sopravvivere. Merita di tornare a vivere. E per farlo ha bisogno di amministratori che trasformino le promesse in risultati e gli slogan in futuro.




Nessun commento, strano dopo un anno di guida alla città.
Nessun comento su 3 G.
Nessun commento sull’ampliamento del COGESA a Noce MAttei.
Nessun commento sul decoro, sul turismo, sulla politica di inclusione o di lavoro, sul tribunale.
Che strano.
Tutti soddisfatti o no?
E’ forse questo il male dei Sulmontini, non commentare?
Solo una vittoria…..il degrado nella politica quello si che ha vinto…..