MERAVIGLIOSO IRASCIBILE MILES DAVIS
di Massimo Di Paolo
L’insieme della musica che ha lascito è la cronaca vera di un interminabile concerto rimasto indimenticabile. Nasceva il 26 maggio di cento anni fa uno dei più famosi musicisti di musica jazz. Miles Davis: caratterino da prendere con le molle, istrionico e irascibile, trasformista come la sua arte che ha battuto tutte le frontiere della creatività musicale,lasciando un tesoro di testimonianze e di indirizzi musicali difficili da frequentare e da conoscere. Si esibiva di tre quarti con le spalle rivolte al pubblico, si diceva che detestava i bianchi, ma era una delle leggende che lo accompagnavano. Quando suonava sembrava placato, riconciliato con il mondo e con sé stesso. Non nasceva in una famiglia disfunzionale, come molti degli artisti neri che del blues e del jazz hanno fatto strumenti di rivoluzione sociale, veniva da una famiglia benestante dell’Illinois, agiatamente inserita nella borghesia dei tempi. Musicalmente Miles aveva cambiato spesso direzione, lacerando e sconcertando i puristi. Ma per lui, tutto era musica, con la sua produzione come un fiume in piena che seguiva tracciati, anse e curve improvvise. D’altronde così è stata la sua vita e il suo percorso di maturazione personale, fatta anche di stop and go legati alle dipendenze, astinenze, disintossicazioni, ricadute, alcol, coca e un fisico che di muscolare aveva ben poco. Minuto e nervoso, con un viso da rotocalco fotografico che ha lasciato immagini meravigliose.
“Libri & Visioni”, come sempre, suggerisce due opere spettacolari per conoscerne la vastità degli orizzonti musicali lasciati. “Miles Davis in Italy”, di Antonio Pellegrini (ed. Ortica); “Natura morta con custodia”, di Geoff Dyer, uno dei più noti e talentuosi autori inglesi viventi, edito il Saggiatore.

Incarnava una versione assertiva e potente del musicista Jazz, per nulla umile e inferiore a nessuno “Io so suonare il blues magnificamente anche se mio padre era un dentista di successo”. Non era certo la figura del musicista che documentava la vita fatta di povertà, emarginazione ed oppressione dei neri. Percorse mille stili e tremila sperimentazioni nel corso della sua vita da musicista; lasciandosi alle spalle il jazz tradizionale dimostrò di essere il trombettista supremo che ancora oggi brilla con affianco Louis Armstrong e Dizzy Gillespie. Sul palco, nei festival, nei club newyorchesi, all’Indigo Bluses, era passato suonando bebop, hard bop, cool jazz, jazz rock, il cool, il classico, il R&B lo stesso funk, manipolando con semplicità e spontaneità melodia e ritmo, squassanti acuti e assoli di velluto. L’arte è figlia della personalità dell’artista che gli dà vita, così è stato per Miles Davis, con il suo eclettismo fatto di sensibilità
profonda e irosa instabilità da cui traeva la forza per interpretazioni memorabili che lo hanno reso un gigante della musica. “He LovedHim Madly”, dall’album Get Up with it, il miglior pezzo per conoscerlo. Subito dopo la nostra ‘umile’ classifica per i primi tre posti nella sua sterminata produzione: “Kind of Blue”,l’album per noi in pool position, registrato nel 1967; “Bitches Brew” del 1970; subito dopo,“Miles Davis, Tutu”, registrato nel periodo dell’ultima grande svolta iniziata nel 1986 con un nuovo percorso musicale interrotto dalla sua prematura morte a sessantacinque anni. 2000 registrazioni ufficiali, una tromba straordinaria, una marea di documenti d’archivio, vinili e riviste dedicate, per celebrare uno dei più innovatori e geniali jazzisti del ‘900.




