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«LA DEONTOLOGIA NON È UN DETTAGLIO BUROCRATICO, MA L’ESSENZA STESSA DEL NOSTRO MESTIERE»: IL FRONTE DELLA STAMPA AL CONFRONTO DI BUGNARA

di Domenico Verlingieri – Il delicato confine che separa la libertà di stampa dal diritto alla riservatezza e alla reputazione dei cittadini. È stato questo il fulcro di un’analisi profonda e a tratti sferzante, emersa durante l’incontro pubblico “Diritto di cronaca e tutela delle persone”, svoltosi al centro congressi di Bugnara. L’evento, nato per stimolare una riflessione condivisa in un’epoca in cui la velocità della rete rischia di travolgere i diritti individuali, ha visto la partecipazione di rappresentanti della magistratura, dell’avvocatura e dell’ordine professionale dei giornalisti.

I lavori sono stati aperti dai saluti introduttivi del giornalista Giovanni Ruscitti e del sindaco di Bugnara, Domenico Taglieri. Il primo cittadino ha espresso grande soddisfazione per l’ospitalità di un evento di così elevato spessore civile in una struttura d’eccellenza del territorio, accogliendo una platea di cittadini e professionisti, tra i quali si registrava in prima fila anche la presenza del sostituto procuratore della Repubblica di Sulmona, Edoardo Mariotti.

Il primo focus sul panorama dell’informazione è stato tracciato da Marina Marinucci, presidente dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo. Nel suo intervento, la presidente ha lanciato un monito sulla “profonda crisi” del settore, legata alla velocità incontrollata della comunicazione digitale: «Oggi parlare di deontologia tra noi e all’esterno è fondamentale. Diritto di cronaca e tutela della persona non sono in conflitto: difendere il primo significa difendere il diritto dei cittadini a essere informati, ma tutelare la dignità garantisce i fondamenti costituzionali dell’informazione».

Marinucci ha richiamato i tre capisaldi della professione — rispetto della verità sostanziale dei fatti, interesse pubblico e continenza espressiva — ricordando che «un giornalista è giornalista sempre, anche sui social, dove non è ammissibile usare espressioni offensive o cedere alla fretta a scapito della verifica». Ha infine sollevato il problema della permanenza indefinita delle notizie sul web, che rischia di trasformarsi in una «gogna mediatica a tempo indeterminato», invitando i colleghi a usare la massima cura con le parole e le immagini di fronte alle fragilità (minori, vittime e casi di suicidio) per evitare che il dolore diventi puro spettacolo.

Successivamente ha preso la parola il sindaco di Sulmona, Luca Tirabassi, intervenuto in qualità di presidente dell’Ordine forense di Sulmona. Tirabassi, legato affettivamente a Bugnara per origini familiari, ha voluto dedicare un commosso ricordo alla memoria del collega Nino Ruscitti, «avvocato che ha denotato una preparazione e soprattutto un’eleganza, un garbo e un’estrema intelligenza che hanno lasciato in tutti noi un bellissimo ricordo».

Entrando nel merito del dibattito, Tirabassi ha evidenziato la necessità di trovare criteri oggettivi per bilanciare il diritto di cronaca con la tutela delle persone coinvolte nei procedimenti, in particolare i soggetti vulnerabili. Ha sollevato il problema del rispetto dell’articolo 329 del codice di procedura penale sul segreto investigativo: «Se viene pubblicata una notizia coperta da segreto, siamo in presenza di un fatto illecito. E dobbiamo chiederci come sia possibile. Da presidente dell’Ordine non contrasto l’ipotesi plausibile, che si rivela fondata in molte circostanze, che possa essere l’avvocato a passare tali atti, così come in altre parti d’Italia può accadere che a parlare con i giornalisti sia qualche magistrato».

Tirabassi ha poi tracciato una netta distinzione tra le fase e la natura delle udienze: se il dibattimento penale è pubblico e rappresenta un «sacrosanto diritto e dovere del cittadino e della stampa di controllare cosa accade nelle aule in nome del popolo italiano», le udienze preliminari (camerali) e le cause civili (come separazioni o affidamento di minori) sono private. Su questo punto ha denunciato le storture dei “processi televisivi” e dei social, definiti «un vomitatore dove la gente pensa di poter dire ciò che vuole», raccontando due episodi emblematici della propria esperienza professionale: le pressioni subite da una giornalista televisiva durante le indagini su un femminicidio per ottenere dettagli sensibili a scapito del dolore dei familiari, e il caso di una testimone avvicinata da una troupe nazionale che le chiedeva, senza alcun fondamento, se fosse indagata.

Tirabassi ha concluso auspicando una netta separazione tra i fatti e le opinioni dei cronisti: «Un conto è dire che è accaduto un fatto, altro è quando le opinioni del giornalista si sovrappongono al fatto stesso, creando un meccanismo di disinformazione. Inoltre, rimane il grande problema delle persone che finiscono sui giornali con grande risalto e che poi vengono assolte, ma la cui notizia resta per sempre in rete».

L’analisi del rapporto tra giustizia e stampa è stata ulteriormente approfondita dall’articolato intervento del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sulmona, Luciano D’Angelo. Il magistrato ha esordito sottolineando l’importanza di operare in una realtà locale: «Essere parte di una collettività, essere inserito in un piccolo ambiente, determina le differenze in tutto, compreso nel lavoro dei giornalisti», ricordando come fin dall’inizio del suo mandato abbia sempre ricercato un dialogo trasparente e quotidiano con la stampa locale.

D’Angelo ha voluto ridefinire i concetti cardine del dibattito, partendo dalla genesi del diritto alla privacy — inteso storicamente come «il diritto di essere lasciati soli» — e rimarcando che il punto di equilibrio con la cronaca non deve mai tradursi nell’annullamento delle garanzie del cittadino. Rivolgendosi alla platea dei professionisti dell’informazione, il procuratore ha evidenziato una tendenza critica: «Ho avuto modo di notare una certa autonomia informativa che, a mio parere, è un modo di maladoperare quel diritto costituzionale, perché non risponde a un reale interesse pubblico. Se per affermare che il diritto di cronaca è stato correttamente esercitato dobbiamo ricevere una querela, vuol dire che c’è un momento di sofferenza nel lavoro di tutti. In quarant’anni di carriera non ho mai querelato un giornalista, perché ho sempre rispettato questo diritto».

Il procuratore ha poi chiarito un concetto giuridico fondamentale legato alla tempestività del racconto giornalistico: «La stessa legislazione, quando parla di modalità di esercizio della professione, non usa il termine “verità” della notizia, ma usa il termine “verificare” la notizia. Significa che la notizia vista e controllata in quel momento è “sempre vera”, ma il diritto di cronaca non ricomprende l’invenzione dei fatti né il lavoro del romanziere».

A titolo di esempio, il magistrato ha ironizzato su alcuni articoli relativi al fenomeno dell’uccisione seriale di lupi nella Valle Peligna e nella Marsica, nei quali ha letto dettagli su attività d’indagine attribuite al suo ufficio di cui lui stesso non era ancora a conoscenza.

Un passaggio nodale dell’intervento di D’Angelo ha riguardato il criterio di pubblicazione dei nomi propri nelle vicende giudiziarie o personali, evidenziando una forte asimmetria etica: «Qual è il criterio che orienta voi giornalisti a rivelare il nome? Se in una causa civile per la regolamentazione della potestà genitoriale si scrive che è stato nominato un curatore speciale, questo è diritto di cronaca. Ma scrivere che quel curatore si chiama Luciano D’Angelo e vive a Sulmona non è più cronaca, è pettegolezzo. Al contrario, mi è capitato di leggere di un professore di scuola indagato per molestie ai bambini in cui il nome veniva omesso; eppure in quel caso, come cittadino e genitore, avrei il reale interesse pubblico di sapere se si tratta dell’insegnante di mio figlio».

Il procuratore ha infine denunciato gli effetti deleteri della «bulimia informativa», intesa come l’impulso incontrollato di acquisire e propagare dati in modo indifferenziato senza curarsi delle conseguenze umane, citando il caso drammatico di una madre che ha appreso della morte del proprio figlio non dalle istituzioni, ma dalla pressione asfissiante dei media. Ha inoltre ricordato come la pubblicazione enfatica di un invito a comparire nei confronti di rappresentanti istituzionali avesse generato una condanna mediatica immediata, nonostante a distanza di due anni non sia stato ancora deciso se procedere a giudizio.

Per ovviare a queste storture e arginare la disintermediazione selvaggia dell’era digitale — dove la figura del direttore responsabile è spesso assente o svuotata, e chiunque può trasformarsi in “direttore-informatore” tramite una diretta Facebook — D’Angelo ha ricordato di aver introdotto da tempo un protocollo in Procura per l’accesso legittimo dei giornalisti ai comunicati e agli atti d’indagine ostensibili (come l’esecuzione di misure cautelari): «L’ho fatto per aiutare i giornalisti, affinché possano attingere alle fonti legittimamente senza essere costretti a fare telefonate sottobanco o a chiedere favori». In conclusione, citando l’opera teatrale Lo Stato contro Nolan, il Procuratore ha invitato a riflettere su come il giornalismo non debba mai farsi strumento per fomentare la paura o per ricollegare forzatamente i trascorsi personali di un individuo (come lo status di ex detenuto) a un fatto violento, laddove ciò non sia strettamente necessario alla comprensione dell’accaduto. «Se non troviamo noi, tra magistratura, avvocatura e giornalismo, questo punto di equilibrio definitivo, ci penserà il legislatore, introducendo forme sempre più stringenti di condizionamento».

Dopo il fulcro centrale dei lavori presieduto da Matteo Servilio, presidente del Centro studi e ricerche “Nino Ruscitti”, il quale ha espresso profonda gratitudine ai relatori rimarcando la missione dell’associazione nell’offrire spazi costruttivi di crescita e partecipazione sul territorio, il dibattito si è arricchito con le testimonianze dirette dei giornalisti operanti sul campo.

L’intervento di Claudio Lattanzio, direttore responsabile di ReteAbruzzo, ha posto l’accento sulla necessità di un profondo esame di coscienza e di un’onestà intellettuale condivisa. «Nessuno qui vuole fare il difensore d’ufficio di qualcuno», ha esordito il direttore, affrontando con fermezza il tema della responsabilità professionale di fronte alla sofferenza umana, ai minori e a tragedie come il suicidio di un ragazzo. Lattanzio ha scandito con forza che «la deontologia non è un dettaglio burocratico del nostro mestiere, ma ne rappresenta l’essenza più profonda, la stella polare che dovrebbe guidare ogni scelta, ogni titolo, ogni parola pubblicata».

Il direttore ha tuttavia messo in guardia da una deriva “giustizialista” contro i cronisti che commettono passi falsi, distinguendo nettamente il semplice errore dalla malafede: «Chi fa questo lavoro sa bene quanto sia facile commettere un errore a causa della velocità dell’informazione, della pressione delle agenzie e della necessità di tutelare le proprie fonti». Riferendosi poi a un recente e doloroso caso di cronaca locale che ha visto un giovane collega finire sotto accusa, Lattanzio ha sottolineato come il giornalista abbia compreso il peso dell’accaduto e pagato un prezzo professionale e umano altissimo, ammonendo che «trasformare l’errore in una condanna perpetua rischia di ritorcersi contro l’intera categoria».

A tal proposito, Lattanzio ha denunciato una grave disattenzione istituzionale avvenuta proprio nel tribunale locale: «Qualche giorno fa, sul ruolo delle udienze affisso sulla porta dell’aula 1 del Tribunale di Sulmona, erano riportati testualmente i nomi e i dati personali di parti civili vittime di reati di genere, mentre paradossalmente non comparivano i nomi degli imputati». Pur definendolo un errore materiale privo di dolo, il direttore ha evidenziato come ciò dimostri che la disattenzione sul fronte della privacy possa colpire chiunque. Ha infine concluso richiamando l’attenzione sulle tutele per i giornalisti precari e sottopagati, spesso bersaglio di querele temerarie e minacce a scopo intimidatorio, portando la propria personale esperienza di destinatario di gravi atti intimidatori rimasti impuniti, e rivendicando la necessità di difendere chi fa informazione in solitudine e senza tutele.

Subito dopo ha preso la parola Giuseppe Fuggetta, giornalista di ReteAbruzzo, che ha spostato l’attenzione sul fenomeno dei cosiddetti “processi televisivi” e sui risvolti della cronaca giudiziaria nei talk show nazionali. Fuggetta ha espresso un forte sconcerto per le modalità con cui vengono trattati i casi giudiziari all’interno dei salotti televisivi, dove la complessità delle aule di giustizia e le garanzie degli individui vengono frequentemente sacrificate a vantaggio dell’audience e della spettacolarizzazione. Il giornalista ha rimarcato come in queste trasmissioni partecipino in modo trasversale non solo cronisti, ma anche avvocati, periti, ex magistrati e persino magistrati in attività, creando un cortocircuito informativo in cui il confine tra l’accertamento dei fatti e l’intrattenimento si dissolve pericolosamente. Fuggetta ha infine criticato aspramente i meccanismi della rete e delle “esclusive” a tutti i costi, che finiscono per alimentare dinamiche da pubblica piazza e gogna mediatica, allontanando il pubblico dalla comprensione reale e corretta delle vicende giudiziarie.

L’incontro, che ha permesso di acquisire crediti formativi a giornalisti e avvocati, si è concluso con un vivace dibattito. Al termine dei lavori, i presenti hanno potuto trattenersi per un momento di convivialità grazie al buffet curato nei minimi dettagli dalle professioniste del bar Carosello, nelle persone di Veronica e Nazzarena, suggellando una giornata di altissimo profilo civile e culturale per l’intera comunità peligna.

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