PAPA LEONE XIV. ENCICLICA MAGNIFICA HUMANITAS: L’ALGORITMO E LE COSE NUOVE
di Sebastiano Catte*
ROMA – LunedƬ 25 maggio, nellāAula nuova del Sinodo, Leone XIV presenterĆ la
prima Enciclica papale dedicata alla sfida dell'intelligenza artificiale.
Accanto a lui anche un cofondatore di Anthropic. Una data, una firma,
un nome: tre coordinate per capire dove stiamo andando.
Roma, 19 maggio 2026 – Un comunicato di poche righe proveniente dalla Sala stampa della Santa Sede ha annunciato ieri che la prima enciclica di Leone XIV si chiamerĆ Magnifica Humanitas e che verrĆ presentata lunedƬ 25 maggio, alle undici e trenta, nellāAula nuova del Sinodo. Il Papa ha firmato il documento il 15 maggio: 135 anni esatti dopo che un altro Leone, il tredicesimo, aveva
apposto la sua firma alla Rerum Novarum. La coincidenza ĆØ troppo precisa per essere casuale.
Anzi, non ĆØ una coincidenza affatto: ĆØ una citazione. Il sottotitolo dellāenciclica, Sulla custodia della
persona umana nel tempo dellāintelligenza artificiale, dichiara con sobrietĆ il perimetro del testo.
Ma ĆØ il parterre dei relatori, il giorno della presentazione, a rivelare di quale tipo di documento si
tratti. Con i cardinali VĆctor Manuel FernĆ”ndez e Michael Czerny – prefetti della Dottrina della
Fede e dello Sviluppo Umano Integrale – siederanno Anna Rowlands, teologa politica della
Durham University; Leocadie Lushombo, teologa congolese alla Jesuit School of Theology di
Santa Clara; e Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, responsabile della ricerca
sullāinterpretabilitĆ dei modelli di intelligenza artificiale. Concluderanno il cardinale segretario di
Stato Pietro Parolin e lo stesso Leone XIV, che terrĆ personalmente lāintervento finale: una
presenza che, nelle abituali coreografie curiali della presentazione di unāenciclica, ĆØ infrequente al
punto da diventare, di per sƩ, un messaggio.
CāĆØ un dettaglio che vale la pena fissare. Olah non rappresenta uno qualsiasi degli Ā«architetti
dellāintelligenza artificialeĀ» – espressione che il Time ha usato di recente per i fondatori delle
aziende del settore. Rappresenta lāunica big tech americana che, lo scorso febbraio, ha rifiutato al
Pentagono un accesso senza vincoli ai propri modelli, finendo per essere designata
dallāamministrazione Trump come Ā«rischio per la catena di approvvigionamentoĀ»: etichetta
storicamente riservata ad avversari stranieri. Il Vaticano, lunedì, lo farà sedere accanto al Papa.
Non per sfidare Washington – Leone XIV ĆØ troppo disciplinato per farlo – ma per indicare, con un
solo gesto visibile, che nella Silicon Valley esistono interlocutori disposti a dialogare e costruire un
percorso comune con la Chiesa.
Quello che fu la Rerum Novarum
Per capire bene il contesto occorre tornare indietro di 135 anni, al 15 maggio 1891. Quel giorno
Leone XIII firmò un testo che si apriva con due parole – Rerum Novarum, Ā«delle cose nuoveĀ» – e
che cambiò la collocazione storica della Chiesa cattolica. LāEuropa industriale era una distesa di
periferie operaie, di turni di dodici ore, di bambini nelle fabbriche, di salari da fame. Da una parte il
capitale, dallāaltra il socialismo che predicava la rivoluzione. In mezzo, una Chiesa che fino a quel
momento aveva parlato soprattutto di anime e di principi, e che con la Rerum Novarum – quasi per
la prima volta – accettò di parlare anche di salari, di orari, di proprietĆ , di associazioni sindacali.
Riconobbe la dignità del lavoro, condannò la concentrazione della ricchezza, sostenne il diritto
degli operai a unirsi. Fondò ciò che chiamiamo «dottrina sociale». Non fu un manifesto
rivoluzionario: fu il rifiuto, da parte del cattolicesimo, di lasciare alla sola modernitĆ il monopolio
della parola sulle cose nuove.
Ć questa la mossa che Robert Francis Prevost sta replicando – non per imitazione, ma per
omologia di situazione. Anche oggi le cose nuove sono cose grandi: la potenza di calcolo si
concentra in pochissime aziende, il lavoro intellettuale rischia di essere ridisegnato dallāesterno, i
bambini crescono con interlocutori statistici che parlano con voce umana. La domanda ĆØ la stessa
di un secolo e trentacinque anni fa, soltanto rivolta a un altro materiale: chi appartiene a chi? La
tecnologia allāuomo, o lāuomo alla tecnologia?
Che la prima enciclica di Leone XIV sarebbe stata su questi temi, il Papa stesso, in modo quasi
didascalico, lo aveva lasciato intendere fin dai giorni dellāelezione. Subito dopo la sua scelta del
nome – un Leone che dichiarava, senza ambiguitĆ , la genealogia – aveva spiegato che la Chiesa
doveva offrire Ā«la sua dottrina sociale in risposta agli sviluppi nel campo dellāintelligenza artificiale,
che pongono nuove sfide per la difesa della dignitĆ umana e del lavoroĀ». Da allora, lāargomento ĆØ
tornato in gran parte dei suoi interventi pubblici. Nel messaggio del 17 giugno 2025 alla
Conferenza di Roma su intelligenza artificiale, etica e governance, Leone scriveva che lāAI «è
innanzitutto uno strumentoĀ», e che Ā«gli strumenti rimandano allāintelligenza umana che li ha
prodotti e traggono molta della loro forza etica dalle intenzioni delle persone che li impugnanoĀ».
Una proposizione di apparente semplicitĆ , ma con un bordo affilato: chi impugna lo strumento ne ĆØ
responsabile. Il 5 dicembre 2025, ricevendo nella Sala del Concistoro i membri della Fondazione
Centesimus Annus e della Strategic Alliance of Catholic Research Universities, ha posto la
domanda nel modo più nudo possibile: Ā«Come possiamo garantire che lo sviluppo dellāintelligenza
artificiale serva veramente per il bene comune, e non solo per concentrare ricchezza e potere nelle
mani di pochi?». E ha aggiunto: «La merce più preziosa nei mercati oggi è proprio nel settore
dellāintelligenza artificialeĀ». Tradotto: il problema ĆØ materiale più che metafisico. Nel discorso del
29 ottobre, pronunciato nel sessantesimo anniversario di Nostra Aetate, ha tracciato il confine
teologico: lāAI, Ā«se concepita come unāalternativa agli esseri umani, può ledere gravemente la loro
dignitĆ infinita e neutralizzare le loro responsabilitĆ fondamentaliĀ». Una macchina, per quanto
sofisticata, non ĆØ unāanima. Non sarĆ mai imago Dei. Ć – secondo le sue parole al Builders AI
Forum del 7 novembre – Ā«una forma di partecipazione allāatto creativo divinoĀ», ma non un atto di
creazione. Distinzione sottile, conseguenze enormi. Nel messaggio per la sessantesima Giornata
Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Custodire voci e volti umani, Leone si ĆØ spinto a un tema
che attraverserĆ certamente lāenciclica: la dimensione antropologica della sfida. Ā«Non siamo una
specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipoĀ». Il volto e la voce, scrive il Papa, sono sacri
perchĆ© irripetibili; e lāAI, simulandoli, simulando empatia e amicizia, Ā«invade il livello più profondo
della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane». La sfida, insomma, «è
antropologicaĀ».
La preparazione, e il debito verso Francesco
Non sarebbe corretto però affermare che Leone XIV parte da zero. Il terreno è stato infatti
dissodato da Francesco: era stato il suo predecessore a parlare al G7 di intelligenza artificiale, nel
giugno 2024, in Puglia. Era stato Francesco a volere la costituzione di un gruppo di lavoro interno.
Ed era stato lo stesso papa argentino, attraverso il Dicastero per la Dottrina della Fede e quello per
la Cultura e lāEducazione, a far pubblicare nel gennaio 2025 Antiqua et Nova, la nota dottrinale in
117 paragrafi che ha fissato per la prima volta il quadro: distinzione netta fra intelligenza umana e
simulazione computazionale, primato della persona, denuncia delle armi autonome letali, principio
di sussidiarietĆ nella governance. La nota ĆØ la fondazione su cui adesso si erge lāedificio del
magistero pontificio pieno. Papa Francesco aveva parlato di algoretica, di rischio di
disinformazione, di concentrazione del potere tecnologico, di nuove disuguaglianze generate dagli
algoritmi. Aveva denunciato lāillusione di una neutralitĆ tecnica e richiamato la necessitĆ di unāetica
condivisa. Leone XIV raccoglie questa ereditĆ e la porta a maturazione. Dove Francesco aveva
indicato i rischi, Leone XIV costruisce una visione più strutturata, radicata nella dottrina sociale
della Chiesa e orientata alla governance globale. Il passaggio ĆØ netto: lāintelligenza artificiale non ĆØ
solo una questione morale individuale, ma una questione strutturale, che riguarda le istituzioni, il
lavoro, la democrazia, la pace. Non basta chiedersi se un uso dellāAI sia lecito o illecito: occorre
domandarsi che tipo di societĆ stiamo costruendo.
E cāĆØ un secondo gesto, di pari peso, che accompagna lāenciclica. Il giorno successivo alla firma, il
16 maggio, il Papa ha emanato un Rescriptum ex Audientia che istituisce una Commissione
interdicasteriale permanente sullāintelligenza artificiale: sette istituzioni vaticane, coordinamento
annuale a rotazione, vocabolario del mandato che riprende esplicitamente quello sinodale –
Ā«dialogo, comunione e partecipazioneĀ». Lāenciclica fissa la dottrina; la commissione la mette in
marcia. Si tratta di una rete, in altri termini. La forma istituzionale somiglia, curiosamente,
allāoggetto che ĆØ chiamata a governare.
Il Papa matematico
CāĆØ un dettaglio biografico che, nei giorni dellāelezione, la stampa ha trattato come simpatica
curiositĆ – buona, al massimo, per qualche meme circolato sui social. Robert Francis Prevost si ĆØ
laureato in matematica nel 1977 alla Villanova University, in Pennsylvania, prima ancora del
Master of Divinity alla Catholic Theological Union di Chicago, prima del dottorato in diritto canonico
alla Pontificia UniversitĆ San Tommaso dāAquino, prima dei ventāanni di pastorale tra i poveri di
Chiclayo. Una laurea vera, Bachelor of Science, non un titolo onorifico – con tutto quel che il
curriculum scientifico americano comportava negli anni Settanta: analisi, algebra, logica formale e
statistica. Negli anni successivi ha insegnato matematica e fisica a Chicago mentre completava gli
studi teologici. Ha persino scritto un testo accademico, Probability and Theistic Explanation, in cui
esamina lāuso dellāinferenza bayesiana applicata alla probabilitĆ teistica: terreno di confine in cui il
calcolo delle probabilitĆ incontra la filosofia della religione. Roba da specialisti, di un certo
specialista. Sono dettagli che sembrano marginali ma non lo sono. Anne Bouverot, una delle
massime esperte mondiali di intelligenza artificiale e giĆ inviata speciale dellāEliseo per il summit di
Parigi del febbraio 2025, è stata fra le prime a coglierne la portata: «Matematico di formazione,
Leone XIV non è né tecnofobo né tecnofilo. Sostiene un approccio basato sul discernimento:
prendersi il tempo per capire prima di giudicare e umanizzare il dibattito piuttosto che contribuire
alla sua polarizzazioneĀ». La frase ĆØ asciutta, ma indica una postura difficile da tenere oggi sulla
questione AI: nƩ apocalittica nƩ integrata. Una postura che, per stare in piedi, ha bisogno di una
certa familiaritĆ con la materia. Quella familiaritĆ cāĆØ.
La forma mentis matematica, in questo passaggio storico, non ĆØ un vezzo ma, verrebbe da dire,
lāattrezzo giusto per il mestiere. Le sfide poste dallāintelligenza artificiale richiedono di tenere
insieme, simultaneamente, il dettaglio tecnico e lāorizzonte di lungo periodo, il dato locale e il
principio generale, la singolaritĆ del caso e lāinvariante della legge. Ć esattamente quel doppio
movimento – dallāesempio allāastrazione, e ritorno – su cui si forma la mente del matematico.
Permette di smontare la promessa miracolistica che circonda i grandi modelli linguistici senza farsi
prendere dalla nausea esoterica del «pensano davvero?»; e di smontare la paura senza farsi
sedurre dallāentusiasmo. Un Papa cosƬ non si lascia abbagliare dalla demo del prossimo modello,
ma neppure si rifugia in una nostalgia teologica. Il cardinale Giuseppe Versaldi, che lo conosce
da anni, lo ha spiegato in modo chiaro al Wall Street Journal: «Leone XIV vuole che il mondo della
scienza e quello della politica affrontino immediatamente questo problema, senza permettere che il
progresso scientifico avanzi con arroganza, danneggiando coloro che devono sottostare al suo
potereĀ». E ha aggiunto la domanda che separa una pia esortazione da un programma di governo:
Ā«Chi li regolerĆ ? Non ĆØ credibile che siano regolati da chi li produce. Deve esserci unāautoritĆ
superioreĀ».
CāĆØ poi una conseguenza meno visibile, ma forse più importante. Una formazione di questo tipo
cambia il modo in cui si tratta lāincertezza. Per un matematico, una probabilitĆ non ĆØ unāopinione
travestita: ĆØ un numero che ha proprietĆ precise, che si combina secondo regole non negoziabili,
che ammette ignoranza ma non la confonde con la convinzione. Applicata allāAI, questa attitudine
ha conseguenze immediate. Significa rifiutare in egual misura il tecno-trionfalismo («presto la
singolaritĆ Ā») e il tecno-catastrofismo (Ā«presto lāestinzioneĀ»), perchĆ© entrambi confondono lo
scenario possibile con lo scenario probabile. Significa, soprattutto, accettare che il futuro non sia
un destino giĆ scritto ma una distribuzione di esiti su cui le scelte umane – politiche, etiche,
regolative – hanno ancora potere di intervento. Questo, in fondo, ĆØ il presupposto su cui
unāenciclica può essere scritta. Senza lāidea che si possa ancora decidere, non cāĆØ nulla da
decidere.
In questo paesaggio, una figura ha fatto da ponte fra il pontificato precedente e quello attuale:
Paolo Benanti. Frate francescano, docente di etica delle tecnologie alla Pontificia UniversitĆ
Gregoriana, giĆ consigliere di Francesco sulle questioni morali legate allāintelligenza artificiale,
Benanti ha contribuito a costruire lāinfrastruttura intellettuale di Antiqua et Nova e – secondo molti
osservatori – buona parte del retroterra che ha permesso a Leone XIV di muoversi con sicurezza
fin dai primi giorni. Il suo libro più recente, La nuova logica del dominio: potere computazionale,
democrazia e condizione umana, fissa con precisione il quadro concettuale entro cui Magnifica
Humanitas andrĆ letta. Lāantitesi attorno a cui ruota il libro ĆØ quella, di derivazione classica, fra
Kratos – il potere nudo, la forza, il controllo – ed ethos, la consuetudine condivisa, il costume civile,
ciò che tiene insieme una comunità senza bisogno di costrizione. La rivoluzione computazionale,
sostiene Benanti, sta riscrivendo questo equilibrio: Ā«in unāera definita dal potere computazionale, la
tecnologia sta trasformando ogni aspetto della nostra esistenza, ridefinendo il lavoro, la
conoscenza e la comunicazione [ā¦] in che modo questa forza può coesistere con i valori
fondamentali di giustizia sociale e democrazia?Ā».
In una conversazione con il politologo Ian Bremmer, ripresa di recente dalla stampa italiana,
Benanti ha condensato il problema con una formula che ĆØ giĆ diventata oggetto di citazione: Ā«LāIA
ĆØ lāoracolo perfetto, o meglio: il dio perfetto sulla Terra. Abbiamo molti dei per molte funzioni. Al
posto del monte Olimpo, lo schermo dello smartphone. Non abbiamo più il dio dellāamore: abbiamo
Tinder. Non il dio del commercio: abbiamo AmazonĀ». La provocazione ĆØ esplicita, ma il punto
teologico ĆØ serio: una macchina che si presenta come depositaria della veritĆ , e che genera nei
suoi utenti un riflesso oracolare, occupa uno spazio che nella storia europea era stato riservato al
divino. Anche per questo – aggiunge Benanti – la prioritĆ non ĆØ ancora lāapocalisse: Ā«mi spaventa
più la fine della classe media che la fine dellāumanitĆ Ā». LāAI, oggi, automatizza più facilmente le
funzioni cognitive elevate che le azioni meccaniche semplici. Una calcolatrice solare capace di
operazioni complesse costa meno di un dollaro; un braccio robotico che apre una porta ne costa
duecentocinquantamila. Il problema, dunque, non ĆØ ancora la fantascienza: ĆØ il mestiere, lo
stipendio, la dignitĆ di chi vede il proprio lavoro trasformato – e spesso eroso – dalla più efficiente
delle simulazioni.
Su queste basi si capisce meglio la geografia di lunedƬ prossimo. Christopher Olah accanto al
Papa non ĆØ soltanto il dirigente di una grande azienda americana. Ć il responsabile di una linea di
ricerca – lāinterpretabilitĆ dei modelli – che si propone di aprire la Ā«scatola neraĀ» dellāAI, di rendere
leggibili le sue decisioni, di mostrare quali circuiti interni della rete si attivino quando il modello
produce questa o quella risposta. Ć, in un certo senso, il tentativo tecnico di restituire al Kratos
algoritmico una forma di ethos, una trasparenza costruita dallāinterno. Difficile pensare a un
interlocutore più coerente con la visione che Benanti aiuta a tradurre in linguaggio teologico, e che
Leone XIV consegnerĆ – con la pazienza del matematico e lāautoritĆ del successore di Pietro – al
magistero ordinario della Chiesa.
LunedƬ 25 maggio, nellāAula del Sinodo
Il calendario, ancora una volta, parla: la pubblicazione cade nel Memorial Day americano, festa in
cui gli Stati Uniti commemorano i propri caduti. Il giornalista cattolico Christopher Hale nel suo blog
āLetters from Leoā ha annotato in tono un poā scherzoso, che Leone XIV Ā«sembra deciso a far
lavorare i commentatori cattolici americani durante ogni festivitĆ degli Stati Uniti, come punizione
per le nostre cattive interpretazioniĀ». La battuta dice qualcosa di vero: il Papa americano sta
facendo le sue mosse senza scendere a compromessi con la geopolitica simbolica del proprio
Paese di origine.
Ciò che si saprà lunedì non è ancora pubblico. Ma le coordinate del documento, dopo dodici mesi
di interventi, sono leggibili: la persona umana al centro; il lavoro come questione cruciale; i giovani
come zona di massima vigilanza; lāoligopolio tecnologico come problema politico; la dignitĆ come
criterio non negoziabile; la tecnologia come strumento, non come destino. E, in primo luogo, lāidea
che lāAI non sia una tecnologia come tante altre – non lo ĆØ, perchĆ© non costruisce un oggetto fra gli
oggetti, ma riscrive la cornice dentro cui si decide cosa sia, oggi, un essere umano.
Il giorno della firma, il 15 maggio, è caduto in un giovedì qualsiasi. A Lima, dove Prevost ha
trascorso buona parte della propria vita pastorale, era pomeriggio; a Roma, sera; in California, nei
data center di Anthropic e altrove, un altro qualunque turno di lavoro alimentava le macchine che
apprendono. Ć in questo ordinario, in questa simultaneitĆ di fusi orari e di flussi, che la Chiesa ha
deciso di prendere la parola. LunedƬ, davanti al Papa e a un costruttore di reti neurali, Magnifica
Humanitas sarĆ letta ad alta voce per la prima volta. SarĆ un documento, sarĆ , soprattutto, un
punto fermo: cento e trentacinque anni dopo, qualcuno ricomincia a dire le cose nuove con parole
vecchie. Per vedere se reggono e se, soprattutto, possono reggere noi.
*Vaticanista



