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MASSIMO LIOFREDI. “LA NOSTRA L’AQUILA: CITTA’ CHE NON E’ CASA; DAL PALCO AL SILENZIO; VIABILITA’ NEGATA E ANZIANI PENALIZZATI”

di Massimo LiofrediĀ 

L’AQUILA – Quando la cittĆ  dimentica di essere casa.
Un anno dopo l’altro, il copione non cambia. L’Aquila si accende per qualche giorno, si svuota per i restanti trecentosessanta. ƈ l’effetto più visibile della gestione della giunta di centrodestra: un centro storico trattato come set cinematografico, pronto a ospitare feste e passerelle, ma senza una regia che pensi a cosa accade quando le luci si spengono.
Dal palco al silenzio.
Le feste si susseguono, i palchi si montano, i concerti fanno notizia. Poi il sipario cala e il centro torna a una solitudine che i residenti conoscono bene. Senza scuole nel cuore della cittĆ , le nuove generazioni non possono vivere ciò che per i loro genitori e nonni era normale: andare a scuola a piedi, fermarsi al forno prima della lezione, incontrare i compagni sotto i portici. A un’intera generazione ĆØ stato negato il diritto di ā€œfare centroā€, e con esso un pezzo di identitĆ  aquilana.
ViabilitĆ  negata, anziani penalizzati.
La scelta di chiudere il centro al transito di auto e taxi, se ha un senso in termini di sicurezza e pedonalizzazione, mostra il rovescio quando non ĆØ accompagnata da servizi adeguati. Per un anziano raggiungere una farmacia significa spesso attraversare l’intero corso. ƈ una questione concreta, non ideologica: l’accessibilitĆ  ĆØ parte della vivibilitĆ . E su questo punto la giunta non ha offerto soluzioni credibili.
Cantieri infiniti, progetto assente.
Intorno a queste contraddizioni girano cantieri che diventano simboli involontari di una gestione a singhiozzo. Il ponte del Belvedere, il cantiere di via XX Settembre: opere che si trascinano nel tempo, alimentando la sensazione di una cittĆ  perennemente in ā€œfase di lavoriā€. Il mattonato del centro, pensato per dare dignitĆ  e decoro, oggi appare consumato dal passaggio di mezzi pesanti legati a eventi e servizi. La manutenzione latita, la rassegnazione cresce.
L’impressione ĆØ che si sia puntato sull’effetto immediato, sull’evento che fa notizia, più che su una strategia di lungo periodo. Le feste servono a tenere alta l’attenzione, ma rischiano di diventare il modo per nascondere la polvere sotto il tappeto, come si dice.
Una cittĆ  ferita dal terremoto del 2009 aveva bisogno di una visione che unisse ricostruzione materiale e progetto culturale. L’Aquila non ĆØ una cittĆ  qualunque: ĆØ una cittĆ  che ogni trecento anni convive con il sisma e che ha sempre risposto tornando a essere crocevia di cultura, arte, universitĆ . Per fare questo serve una ricostruzione che non sia solo muraria, ma filosofica e culturale. Serve guardare al passato glorioso di Buccio da Ranallo e di Amalia Sperandio non come a un museo, ma come a una bussola.
Invece il progetto che emerge ĆØ frammentario. Attrazioni stabili, imprese giovanili, economia reale: tutto resta sullo sfondo. La narrazione della ā€œcittĆ  della Culturaā€ resta un’etichetta, non una pratica quotidiana. E la cultura, per dirla con Benedetto Croce, non si improvvisa: ĆØ Ā«una illuminazione che si coltiva nel tempoĀ». Senza questa coltivazione, resta retorica.
L’Aquila non ha bisogno di un altro set. Ha bisogno di tornare a essere casa. Di scuole, di negozi aperti, di giovani che restano, di anziani che non si sentono esclusi. Per questo ci sarebbe voluto un cuore aquilano diverso. Un cuore che non si accontenta dell’applauso di una sera, ma pensa alla cittĆ  che verrĆ . ā€Ž

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