E pensare che c'era il pensieroHomeIn Evidenza

PRIMA CHE PAPA E SANTO, CELESTINO V È STATO PIETRO DA MORRONE. ESCLUDERE SLMONA DALLE RIPRESE DEL FILM RAI È TRADIRE LA STORIA

Prima che papa e santo, Celestino V è stato Pietro del Morrone. Escludere Sulmona dalle riprese del film Rai è tradire la storia 

di Fabio Valerio Maiorano

La Rai sta per realizzare un film su Celestino V, interpretato da Michele Placido, ma corre voce che non ci saranno riprese a Sulmona, ossia nel territorio e negli eremi che  Pietro di Angelerio ha eretto e frequentato per oltre cinquant’anni.

Se la notizia fosse confermata, una simile scelta sarebbe un’immotivata, incredibile e inaccettabile violenza nei riguardi della storia e della stessa memoria di Pietro/Celestino – universalmente noto Pietro del Morrone – ma sarebbe anche l’ennesimo e immeritato schiaffo assestato alla Città di Sulmona, protagonista indiscussa della parentesi terrena di Pietro che, di fatto, la elesse a sua patria d’adozione: nel territorio peligno, difatti, Pietro si stabilì dopo aver lasciato il convento per abbracciare la vita eremitica; qui pose le basi per dare vita alla sua fraterna; qui, nel 1259, costruì la “sua prima” chiesa sul terreno donatogli dall’Universitas di Sulmona; qui trascorse la gran parte della vita; qui fondò e fece prosperare il suo ordine monastico; qui ne fissò la Casa Generale; qui compì la gran parte dei miracoli per i quali il 5 maggio 1313 fu dichiarato santo; qui sono custoditi i documenti del processo di canonizzazione; qui decise di tornare per chiudere i suoi giorni, dopo aver rinunciato alla tiara e alle chiavi di San Pietro; qui si conservano molte sue reliquie e una parte del cuore; qui, è fuor di dubbio, avrebbe voluto chiudere gli occhi; qui, di certo, avrebbe voluto essere sepolto.

Papa Celestino V e San Pietro Confessore sono prima di tutto Pietro del Morrone, perché sono l’esito della lunga vita trascorsa nell’ascesi, nella preghiera e nella santità proiettata verso i più bisognosi, i deboli, i malati.

Del resto, la stessa Perdonanza che Celestino V ha elargito all’Aquila viva voce et erga omnes – ‘oralmente e a beneficio di tutti’ , non è stata una decisione estemporanea o un’invenzione sbocciata all’improvviso nel breve soggiorno aquilano; al contrario, è stato un atto meditato, un atto riflettuto e maturato a lungo, la naturale sublimazione del suo percorso spirituale, del suo credo, del suo modus vivendi; dunque, un atto “casualmente aquilano”, nel senso che l’indulgenza plenaria è stata sì elargita a Collemaggio ma è altrettanto vero che Celestino V l’avrebbe concessa “dovunque” fosse stato incoronato.

Al riguardo, è bene sottolineare che la cerimonia dell’incoronazione celebrata all’Aquila è stato un evento eccezionale ma al tempo stesso “anomalo” – sotto il profilo della prassi consolidata e del diritto canonico – in quanto per secoli i pontefici sono stati sempre incoronati a Roma, sede del Papato. E nell’impossibilità di raggiungere Roma, che al tempo era scossa dai cruenti dissidi tra gli Orsini e i Colonna ma anche oppressa dalle febbri tifoidi e colerose che decimavano la popolazione, la sacra cerimonia dell’intronizzazione si sarebbe dovuta tenere a Perugia, città nella quale si era svolto il conclave, come prescrivevano le ferree disposizioni emanate nel 1281 da papa Martino IV le quali vietavano ai porporati di uscire dai confini dello Stato pontificio per assecondare le richieste altrui, di fatto mettendo in serio pericolo la loro stessa incolumità e minando il prestigio e il decoro del sacro Collegio.

All’epoca, invece, la città dell’Aquila era nel Regno di Napoli e Pietro del Morrone/Celestino V vi fu trattenuto con la forza e con l’inganno da re Carlo II d’Angiò, il cui esclusivo interesse era la ratifica, da parte del neo pontefice, del trattato stipulato a La Junquera con Giacomo II d’Aragona per consentire alla Chiesa di riprendere il possesso della Sicilia entro tre anni dalla festa di Ognissanti del 1294, per essere concessa l’anno successivo allo stesso sovrano angioino: insomma, la scelta di Aquila, città a confine con lo Stato Pontificio, fu obbligata perché Carlo II sapeva bene che se avesse “sconfinato” avrebbe potuto mettere a rischio il piano di riconquista della Sicilia, dato che il neo pontefice – una volta nel “suo regno” – avrebbe potuto contare sia sull’esercito pontificio, sia sull’autorevole appoggio dei cardinali e della nobiltà romana.

E siccome la verità non va taciuta, va detto chiaramente che lo stesso sepolcro di Celestino V a Collemaggio è un’altra “anomalia”, poiché le spoglie del santo furono trafugate furtivamente nel 1327 dalla chiesa di Sant’Agata di Ferentino su commissione degli aquilani. Non a caso, Celestino V è l’unico pontefice sepolto fuori Roma.     

Una narrazione irrispettosa della storia documentata o, peggio ancora, piegata a interpretazioni parziali e tese a limitare alla sola parentesi aquilana la straordinaria eredità spirituale lasciata dal papa santo, non soltanto finirebbe per svilire il valore e la portata del dirompente messaggio di fratellanza, di solidarietà e di pace lanciato da Celestino, per quanto tradirebbe gli stessi principi sanciti nel “riconoscimento” dell’Unesco, per i quali la Perdonanza è un «atto di sodalizio tra le comunità locali nei valori di solidarietà e pace» (…) «con un senso di continuità e identità culturale che coinvolge la città dell’Aquila e la sua provincia». Inoltre, «il Cammino del Perdono si apre con l’accensione del “Fuoco del Morrone” e con la discesa dall’eremo di Sant’Onofrio in Sulmona accompagnata da una processione di fiaccole e tedofori. Il corteo processionale procede lungo un tradizionale itinerario segnato dall’accensione di un tripode in ciascuno dei 23 paesi coinvolti. L’aggregazione  spontanea, numerosa e collettiva di fedeli si conclude all’Aquila con l’accensione dell’ultimo tripode il 23 agosto, che sarà spento la settimana successiva, il 29 agosto».

Queste frasi, che tratteggiano compiutamente il significato della Perdonanza aquilana, con partenza proprio dal territorio peligno nel quale Pietro del Morrone ha trascorso oltre cinquant’anni, sono tratte dalla relazione stilata dall’Unesco nel 2019 per l’inserimento della Perdonanza nella “Lista rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità”, relazione mutuata dalle motivazioni vergate nel paragrafo “riferimenti storici” che sono alla base della stessa scheda di richiesta inoltrata nel 2018 all’Unesco dal comitato pro Aquila: inequivocabili e fondamentali “riferimenti storici” che, a quanto pare, il film della Rai potrebbe – o vorrebbe – volutamente ignorare.

Se fosse questa la logica della trama del film, allora c’è anche da temere che sulla pellicola in lavorazione potrebbero riprendere a pascolare le solite “bufale templari”, come pure potrebbero prendere corpo le farneticanti teorie sul Santo Graal e sull’Arca dell’Alleanza sepolte sotto il pavimento della chiesa di Collemaggio; per non dire della vaneggiante “rivendicazione” dell’accostamento di Aquila a Gerusalemme, per la quale  la  pianta catastale dell’originario abitato dell’Aquila sarebbe l’immagine speculare della mappa cartografica dell’antica Gerusalemme, vale a dire la prova provata che Aquila l’avrebbero fondata addirittura i Templari con lo scopo di nascondervi proprio i loro più preziosi tesori (sic).

8 commenti riguardo “PRIMA CHE PAPA E SANTO, CELESTINO V È STATO PIETRO DA MORRONE. ESCLUDERE SLMONA DALLE RIPRESE DEL FILM RAI È TRADIRE LA STORIA

  • troppi furbi in giro, comunque Sulmona puzza troppo e presto ci sarà una collinetta di rifiuti appena fuori dal centro “storico” .
    Per non menzionare la centrale Snam presto un pugno sull’occhio in valle.
    Siamo amministrati da fasulli e politici ancora peggio.

    Risposta
  • Pietro Angelerio

    Spero che la produzione Rai non cambi idea.

    Risposta
  • Sub lege libertas

    complimenti al prof. Maiorano che ha chiarito un pò come stanno i fatti storici.
    Questo strapotere aquilano è imbarazzante

    Risposta
    • prof come mai non ha parlato della falsa e fantasiosa bolla celestiniana!?
      si potrebbe fare un altro articolo….

      Risposta
  • Il giustiziere

    al di là dell’ampolloso sapere locale che gli storici decantano per mantenere un minimo di visibilità sempre locale, occorrerebbe ben altro. uno schierarsi politico a petto aperto che né Maiorano né altri piccoli appassionati hanno mai fatto in cerca solo di uno strapuntino per poter dire la loro. La politica e la storia della politica locale richiede resistenza ed eroi. Noi non ne abbiamo da decenni quello che resta sono appassionati che vogliono far passare se stessi dalla fessura del filo di un ago pur di esistere. Ma quando c’è bisogno di metterci la faccia lo fanno sempre dietro il potente di turno che siede sullo scranno pur di esistere. La storia descritta manca di chi doveva imporre fatti storici e di cultura locale nei tavoli dove il dibattito avveniva allora come oggi. e non bastano i piagnistei sul potere aquilano visto le nostre incapacità e non bastano i parolai che di storico nulla hanno né titoli, né ruoli, né mai nulla hanno rischiato per battere i pugni sul tavolo. Pavidi e pusillanimi che nulla hanno dato Nè prima Nè ora.

    2
    2
    Risposta
    • Claudio LattanzioAutore articolo

      Claudio Lattanzio direttore di ReteAbruzzo

      Ci sono critiche che meritano rispetto anche quando sono dure. E poi ci sono invettive che si svuotano da sole nel momento esatto in cui vengono firmate con una maschera.

      Lei si definisce “Giustiziere” e distribuisce patenti di coraggio, dignità e valore agli altri, salvo poi nascondersi dietro l’anonimato. È singolare leggere parole come “pavidi” e “pusillanimi” da chi non ha avuto nemmeno il coraggio di mettere un nome e un cognome sotto ciò che scrive. Gli aggettivi che usa contro gli altri finiscono inevitabilmente per descrivere prima di tutto lei stesso.

      Io rispetto chi dissente, chi critica e persino chi attacca, purché lo faccia assumendosi la responsabilità delle proprie parole. La storia, la politica e il dibattito pubblico non si costruiscono nei vicoli bui dell’anonimato digitale, ma mettendoci la faccia, sempre. Anche quando costa. Anche quando espone al giudizio, alle polemiche o alle conseguenze.

      Lei parla di “eroi” e di “resistenza”, ma la verità è che il coraggio non sta nelle frasi roboanti o nelle sentenze sprezzanti lanciate da dietro uno schermo. Il coraggio sta nell’esporsi pubblicamente, nel firmare ciò che si pensa, nel sostenere le proprie idee senza travestimenti. È troppo facile ergersi a giudice universale quando si resta protetti nell’ombra.

      Può darsi che parte delle sue osservazioni siano condivisibili. Può darsi che Sulmona e l’Abruzzo abbiano davvero espresso, negli anni, più appassionati che uomini capaci di incidere nei luoghi del potere. Ma se vuole aprire una discussione seria sul ruolo della cultura, della politica e della classe dirigente locale, allora inizi dal primo atto di coerenza: tolga la maschera.

      Perché chi parla da anonimo non è un giustiziere. È soltanto qualcuno che pretende coraggio dagli altri senza essere disposto a mostrarne nemmeno un grammo in prima persona.

      20
      1
      Risposta
  • Fabio Valerio Maiorano

    Ringrazio il direttore Claudio Lattanzio per la “difesa d’ufficio” pur se ritengo che gli anonimi non abbiano diritto né di parola, nè di replica. Non m’interessa sapere chi sia il Giustiziere, perchè a rivelarne l’identità e lo spessore è stato il suo commento, ma mi piacerebbe sapere quale impegno ha profuso per Sulmona e per il territorio peligno, oppure quale ruolo abbia svolto in campo politico, o sociale, o culturale, o economico. Semmai l’abbia fatto. Non so chi sia, ma lui di certo mi conosce e può contattarmi quando vuole. Temo, però, che aspetterò invano perche di solito gli anonimi sono bravi a nascondersi, a lanciare pietre e a nascondere la mano, ad attribuire agli altri le proprie sconfitte, a scaricare sugli altri le proprie frustrazioni. Soprattutto sono abili a non mostrare gli attributi. Fabio Valerio Maiorano

    Risposta
  • Fabio Valerio Maiorano

    Ho invitato il Giustiziere a contattarmi semplicmente perché avrei voluto chiarire il senso e lo spirito del mio scritto. E’ probabile che non riceverò risposta e per questo lo faro pubblicamente.
    La precisazione non era un attacco all’Aquila o agli aquilani ma il richiamo alla produzione del film, nelle sue varie aricolazioni professionali, alla mera adesione storica poiché la breve parentesi pontificale di Celestino V e la stessa Perdonanza altro non sono – è inconfutabile – che l’esito spirituale di Pietro del Morrone, un eremita che nei nostri territori ha vissuto per oltre cinquant’anni lasciando tracce indelebili, dagli eremi, all’abbazia fino alle decine e decine di miracoli per i quali è stato proclamato Santo. Tutto il resto, compreso il commento del Giustiziere, è solo aria fritta che non merita altre parole.
    Ognuno ha la sua storia, ognuno fa e farà i conti con la propria coscienza e, non di meno, con la propria onestà intellettuale. Fabio Valerio Maiorano

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *