SANITA’ E INFORMAZIONE. 30 MORTI AL GIORNO PER INFEZIONI CONTRATTE NEGLI OSPEDALI. MA SI PARLA DI ALTRO
di Marco Zambianchi*
È una ferita aperta che non smette di sanguinare. Ogni anno in Italia muoiono tra gli 11.000 e i 12.000 cittadini per infezioni nosocomiali da batteri multiresistenti: un terzo di tutti i decessi europei per questa causa. Tradotto in numeri crudi, sono circa trenta persone al giorno che entrano in ospedale con le proprie gambe e finiscono nella camera mortuaria per un’infezione che la scienza sa come prevenire in gran parte dei casi. Non è una catastrofe naturale, è un fallimento sistemico che si ripete silenzioso, giorno dopo giorno, mentre i riflettori puntano altrove. Prendete la storia della nave MV Hondius: un focolaio di hantavirus andino, con morti, evacuazioni, una donna francese che peggiora dopo il volo di rientro, un americano positivo. È una notizia seria, certo, perché coinvolge viaggi internazionali, un virus che si trasmette attraverso roditori o fluidi, misure di contenimento in corso. Ma mentre i titoli urlano su questo cluster circoscritto, trenta famiglie al giorno vivono il dramma di un parente che si è fidato del sistema sanitario e ne è uscito distrutto da germi che prosperano proprio dove dovrebbero essere tenuti a bada: nei corridoi degli ospedali. È come piangere un temporale estivo all’estero mentre ignoriamo l’alluvione che sommerge le nostre cantine ogni santo giorno. Questa asimmetria fa male. Fa male scientificamente, perché i dati ECDC sono limpidi: l’Italia ha l’8,2% di pazienti che contraggono infezioni durante il ricovero, contro una media europea del 6,5%. Centinaia di migliaia di casi all’anno, con costi umani ed economici che si contano in miliardi. Eppure i media ci sommergono di aggiornamenti su un virus esotico su una nave, come se fosse l’apocalisse, mentre la vera pandemia silenziosa – quella della resistenza antimicrobica – viene trattata come rumore di fondo. È come se avessimo puntato il telescopio su una stella lontana e ignorassimo l’incendio che divora la casa. E lo stesso vale per il meningococco. Vedere ragazzi e adulti perdere arti, proprio come è successo a Bebe Vio, perché il vaccino non è stato fatto o non è stato spinto abbastanza, mentre si parla del vaccino contro l’hantavirus andino, lascia un sapore amaro di ingiustizia profonda. Sono tragedie evitabili, carne divorata da batteri che la scienza ha imparato a fermare, eppure continuano a mordere perché la prevenzione resta zoppicante.
Perché i media italiani si comportano così? Non è un complotto, è qualcosa di più banale e inquietante: l’attenzione segue il clamore, non il peso reale delle vite perse. Una nave bloccata ai Caraibi con passeggeri internazionali fa audience, scatena paura dell’ignoto, genera immagini forti e condivisioni. Trenta morti al giorno negli ospedali di casa nostra sono “ordinaria amministrazione”, anonimi, scomodi perché chiamano in causa responsabilità di Regioni, strutture, abitudini radicate. È più facile indignarsi per il dramma lontano che guardarsi allo specchio e ammettere che stiamo lasciando marcire un problema che potremmo curare con igiene rigorosa, uso saggio degli antibiotici, protocolli ferrei e sorveglianza continua. Questa inversione di priorità ferisce la coscienza collettiva. Ci abitua a emozionarci per il temporale esotico e a rassegnarci all’alluvione quotidiana. Eppure la scienza ci dice chiaramente che tante di queste morti si possono evitare: lavaggio delle mani, stewardship antibiotica, investimenti in prevenzione. Non servono titoli gridati, servono scelte quotidiane, noiose, costanti. È tempo di spostare lo sguardo. Di sentire il peso di quei trenta lutti al giorno come se fossero nostri. Perché lo sono. E forse, solo allora, smetteremo di trattare la salute come una sit-com e inizieremo a difenderla come merita: con rabbia, con rigore e con la determinazione di chi non accetta più che il prezzo della disattenzione sia pagato con vite umane.
*Microbiologo



