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L’AQUILA CALCIO. C’È UN’IDENTITÀ DA RITROVARE: IL RITORNO DI DEL PINTO È L’UNICA VIA

*Riceviamo da un tifoso e pubblichiamo  

L’AQUILA- C’è un filo rosso che lega il battito del Gran Sasso d’Italia alle zolle di un campo di calcio, un legame che non si compra al calciomercato e non si insegna nei corsi di Coverciano. È il senso di appartenenza. Quello che oggi, tra un ribaltone e l’altro, sembra essersi smarrito nelle pieghe di una stagione che è stata, usando un eufemismo decisamente complessa. Per questo, gridarlo non è un’eresia ma una necessità: L’Aquila 1927 deve riportare a casa Lorenzo Del Pinto. Non è una questione di carta d’identità, né di cifre sul contratto. È una questione di anima.

PASSIONE E POLMONI

Lorenzo Del Pinto non è solo un centrocampista che ha scalato le gerarchie del calcio italiano partendo dal fango della periferia per arrivare all’Olimpo della Serie A. È il ragazzo di Scoppito che ha vestito la maglia rossoblù come una seconda pelle. Dalle 65 presenze dell’ultimo biennio ai successi che lo hanno reso un’icona, Lorenzo ha sempre messo davanti il “noi” all’ “io”. In un calcio moderno fatto di comparse e traghettatori, ripartire da chi ha vinto il Pallone d’Oro abruzzese con questi colori significa rimettere la chiesa al centro del villaggio. LUNGIMIRANZA OLTRE IL CAMPO 

In quale ruolo? Poco importa. Che sia ancora con gli scarpini ai piedi per gestire il ritmo di un centrocampo che necessita di carisma, o dietro una scrivania per trasmettere ai più giovani cosa significhi difendere la città, la sua figura è imprescindibile. La società, ha il dovere morale di guardare oltre il 90°. Inserire nei quadri tecnici o dirigenziali un uomo d’ordine, un professionista esemplare che conosce ogni angolo del “Fattori” e del “Gran Sasso”, è l’investimento più sicuro per il futuro.

IDENTITA’ CERCASI

Il calcio a L’Aquila ha bisogno di specchiarsi in volti familiari. Dopo i cambiamenti tecnici, dopo gli addii dolorosi e i volti nuovi che faticano a integrarsi nel tessuto sociale, Del Pinto rappresenta la continuità. È la garanzia per la piazza che la “aquilanità” non sia solo uno slogan da sciarpa, ma un valore operativo quotidiano. Riportarlo in rossoblù a qualunque costo non sarebbe un’operazione nostalgia, ma un atto di estrema lungimiranza. Perché la tecnica si allena, gli schemi si imparano, ma la passione viscerale per questi colori o ce l’hai o non la compri. E Lorenzo, quella passione, non l’ha mai svestita.

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