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IL CAMMINO DI CIRO PACE: SESTO GIORNO DA CESELLI A SPOLETO

SESTO GIORNO DEL CAMMINO DI CIRO PACE VERSO ASSISI:
Da Ceselli a Spoleto – 25 km (06/05/2026)

di Mauro Cianfaglione

L’alba di questo sesto giorno nasce timida, velata da una nebbia che avvolge Ceselli come un manto di silenzio. Ciro si sveglia nel piccolo ostello dove ha trascorso la notte insieme ad altri due pellegrini. Poche parole, sguardi complici, poi ognuno riprende il proprio cammino interiore. È il bello del pellegrinaggio: si cammina fianco a fianco, ma in realtà si è soli — soli di fronte a Dio, soli di fronte a se stessi. Poco dopo l’inizio, il sentiero comincia a salire. È una salita lunga, severa, che taglia il fianco della montagna tra arbusti e ruscelli che bisbigliano preghiere d’acqua. La pioggia del giorno prima ha reso ogni pietra scivolosa, e ad ogni passo il terreno sembra voler mettere alla prova la fede del pellegrino. Il fiato si fa corto, le gambe bruciano, ma in quell’affanno Ciro sente di purificarsi, come se ogni goccia di sudore fosse un atto di penitenza, una confessione silenziosa. A oltre mille metri d’altezza il mondo sembra svanire, i rumori della città diventano un ricordo lontano. Qui regna solo la voce del vento, che si fa preghiera continua. È un luogo dove l’anima ritrova la propria misura dopo averla smarrita tra i clamori della vita urbana — quella vita che molti, come lui, hanno dovuto abbandonare per riscoprire il gusto della solitudine, dell’essenziale. All’improvviso una melodia taglia l’aria: una musica che sembra venire da un altro tempo, accompagnata da una scritta improvvisa su una pietra umida: “Caffè”. Ciro sorride incredulo. Avanza e, dietro una curva, scopre una piccola chiesa sconsacrata. Le sue mura scrostate profumano d’incenso antico e di legna bruciata. Lì lo accoglie Mario — un uomo dal volto sereno e dalla barba bianca, con un accento romano e un sorriso che sa di luce. Racconta la sua storia mentre versa il caffè fumante: anni passati davanti a uno schermo, tra il traffico e il rumore della capitale. Poi, un giorno, la chiamata del silenzio. Ha chiesto ai frati di Spoleto di potersi occupare della chiesetta, e da allora vive qui, in solitudine, “perché solo così,” dice, “si può sentire la voce di Dio davvero, quando tutto il resto tace.” Le sue parole restano nella mente di Ciro come un’eco sacra. Beve il suo caffè piano, come se stesse partecipando a un rito. Poi, dopo un breve saluto, riprende il cammino. Il sentiero comincia a scendere verso Spoleto, ma la discesa è infida. Le pietre viscide chiedono prudenza, ogni passo è un atto di attenzione, quasi una meditazione sul limite umano. A un certo punto un cane randagio compare dal nulla. Cammina al suo fianco, silenzioso e fedele, come un angelo custode travestito. Lo accompagna fino alle porte di Spoleto, poi scompare tra i campi, come se la sua missione fosse compiuta. Spoleto appare all’orizzonte come una visione dorata. Arroccata tra i colli, con la maestà della Rocca Albornoziana che domina la valle, la città sembra pregare in silenzio. Le sue pietre antiche raccontano secoli di fede e battaglie, e tra i vicoli raccolti si respira un’armonia che viene dall’alto. Nel Duomo, Ciro scopre un tesoro nascosto: una lettera che San Francesco scrisse a Frate Leone nel 1222, un semplice foglio, eppure colmo d’amore fraterno e misericordia. Guardandola, Ciro sente che ogni passo compiuto, ogni salita e discesa, ogni incontro e solitudine, lo avvicina sempre più a quella pace che solo la fede può offrire. La sera cala lenta su Spoleto, e il pellegrino raggiunge il dormitorio dove passerà la notte. Da lontano, il profilo del Monteluco veglia sulla città come una mano benedicente. Domani Assisi sarà un po’ più vicina, ma già ora Ciro sa che la vera meta si trova dentro di sé — nel silenzio conquistato passo dopo passo, dove Dio finalmente parla.

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