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HANTAVIRUS DEI TOPI : MINISTERO DELLA SALUTE ALLERTA UFFICI DI FRONTIERA

di Marco ZambianchiĀ 
PARMA – Come microbiologo, non posso stare zitto: di fronte a un virus poco conosciuto come questo hantavirus, la prima cosa di cui abbiamo un disperato bisogno ĆØ un test rapido, affidabile e alla portata di tutti. Senza quello, ĆØ come cercare di spegnere un incendio nella nebbia più fitta con gli occhi bendati. Non distingui i portatori sani dai malati, il contagio corre sottotraccia come un fiume carsico e quando te ne accorgi ĆØ giĆ  troppo tardi.
L’abbiamo fatto con i tamponi antigenici per la COVID-19, l’abbiamo fatto con i test ELISA per l’HIV: questo non ĆØ un drago mitologico, ĆØ un virus. Possiamo farcela, ma serve la volontĆ  di buttarsi a capofitto invece di inseguire la nave a scoppio ritardato.
E intanto la situazione sulla nave da spedizione che girava nell’Atlantico meridionale mi preoccupa parecchio. Partita da Ushuaia all’inizio di aprile con quasi 150 persone tra passeggeri ed equipaggio, ha toccato posti remoti e selvaggi: Antartide, Georgia del Sud, Tristan da Cunha, Sant’Elena. Luoghi che sembrano cartoline, ma possono nascondere sorprese spiacevoli. I casi confermati sono giĆ  otto, con tre morti, tra cui una coppia olandese. Altri tre sospetti sono stati evacuati d’urgenza verso i Paesi Bassi, e c’è pure un nuovo caso in Argentina, nella zona andina, anche se per ora non collegato direttamente alla nave.
Quello che mi angoscia di più ĆØ come si sia diffusa l’infezione. Sembra che non sia nata a bordo, ma che la coppia olandese abbia contratto il virus in Sudamerica, forse durante un’escursione vicino a topi infetti e poi lo abbia passato ad altri attraverso contatti stretti. Un hantavirus delle Ande, uno dei pochissimi che riesce a saltare da persona a persona: ĆØ come aver aperto una porta che credevamo sigillata. Immaginate un fuoco che invece di bruciare solo dove lo accendi, comincia a propagarsi anche tra le braci vicine.
Ancora più inquietante ĆØ che ventitrĆ© passeggeri siano sbarcati a Sant’Elena il 21 aprile e siano tornati a casa, in Australia, Stati Uniti, Taiwan, Inghilterra e chissĆ  dove, senza controlli immediati. Gente che ha ripreso la vita normale mentre il virus poteva viaggiare con loro come un clandestino silenzioso. Per fortuna le autoritĆ  stanno correndo ai ripari: tracciamento dei contatti, evacuazioni, analisi in laboratori specializzati.
La nave ĆØ ora a Capo Verde e dovrebbe attraccare sabato a Tenerife, con i passeggeri stranieri rimpatriati. L’Organizzazione mondiale della sanitĆ  continua a dire che il rischio globale resta basso e per ora non servono restrizioni ai viaggi. Però da microbiologo vi dico: basso non significa zero. Ogni focolaio di un patogeno nuovo ĆØ una spia che lampeggia nel buio e senza un metodo di screening veloce e diffuso rischiamo di spegnere le luci una per una invece di illuminare tutto il campo.
Per questo insisto, con forza e preoccupazione: dobbiamo attrezzarci subito. Test rapidi, igiene rigorosa, sorveglianza attenta per settimane. Perché questo virus, come tanti altri prima di lui, ci ricorda che la natura non fa sconti e che la nostra migliore difesa resta la capacità di vedere in tempo chi porta il problema dentro di sé prima che lo sparga in giro. Non è allarmismo, è semplice responsabilità scientifica.

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