IL MITO DELLE ORIGINI. SANTA MARIA DI CIVITATOMASSA: LA STORIA IN UN DOCUMENTO DEL 1810
di Angelo De AngelisĀ
SCOPPITO – Corre lāanno 1810, il 26 di aprile.
Siamo a Santa Maria, āvilla del Comune di Civitatomassaā: il sig. Marcantonio Amedoro, figlio del fu Stefano si sveglia poco prima dellāalba, si lava e indossa i vestiti della festa. Una colazione in tutta fretta e va a sellare la cavalla. Eā nervoso, carico di tensione; sale in groppa e a trotto si dirige verso Aquila. Sono necessarie poco meno di due ore per arrivare a destinazione. Porta con sĆ© alcuni documenti che forse saranno necessari per le cose da fare; qualche giorno prima le poste regie hanno recapitato un invito a recarsi presso gli uffici provinciali del āRegio Demanioā per comunicazioni urgenti che lo riguardano.
Capisce di cosa vogliono parlare: da qualche anno il suo piccolo mondo ĆØ cambiato e teme che questo si ripercuota pesantemente sulla sua vita e quella della famiglia. Man mano che si avvicina alla destinazione la tensione aumenta ā¦.
ā¦in Francia cāera stata la rivoluzione, chiusa definitivamente con lāassunzione del potere assoluto da parte dellāastro nascente di nome Napoleone Bonaparte; dopo una serie di campagne militari in Italia, nel 1805, Napoleone ĆØ stato incoronato re dāItalia; e cāĆØ la spartizione del Bel Paese tra le potenze europee egemoni; tre anni dopo, siamo al 1808, suo cognato Giovacchino Murat diviene re di Napoli e come tale assume il nome di Giovacchino Napoleone.
Murat era un valente generale; si dimostra anche ottimo governatore avviando la realizzazione di opere pubbliche e riforme sociali.
Eā ben voluto dalla popolazione, che ne apprezza la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e alcuni tentativi di porre riparo alla sua miseria.
Murat introduce nel regno il Codice Napoleonico che, tra le varie riforme, legalizza, per la prima volta nella penisola, il divorzio, il matrimonio civile e l’adozione, cosa per niente gradita dal clero. Vieta per motivi di igiene la sepoltura allāinterno delle chiese e delle cittĆ ed espropria molti beni ecclesiastici, tra i quali lāorto del Convento di Santa Maria del Soccorso, dove si realizza il cimitero dellāAquila.
Un battito di ciglia, e ci troviamo sempre a Santa Maria. Andavo spesso a trovare mio nonno Eliseo. Mi piaceva sedermi in sua compagnia a guardare il fuoco che scoppiettava nel camino e perdermi ad ascoltare le sue storie; mettevamo sotto la brace alcune patate ricoprendole prima di cenere e quelle, insieme ad un bicchiere di vino, diventavano la nostra apericena! Gli argomenti che più mi appassionavano erano le sue avventure di guerra – ma quelle meritano ben altri racconti – e le vecchie storie di famiglia.
Nonno Eliseo era stato educato al āculto degli antenatiā e gli piaceva narrare il suo āmito delle originiā. Raccontava che un suo antenato, insieme al fratello, avevano abbandonato il paese di origine, Arischia, e si erano stabiliti uno a Santa Maria, lāaltro al paese di fronte verso est, Collettara. Questo esodo avvenne āsette etĆ ā prima di lui, sette generazioni e nonno enunciava, a ritroso, i nomi di tutti e sette i suoi antenati diretti e delle loro mogli: ne ricordo alcuni: Berardo, Marcantonio, Vincenzo, Stefano; qualche nome si ripeteva, ma li ho dimenticati ed ancora mi rammarico di non averli mai annotati.
Nonno Eliseo raccontava che quel primo suo antenato emigrato da Arischia a Santa Maria stipulò un contratto di enfiteusi con il convento di san Filippo Neri in forza del quale acquisì in uso le proprietà , case e terreni, che hanno dato un tetto e lavoro per generazioni e generazioni.
Mi divertivo a fare il conto degli anni per calcolare lāepoca di questo atto di fondazione della famiglia di mia madre, ed il conto mi portava più o meno al 1700. Ho sempre pensato che la causa di quellāemigrazione fosse stato il terremoto catastrofico del 1703, che sterminò un buon trenta per cento della popolazione e rimescolò la struttura sociale dellāAquila e dei paesi vicini, ma ā¦
⦠Marcantonio arriva allāAquila ed entra al palazzo della Provincia. Sa che i beni del Monastero di san Filippo Neri sono stati espropriati dal nuovo regime francese del regno di Napoli e teme che questo possa avere serie conseguenze per sĆ© e per la sua famiglia. Entra e trova un rappresentante del āReal Demanioā, Don Carlo Guillaume, assistito da un notaio. Senza tanti preamboli gli sottopongono un atto da sottoscrivere, dopo aver citato lāarticolo 2263 del codice āNapoleoneā. Col cuore in gola comincia a leggere:
āREGNO DI NAPOLI A. 26 APRILE 1810 GIOVACCHINO NAPOLEONE RE DELLE DUE SICILIE AMMIRAGLIO DELLāIMPERO.ā
āPersonalmente costituiti davanti a me notaio ⦠Marcantonio Amedoroā¦quale erede dei suoi antenatiā¦..ave asserito legittimamente possedere i seguenti beni enfitenuti del soppresso Monastero di San Filippo Neriā¦.ā
Segue la lettura dei beni oggetto del contratto di enfiteusi: una casa diruta, alcune casaline ed un orticello antistante di coppe una in Santa Maria, un terreno di coppe 65 in prossimitĆ di Fontebianca, un terreno di coppe otto in localitĆ Pizzano, un terreno di coppe 14 con attaccata casalina in Santa Maria; terreno di coppe quattro nei pressi della chiesa di santāAndrea.
Marcantonio continua a leggere e pian piano la tensione, ormai alle stelle, comincia ad allentarsi; il battito del cuore riprende il suo ritmo regolare: lāatto non ĆØ altro che la voltura, a nome del Regio Demanio, del precedente āistrumento di enfiteusi stipulato avanti a Notar Domenicantonio Patrizio addi 13 dicembre 1677ā e conferma anche il canone di āducati otto da pagare entro il primo novembre di ogni annoā, stabilito oltre centotrentāanni prima.
Mi torna in mente lāantico detto attribuito al Guicciardini dei primi anni del 1500 āo Franza o Spagna, purchĆ© se magnaā ed immagino quel mio lontano antenato tirare un grande sospiro di sollievo: non cambiava nulla rispetto alla primitiva situazione, cambiava solo il padrone. Firmò senza indugio lāatto, ne prese una copia e via al galoppo verso Santa Maria a dare la buona novella ai familiari.
Mi piace pensare che il giorno dopo fu macellato il più bel capretto e alcune galline, furono ammassate un bel poā di sagnette e fu festa per tutto il paese⦠e penso che sia andata proprio cosƬ, perchĆ© le belle notizie, come le cattive e come il lavoro nei campi, venivano sempre condivisi con lāintera comunitĆ . Lo spirito di aggregazione tra gli abitanti del borgo era una specie di cassa di mutuo soccorso, che faceva si che tutti partecipassero agli avvenimenti di ciascuna famiglia nel bene e nel male; di quello spirito sono stato testimone anchāio quando, bambino, passavo lāestate a Santa Maria: i matrimoni, i battesimi, le morti, ma anche lāaratura, la mietitura, la vendemmia, la concia del grano, la cottura del pane nel forno comune, erano riti che si celebravano in maniera collettiva e tutti partecipavano alle cerimonie ed al lavoro di ciascuna altra famiglia del Paese.
Lāatto pubblico del 1810 ĆØ stato trovato anni fa, per caso, dal mio amico Carlo, originario di Santa Maria, che vive a Rieti e lavora presso uno studio notarile. Rilevatone il contenuto, me ne ha fatto copia.
Ogni volta che lo rileggo continuo ad emozionarmi nel riconoscere, in quella antica descrizione dei beni, i terreni di famiglia, la casa e lāorto antistante dove, bambino, ascoltavo i racconti biblici di nonno Berardo, padre di nonno Eliseo, e giocavo a fare il paracadutista con mio cugino Paolo, gettandomi su un cumulo di paglia dal tetto proprio di quella casalina indicata nellāatto, utilizzata allora, ma anche per secoli precedenti, come pollaio. Quellāatto rappresenta per me la prova storica del āmito delle originiā tante volte narrato da nonno Eliseo e da lui completato con tanti altri racconti, come il riscatto di quei beni avvenuto dopo lāunitĆ dāItalia, o la ristrutturazione della casa fatta nel 1864, data che campeggia sul camino in cucina o lāampliamento realizzato nel 1899, alla nascita del suo terzo fratello, zio Pasquale, soldato bambino arruolato come carabiniere dopo la disfatta di Caporetto, insieme a zio Giggino Caccia e tanti altri āragazzi del ā99ā. Nonno Eliseo aveva allora sette anni ed aiutava i grandi nel cantiere. Veniva issato sul ābastoā del somaro e lo conduceva da Santa Maria al Cermone, dove era in funzione una fornace per la produzione della calce. LƬ il titolare della ditta lo scendeva di peso, perchĆ© lui era troppo piccolo e rischiava di farsi male, caricava la soma di calce e lo issava di nuovo sul somaro che, anche senza attenzioni particolari nella conduzione, percorreva senza esitare i nove chilometri che lo separavano dal cantiere.
Faccio ancora un salto in avanti nel tempo, siamo al 1973. Mi trovo allāinterno della FacoltĆ di Ingegneria per sostenere lāesame di Analisi 2; davanti a me un professore austero, serioso, spauracchio di generazioni intere di studenti. Mi fa alcune domande, rispondo un poā bene ed un poā male; riesco a lucrare un bel ventitrĆ© che non ĆØ tanto, ma mi fa ugualmente felice. Il professore prende il libretto per annotare il voto, guarda il luogo di nascita e mi fa unāultima domanda assolutamente irrituale: āsci natu a Scuppitu, di chi sci fijiu?ā. Ero giovane ed imbranato, sono rimasto di sasso ed a stento ho dato nome e cognome dei genitori: il Prof., originario anche lui a mia insaputa di Scoppito, esclama: āAhhh sci della razza deji Ministri e deji Pantalani!ā. Immaginate il mio stupore. Che i miei antenati paterni avessero il soprannome āji Ministriā lo sapevo, ed ĆØ questa unāaltra bella storia da raccontare. Ma che i miei antenati materni di cognome Amedoro avessero il soprannome di āPantalaniā non lo sapevo proprio, nĆ© sono mai riuscito a conoscerne lāorigine. Forse il fatto che alcuni loro terreni tra quelli elencati nellāatto notarile del 1810 fossero in localitĆ āPantanoā, per la presenza di acque affioranti⦠Ma ĆØ solo unāipotesi!
⦠Con la prova storica del āmito delle originiā ho scoperto che il terremoto del 1703 non cāentrava nulla con il trasferimento di quel primo antenato a Santa Maria che infatti era avvenuto nel 1677; forse, ma anche questa ĆØ una ipotesi, furono gli effetti dellāultima grande peste, che iniziò a propagarsi nel Regno di Napoli lāanno 1656 e che decimò gli abitanti di mezza Europa. Ritengo la cosa probabile, dal momento che nellāatto notarile si parla di una ācasa dirutaā, e quindi disabitata da parecchio tempo. Forse lāabbandono da parte di altri di quei terreni a causa della peste fece intravedere al mio bis-bis-bis nonno la possibilitĆ di nuova vita.
Eā questa una storia piccola piccola di una persona che nel lontano 1677 ha avuto il coraggio di sradicarsi dal luogo di origine insieme al fratello, per tentare la sorte e dare un futuro migliore ai suoi figli; nulla di più di quello che ĆØ successo a fine ottocento, dopo la prima e dopo la seconda guerra mondiale a tanti italiani emigrati in America o in Germania o in Australia o a fare le talpe nelle miniere di carbone del Belgio; nulla di nuovo rispetto a ciò che viviamo nei giorni dāoggi ritrovandoci in una societĆ multietnica che comprende slavi, arabi, africani, indiani, cinesiā¦. Siamo, noi uomini, una specie votata allāemigrazione: spesso dimentichiamo, o per voluta ignoranza facciamo finta di non sapere, che la nostra origine comune si trova nel Corno dāAfrica e che in quarantamila anni che sembrano tanti ma sono soltanto millecinquecento generazioni, un battito di ciglia, abbiamo occupato, passo dopo passo, tutta la terra, fino agli angoli più remoti ed inospitali: siamo tutti emigranti e la nostra casa comune ĆØ la terra!



