Cronaca AvezzanoCronaca L'AquilaCulturaIn-Evidenza AvezzanoIn-Evidenza L'Aquila

25 APRILE. LIBERAZIONE: BRIGATA EBRAICA E ARABI PALESTINESI INSIEME CONTRO IL NAZIFASCISMO

 

di Rolando Dubini

L’AQUILA – C’è una cosa curiosa, nella storia: quando un fatto ĆØ scomodo, tutti cercano di tirarlo per la giacca. Qualcuno lo ingrandisce fino a farne un monumento equestre; qualcun altro lo rimpicciolisce fino a ridurlo a una nota a piĆØ di pagina, possibilmente in corpo 6, cosƬ non la legge nessuno. La Brigata ebraica, nella memoria del 25 aprile, ha subito entrambe le operazioni: da una parte chi la brandisce come una bandiera del presente, dall’altra chi vorrebbe cancellarla perchĆ© disturba il proprio racconto politico.
E invece la prima cosa da fare, come sempre, sarebbe molto più semplice e molto più faticosa: rimetterla al suo posto.
La Brigata ebraica fu una formazione militare reale, non una leggenda propagandistica inventata dopo. Nacque formalmente nel 1944 come Jewish Infantry Brigade Group, dentro l’esercito britannico, ed era composta in larga parte da ebrei provenienti dalla Palestina mandataria. Non era dunque un esercito nazionale israeliano — lo Stato d’Israele non esisteva ancora — ma una unitĆ  dell’esercito imperiale britannico, autorizzata a portare insegne ebraiche e inserita nella macchina bellica alleata. GiĆ  questo basterebbe a far venire il mal di testa ai semplificatori, categoria antica quanto il peccato originale e generalmente più rumorosa.
Prima della Brigata vera e propria vi erano state compagnie ebraiche e arabe reclutate nella Palestina sotto mandato britannico. Nel 1940 giovani ebrei e arabi residenti nei territori mandatari furono arruolati in compagnie distinte nei Buffs, cioè il Royal East Kent Regiment; poi, nel 1942, venne creato il Palestine Regiment, composto da personale ebraico e arabo volontario, organizzato però in battaglioni separati.
Qui bisogna subito aggiungere un elemento che spesso viene dimenticato perchĆ© rovina la geometria delle memorie contrapposte: durante la Seconda guerra mondiale migliaia di arabi palestinesi combatterono anch’essi nell’esercito britannico contro il nazifascismo. Gli studi di Mustafa Abbasi hanno richiamato l’attenzione su circa 12.000 volontari palestinesi arabi. Alcuni servirono accanto a volontari ebrei, alcuni furono fatti prigionieri insieme a loro. ƈ una di quelle immagini che la storia, quando vuole vendicarsi dei propagandisti, tira fuori dal cassetto: palestinesi ed ebrei con la stessa uniforme britannica, lo stesso rancio verosimilmente immangiabile, lo stesso nemico davanti.
Questo non cancella nulla di ciò che sarebbe venuto dopo: la guerra del 1948, la Nakba, la nascita di Israele, l’esilio palestinese, l’occupazione, il terrorismo, le repressioni, Gaza, Netanyahu, Hamas, le vendette trasformate in dottrina politica. Ma proprio perchĆ© non cancella nulla, quella pagina ĆØ preziosa. Ricorda che i popoli non nascono come blocchi di marmo giĆ  destinati a odiarsi nei secoli dei secoli. Sono societĆ , non statue. E le societĆ  sono contraddittorie, attraversate da scelte diverse, paure, speranze, opportunismi, convinzioni e bisogni materiali. La storia, poveretta, non entra mai bene negli slogan: le rimangono sempre fuori i piedi.
La Brigata ebraica, però, ebbe una sua specificitĆ . Il movimento sionista disponeva di una strategia politica e nazionale più definita rispetto alla componente araba palestinese: combattere Hitler, certo, ma anche costruire legittimitĆ , esperienza militare, capacitĆ  organizzativa e riconoscimento internazionale in vista di un futuro Stato ebraico. I britannici lo sapevano benissimo, ed ĆØ per questo che procedettero sempre con cautela. Volevano soldati, non futuri problemi addestrati da loro. ƈ la classica prudenza imperiale: usare gli uomini, ma non al punto da renderli troppo autonomi. L’Impero britannico non era una scuola di libertĆ ; era un’amministrazione mondiale con eccellente cancelleria e coscienza molto elastica.
La Brigata venne impiegata in Italia nella fase finale della guerra, nel quadro dell’Ottava Armata britannica. Fu schierata sul fronte adriatico, entrò in linea nel marzo 1945 e combattĆ© ad Alfonsine, a Brisighella, sul Senio, partecipando allo sfondamento della Linea Gotica. Operò accanto a reparti alleati e italiani, compresi il Corpo Italiano di Liberazione e il Gruppo di combattimento Friuli.
Questo va detto con chiarezza: la Brigata ebraica partecipò alla Liberazione dell’Italia. Negarlo ĆØ falso. Ma va detto con altrettanta chiarezza: non fu ā€œlaā€ Liberazione italiana, nĆ© ne fu il soggetto centrale. La lotta di Liberazione in Italia ebbe come asse interno il movimento partigiano italiano, con tutte le sue componenti politiche, militari e territoriali: comunisti, azionisti, socialisti, cattolici, monarchici, liberali, autonomi, militari sbandati dopo l’8 settembre, giovani renitenti alla leva repubblichina, donne staffette, operai, contadini, intellettuali, preti, ufficiali, disertori diventati combattenti. Una realtĆ  enorme, disordinata, eroica e talvolta tragica, come tutte le guerre civili e di liberazione.
A questo asse interno si affiancò l’avanzata degli eserciti alleati: statunitensi, britannici, canadesi, neozelandesi, sudafricani, indiani, polacchi, francesi, brasiliani, greci, reparti coloniali e dominion dell’Impero britannico, e molte altre presenze che i manuali scolastici spesso liquidano in due righe, come se la guerra fosse stata combattuta da tre pedine su una cartina. C’erano anche militari sovietici fuggiti dai campi di prigionia tedeschi e confluiti nelle formazioni partigiane italiane; c’erano jugoslavi, sloveni, croati, austriaci antinazisti, tedeschi disertori, e una quantitĆ  di uomini che la storia nazionale fatica sempre a classificare, perchĆ© non avevano la cortesia di morire sotto una bandiera comoda.
Dentro questo quadro, la Brigata ebraica fu una formazione significativa, simbolicamente importante, militarmente presente ma numericamente limitata. Il suo ciclo operativo in Italia durò dal 3 marzo alla fine di aprile 1945, con caduti e feriti; il dato degli 83 caduti e circa 200 feriti ĆØ spesso riportato, ma andrebbe sempre precisato secondo i criteri di conteggio adottati. Fu dunque un tassello reale del mosaico alleato e resistenziale, non il mosaico intero. E chi trasforma un tassello nel pavimento completo fa un’operazione poco storica e molto commemorativa.
La sua importanza, però, non fu solo militare. Dopo la Liberazione, i membri della Brigata e delle unità ebraiche presenti in Italia svolsero una funzione fondamentale nel soccorso agli ebrei sopravvissuti alla persecuzione nazifascista: assistenza materiale, riapertura di istituzioni comunitarie, sostegno agli orfani, organizzazione di centri di raccolta, collegamenti con la Delasem, aiuto ai profughi. A Roma, Milano, Bari, Pontebba, Selvino e in altre località, questi militari contribuirono a ricostruire una vita ebraica devastata dalla deportazione e dallo sterminio.
In questa attivitĆ  si inserƬ anche il sostegno alla BrichĆ  e all’Aliyah Bet, cioĆØ le reti di emigrazione clandestina verso la Palestina mandataria, osteggiate dagli inglesi. Qui la storia diventa quasi grottesca: soldati formalmente britannici aiutavano ebrei sopravvissuti a violare le norme britanniche sull’immigrazione in Palestina. L’Impero li aveva arruolati per combattere Hitler, ma pretendeva poi di impedirgli di aprire una via d’uscita per i sopravvissuti di Hitler. La burocrazia, quando vuole, sa essere più tragica del destino.
C’è poi la pagina più scura, quella delle operazioni clandestine contro ex nazisti e collaborazionisti, comprese le attivitĆ  del gruppo Tilhas Tizig Gesheften e i rapporti con l’operazione Nakam. Anche qui serve cautela: vi furono azioni di intelligence, vendetta, ricerca di criminali nazisti, uso di documenti, uniformi e coperture. Ma bisogna distinguere la Brigata come unitĆ  militare regolare da gruppi autonomi o semi-clandestini che si mossero anche utilizzando contatti e strumenti provenienti da quell’ambiente. Claudio Vercelli in un suo articolo del 2019 ricorda questa dimensione, ma ĆØ opportuno evitare numeri troppo assertivi sulle vittime senza precisare che la materia ĆØ controversa e che le fonti non sempre consentono conclusioni chirurgiche. La storia non ĆØ un’autopsia perfetta: qualche volta il cadavere ĆØ stato spostato, e pure più volte.
Resta poi il nodo politico contemporaneo. Nel 2017 la Brigata ebraica ha ricevuto la Medaglia d’Oro al Valor Militare; la cerimonia pubblica si ĆØ svolta nel 2018. ƈ un riconoscimento legittimo al contributo dato alla lotta contro il nazifascismo. Ma nessuna medaglia può autorizzare un uso improprio della memoria. La Brigata ebraica combattĆ© contro Hitler e contro il nazifascismo; da questo non discende automaticamente alcuna assoluzione preventiva per le politiche dello Stato d’Israele, nĆ© per l’occupazione, nĆ© per Gaza, nĆ© per il governo Netanyahu. Allo stesso modo, la critica a Israele non autorizza a negare la storia della Brigata ebraica o a trasformare ogni simbolo ebraico in provocazione.
Ecco il punto: la memoria non deve diventare un lasciapassare politico, ma neppure un tribunale retroattivo.
Chi dice che la Brigata ebraica non c’entra nulla con la Liberazione italiana dice una sciocchezza storica. Chi invece pretende di usare la Brigata ebraica per chiudere la bocca a ogni critica verso Israele compie un’altra operazione scorretta. Sono due falsificazioni diverse, ma sorelle: una cancella, l’altra sequestra.
Bisogna poi essere altrettanto rigorosi sul versante palestinese. Il collaborazionismo del MuftƬ di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini con il Terzo Reich ĆØ un fatto storico e non va edulcorato. Ma non si può usare quella figura per identificare un intero popolo con il nazismo. Sarebbe una falsificazione indegna. Migliaia di arabi palestinesi combatterono contro l’Asse nell’esercito britannico. Alcuni lo fecero per convinzione, altri per necessitĆ  economica, altri per ragioni familiari o personali. Ma lo fecero. E ricordarlo non serve a costruire una santificazione simmetrica dei palestinesi; serve a impedire la demonizzazione collettiva.
Dunque, se vogliamo raccontare seriamente questa storia, dobbiamo tenere insieme quattro elementi.
Primo: la Brigata ebraica fu una formazione reale dell’esercito britannico, composta prevalentemente da ebrei della Palestina mandataria, e combattĆ© in Italia contro il nazifascismo.
Secondo: il suo ruolo nella Liberazione fu vero ma circoscritto, inserito nel più ampio contesto degli eserciti alleati e della Resistenza italiana, che rimane il soggetto politico e morale centrale della lotta di liberazione nazionale.
Terzo: dalla Palestina mandataria non vennero solo combattenti ebrei; vi furono anche migliaia di volontari arabi palestinesi arruolati contro l’Asse, una storia rimossa perchĆ© scomoda sia alla memoria sionista sia a quella palestinese.
Quarto: nessuna memoria della Seconda guerra mondiale può essere usata come manganello per assolvere o condannare il presente in blocco. La storia non è una clava. È più simile a uno specchio incrinato: riflette, ma costringe a guardare anche le crepe.
Alla fine, la Brigata ebraica va ricordata. Non venerata, non cancellata, non arruolata postuma in guerre simboliche che non poteva conoscere. Va ricordata per quello che fu: una formazione ebraica dentro l’esercito britannico, parte dello sforzo alleato, presente nella fase finale della campagna d’Italia, importante per i sopravvissuti ebrei nel dopoguerra, e politicamente collegata al movimento sionista che avrebbe contribuito alla nascita dello Stato d’Israele.
Ma accanto a questa memoria va ricordata anche l’altra: quella dei volontari arabi palestinesi che combatterono contro Hitler e Mussolini, senza riuscire poi a trasformare quel sacrificio in riconoscimento politico. La storia non premia sempre chi combatte dalla parte giusta; spesso si limita a lasciarlo in archivio, dove poi bisogna andarlo a cercare con pazienza, mentre fuori la gente urla slogan.
E il 25 aprile italiano? Il 25 aprile resta la festa della Liberazione dal nazifascismo e dal fascismo repubblichino. ƈ la festa della Resistenza italiana, dentro la vittoria alleata. Non appartiene a una sola bandiera estera, nƩ a una sola memoria importata. Chi vi partecipa dovrebbe farlo sapendo che entra in una storia grande, plurale, italiana e internazionale insieme. Una storia dove combatterono partigiani italiani e soldati alleati, ebrei della Brigata ebraica e polacchi di Anders, americani e britannici, francesi e coloniali, sovietici evasi dai lager e jugoslavi, cattolici e comunisti, monarchici e repubblicani, uomini e donne che spesso non si sarebbero sopportati a cena, ma che in quel momento avevano davanti il medesimo nemico.
Il che, a ben vedere, ĆØ una delle poche lezioni serie della storia: qualche volta gli esseri umani riescono a fare la cosa giusta anche senza essere d’accordo su tutto. Poi, naturalmente, appena finita la guerra, ricominciano a litigare. Ma questa, purtroppo, non ĆØ una degenerazione della storia: ĆØ la storia.
FONTI E LINK – Brigata ebraica, volontari palestinesi e Liberazione italiana
1. Claudio Vercelli, ā€œLa Brigata ebraicaā€, Patria Indipendente / ANPI, 23 aprile 2019.
Fonte principale dell’articolo allegato: ricostruzione della Jewish Infantry Brigade Group, Palestine Regiment, impiego in Italia, Alfonsine, Brisighella, Senio, funzioni postbelliche, Nakam e Medaglia d’Oro.
Link:

La Brigata ebraicaĀ 


2. Mustafa Abbasi, ā€œPalestinians fighting against Nazis: The story of Palestinian volunteers in the Second World Warā€, War in History, vol. 26, n. 2, 2019, pp. 227-249.
Studio accademico sul reclutamento di volontari arabi palestinesi nell’esercito britannico durante la Seconda guerra mondiale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarĆ  pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *