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SCIENZIATI IN TRINCEA. NEGLI STATI UNITI TUTTI IN POLITICA CONTRO L’ANTISCIENTISMO DI TRUMP

di Marco Zambianchi*
PARMA – Negli Stati Uniti sta succedendo una mezza rivoluzione con gli scienziati che invece di starsene nel loro laboratorio a giocare con provette come dei pazzi felici, decidono di buttarsi in politica come se fosse l’ultima pizza rimasta sul tavolo a una festa.
Immaginate: per le elezioni di mid-term di novembre, il numero di cervelloni con dottorato che si candidano ĆØ triplicato e tutto perchĆ© Trump ha preso la scienza governativa e l’ha trattata come un vecchio divano da buttare via. Ha tagliato i finanziamenti, ridefinito gli obiettivi come se fosse un reality show e nel secondo anno ha spedito a casa o in pensione anticipata diecimila ricercatori, tipo un licenziamento di massa degno di un capo che odia le feste di fine anno.
Il CDC, il centro che controlla le malattie, ĆØ stato definito ā€œcorrottoā€ dal segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., che poi ha fatto le pulizie di primavera mandando via gente e cambiando le regole sui vaccini per i bambini senza nemmeno chiedere ai pediatri, come se decidesse il menù di un ristorante stellato ordinando solo patatine.
E qui entra in scena l’organizzazione 314 Action, una specie di agenzia di talenti che recluta scienziati, ingegneri e medici democratici, li finanzia e li spinge a candidarsi: ha ricevuto più di settecento richieste in questo giro di mid-term, tutti con lo stesso sogno: ricostruire un potere politico che non tratti la scienza come un optional.
Fino a poco tempo fa, nel 2025, solo il tre per cento delle poltrone politiche era occupato da gente con camice bianco; gli scienziati preferivano starsene in disparte, convinti che la scienza dovesse essere come un’isola privata, lontana dalle beghe di partito. Poi ĆØ arrivato l’attacco frontale – licenziamenti, dubbi sul metodo scientifico, negazione del cambiamento climatico, intelligenza artificiale trattata come un elettrodomestico che consuma energia senza regole, e salute pubblica ridotta a opinione – e boom, hanno appeso il camice al chiodo per difendere il loro orticello.
In Italia invece? Silenzio radio, zero code davanti alle segreterie di partito, niente ondata di ricercatori che mollano il microscopio per il palco. Gli scienziati qui rispondono ai tagli al bilancio del MUR – che ci sono, eh, 247 milioni in meno nel 2025 e altri in arrivo – con le solite armi: petizioni, lettere aperte, appelli collettivi delle societĆ  scientifiche, come un coro di gatti che invece di graffiare fanno le fusa e mandano un memorandum al padrone di casa. Nessuna organizzazione tipo 314 Action che segnali un boom di candidature, nessun record di camici che entrano in lista. Il Parlamento resta pieno di laureati in legge ed economia, mentre gli STEM sono una minoranza stabile come le olive in un’insalata caprese.
E ora, perchƩ non succede lo stesso da noi?
Primo: negli USA la scienza ha sentito un attacco diretto al suo ā€œrecinto sacroā€, quello steccato invisibile che la tiene separata dalla politica. Chiamatelo boundary work, ma immaginatevelo come il giardino di casa dove i politici entrano a fare la cacca del cane e gli scienziati escono con il forcone per cacciarli. Trump e soci hanno violato le regole d’oro della scienza (quell’ethos che ĆØ tipo la carta dei diritti di una partita di calcetto: tutti giocano pulito, condividono la palla, nessuno bara con i gol fantasma).
Qui in Italia i tagli ci sono, ma restano tagli di budget, non un bombardamento ideologico sul metodo scientifico stesso. Non c’è un RFK Jr. che licenzia direttori dell’ISS perchĆ© ā€œnon si fidaā€ dei dati, quindi la minaccia non sembra un’invasione aliena, ma solo un temporale estivo.
Secondo: i sistemi elettorali sono come due sport diversi. In America ĆØ un rodeo selvaggio, candidate-centered, dove chiunque può salire sul toro con un po’ di soldi da amici e un PAC che ti sponsorizza; la polarizzazione bipolare fa sƬ che la scienza diventi un cleavage partigiano, tipo discutere se l’ananas sulla pizza ĆØ un crimine o un capolavoro. In Italia ĆØ un sistema party-centered, proporzionale, dove le candidature le decidono i partiti come il capofamiglia a tavola: uno scienziato outsider ha le stesse chance di entrare in lista quante ne ha un vegano a una grigliata di salsicce. Meglio mandare una lettera al ministro che rischiare di finire ultimo nelle preferenze.
Terzo: la cultura e la fiducia. In Italia gli italiani adorano gli scienziati (fiducia intorno al 7,3 su 10 nei sondaggi), ma li vogliono neutri come arbitri di calcio, non come giocatori in campo. La scienza non ĆØ diventata un tema spaccapopolo come in USA, dove vaccini e clima dividono come la Juve e l’Inter. Qui si preferisce il lobbying istituzionale, le proteste interne, i cervelli in fuga, piuttosto che una rivoluzione di camici. La comunitĆ  scientifica ĆØ frammentata in mille societĆ  disciplinari che scelgono la via della trattativa, perchĆ© nel nostro partitismo ĆØ più efficace di una corsa solitaria.
Insomma, la discesa in campo di massa degli scienziati ĆØ come un’allerta meteo: scatta solo quando la minaccia alla scienza sembra un uragano che sta per spazzare via il laboratorio intero. Negli USA l’uragano c’è, visibile, urlato e partigiano. In Italia ĆØ solo un po’ di vento tra le carte del bilancio. E finchĆ© la politica non prende a calci il metodo scientifico con la stessa forza, i ricercatori resteranno nei loro laboratori a fare scoperte, mandando petizioni e sognando fondi, invece di sognare seggi in Parlamento. ƈ la scienza stessa che spiega perchĆ©: quando il metodo viene attaccato sul serio, la scienza risponde sul serio. Altrimenti, si arrangia con le sue armi di sempre.

*Microbiologo UniversitĆ  di ParmaĀ 

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