QUANDO IL CENSORE INCIAMPA SULLA VERITÀ
Severi con gli altri, distratti con se stessi
C’è un modo semplice per misurare la credibilità di un giornalista: osservare quanto è severo con gli altri e quanto lo è con se stesso.
Negli ultimi giorni, il mirino è stato puntato sui giornalisti di ReteAbruzzo, impegnati come volontari a sistemare il giardino dedicato a Giuseppe Capograssi, in vista della ricorrenza della sua morte. Un gesto semplice, gratuito, utile alla città. Trasformato però in oggetto di sarcasmo e di dileggio: foto, rilievi, osservazioni ripetute, come se si trattasse di un lavoro da ispezionare e non di un’iniziativa spontanea.
Fin qui, si potrebbe liquidare tutto come cattivo gusto. Ma il problema emerge subito dopo.

Nello stesso giornale, nello stesso giorno, compare un errore che pesa molto più di qualsiasi aiuola fuori posto. Nell’articolo sulla ragazza di Sulmona scomparsa e ritrovata viva, si parla di “ultime ore di vita”. Una frase che la dà per morta. Non un dettaglio, ma un errore grave, su una vicenda delicata.
Ed è qui che il contrasto diventa difficile da ignorare: attenzione maniacale per il lavoro degli altri, superficialità nel proprio.
Il punto non è sbagliare — può capitare. Il punto è l’equilibrio. Chi sceglie di fare il censore dovrebbe essere il primo a praticare rigore. Altrimenti la critica perde forza e diventa solo esercizio di superiorità.
Perché alla fine, tra una foto sarcastica e una frase sbagliata, il problema non è il giardino. È la credibilità.




