LA GIUSTIZIA A GETTONE. DECRETO SICUREZZA: CARO AVVOCATO TI PAGO SOLO SE CONVINCI IL TUO CLIENTE MIGRANTE AL RIMPATRIO
L’AQUILA – Non ĆØ un dibattito teorico. Ć una norma giĆ scritta.
Nel decreto sicurezza appena approvato al Senato ĆØ stato introdotto un meccanismo preciso:
lāavvocato che assiste un migrante nel rimpatrio volontario viene retribuito solo se il rimpatrio si realizza, con un compenso parametrato al contributo economico riconosciuto allo straniero.
Tradotto: il compenso dipende dallāesito.
E non da un esito qualsiasi, ma da quello voluto dallāamministrazione.
Non solo.
Parallelamente si restringe lāaccesso al patrocinio a spese dello Stato per chi impugna unāespulsione.
Il risultato ĆØ evidente:
si incentiva una direzione e si rende più difficile percorrerne unāaltra.
E qui il problema non ĆØ politico.
Ć strutturale.
PerchĆ© nel momento in cui leghi il compenso dellāavvocato al risultato che lo Stato si aspetta, non stai regolando una professione.
La stai piegando.
Lāavvocato non ĆØ pagato per ottenere un esito.
Ć pagato per garantire una difesa.
Se il compenso arriva solo quando il cliente aderisce al rimpatrio, si introduce un corto circuito:
il consiglio non è più neutrale,
la difesa non è più libera,
la funzione si altera.
E una difesa non libera ĆØ, per definizione, una difesa infedele.
Questa norma, nei fatti, trasforma il difensore in un ingranaggio del procedimento amministrativo.
In un facilitatore.
In un soggetto che rischia di avere un interesse economico divergente da quello dellāassistito.
E questo non ĆØ compatibile con lāavvocatura.
Non lo ĆØ con la Costituzione.
Non lo ĆØ con la deontologia.
Non lo ĆØ con lāidea stessa di giustizia.
Lāavvocato non ĆØ un intermediario della politica.
Non ĆØ un esecutore dellāamministrazione.
Ć una garanzia.
E lo ĆØ soprattutto quando difendere significa andare controcorrente.
*Giurista





