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EMILIO ALESSANDRINI. L’ABRUZZESE GIUDICE RAGAZZINO UCCISO DAI TERRORISTI DI PRIMA LINEA PERCHE’ TROPPO BRAVO

di Anselmo PaganiĀ 

PESCARA – A trucidarlo a sangue freddo fu un commando di terroristi appartenenti ā€œall’organizzazione comunista Prima Lineaā€, come recitava la rivendicazione.
In ā€œPrima Lineaā€ a delinquere, questa gruppo criminale di estrema sinistra composto da fuoriusciti da Lotta Continua fra il 1976 e il 1983 fu secondo solo alle Brigate Rosse per numero di attentati rivendicati (101) e persone colpite (39 di cui 16 uccise).
La mattina del 29 gennaio 1979 toccò al ā€œgiudice ragazzino”.
Emilio Alessandrini aveva soltanto 36 anni e a Milano era arrivato da 11, dal natio Abruzzo.
Dopo aver lasciato il figlioletto Marco a scuola, come da routine, aveva preso la sua Renault 5 rossa per recarsi al lavoro in Tribunale.
Fermatosi al semaforo fra viale Umbria e via Muratori, quando i killer gli sfondarono il vetro dell’auto sul lato del guidatore, ebbe appena il tempo di dire ā€œcosa volete?” prima di accasciarsi senza vita sul sedile, perchĆ© raggiunto dagli otto colpi di pistola sparati a bruciapelo dagli assassini.
Quel crimine colpĆ­ particolarmente l’opinione pubblica, pur avvezza alle notizie degli assassinii politici che con cadenza quasi quotidiana al culmine dei cosiddetti “anni di piombo” riempivano i titoli dei giornali, sia per la sua efferatezza che per la sua particolaritĆ .
Se infatti ad uccidere Alessandrini fossero stati “i neri”, “tutto sarebbe stato facile da capire”, come scrisse il giorno dopo il quotidiano di ultrasinistra “Lotta Continua”.
Dopo tutto, non era stato proprio Alessandrini, Procuratore della Repubblica fresco di nomina (e di laurea) presso il Tribunale di Milano a capire per primo, a dispetto di tanti depistaggi, la matrice neofascista della strage di Piazza Fontana del 1968?
Ma ad ammazzarlo erano stati “i rossi”, “i compagni che sbagliavano”, come li chiamavano allora i tanti ancora convinti che l’uso della violenza come mezzo di lotta politica potesse provenire solo da ambienti di estrema destra.
Come le carte processuali avrebbero stabilito, a sparare erano invece stati Sergio Segio, capo storico di Prima Linea, e Marco Donat Cattin, figlio di Carlo noto esponente della D.C., mentre gli altri componenti del commando con funzioni di “palo” e autista furono Michele Viscardi, Umberto Mazzola e Bruno Russo Palombi.
La sua “colpa”?
Come si legge nel volantino di rivendicazione: “Alessandrini ha contribuito in questi anni a rendere efficiente la procura della repubblica di Milano… Era una delle figure centrali che il comando capitalistico usa per rifondarsi come macchina militare o giudiziaria efficiente e come controllore dei comportamenti sociali e proletari sui quali intervenire quando la lotta operaia e proletaria si determina come antagonista ed eversiva”.
In altre parole, Alessandrini ā€œdava fastidioā€ perchĆ© era bravo e coraggioso. Ligio al dovere, dopo aver indagato sui delitti di matrice neofascista, aveva iniziato a interessarsi a quelli commessi dall’estremismo di sinistra, cercando di far luce sulle cause del fenomeno e sulle connivenze di cui godeva.
Conscio del pericolo, specialmente dopo che una scheda su di lui era stata rinvenuta dai Carabinieri durante la perquisizione dell’appartamento del terrorista Corrado Alunni, poche settimana prima di morire si era congedato dalla sorella, incontrata a Pescara per le feste di Natale, rassicurandola cosƬ: “Stai tranquilla! Faccio solo il mio dovere. Chi potrebbe volermi tanto male?”.
Senza saperlo, era giĆ  nel mirino dei criminali che gli “volevano tanto male” solo perchĆ© col suo lavoro restituiva credibilitĆ  e prestigio a quelle Istituzioni che loro volevano abbattere.
Il miglior epitaffio su di lui apparve il giorno dopo sul Corriere della Sera.
«Sarà per quella faccia mite, da primo della classe che ci lascia copiare i compiti, sarà per il rigore che dimostra nelle inchieste, Alessandrini è il prototipo del magistrato di cui tutti si possono fidare; era un personaggio simbolo, rappresentava quella fascia di giudici progressisti, ma intransigenti, né falchi chiacchieroni, né colombe arrendevoli»
A scriverlo fu Walter Tobagi, che a distanza di poco più di un anno sarebbe stato vittima anche lui del terrorismo rosso.

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