L’AQUILA E IL SIMBOLO RELIGIOSO DI SAN BERNARDINO. L’ANTICO SOLE DELLA ROCCA DI CALASCIO RINVENUTO DURANTE GLI SCAVI DELL’UNIVAQ
L’AQUILA – Fa discutere, in tutti i sensi, “l’antico sole di San Bernardino”, come annunciato da un organo di informazione, tornato alla luce a Rocca Calascio, nei giorni scorsi, nell’ambito degli scavi archeologici intorno al castello e condotti dall’Università degli Studi dell’Aquila. Una campagna scavi ricompresa nel progetto pilota di rigenerazione culturale, sociale ed economica “Rocca Calascio – Luce d’Abruzzo” del Comune di Calascio selezionato dalla Regione Abruzzo nell’ambito della misura del PNRR del Ministero della Cultura.
Se da un lato, infatti , i soggetti interessati, Comune di Calascio e Univaq, probabilmente lo riconducono al crollo di una chiesa eretta lì, il rettore della basilica aquilana di San Bernardino, padre Daniele Di Sipio, dichiara che il trigramma bernardiniano non per forza fosse legato ad un edificio di culto poiché lo stesso Santo senese raccomandava di esporlo in tutte le case.
“Quel che mi preme chiarire è, però, il fatto che non si può parlare di sole bernardiniano per il semplice motivo che questo simbolo esisteva già ed è riconducibile a Gesù. Bernardino ha il merito di attuare la prima campagna pubblicitaria della storia. Fa realizzare, infatti, una tavola con un sole all’interno, nel quale iscrive le lettere greche I(iota), H(eta), Σ (sigma), ovvero le lettere del nome ΙΗΣΟΥΣ (Iesous, Gesù). Quindi è Gesù – spiega il frate rettore della basilica aquilana -, anzi Bernardino dice proprio che il vero sole è Gesù poiché quel sole ci dà vita, ci riscalda, ci libera da ogni peccato. I dodici raggi, poi, simboleggiano gli apostoli che annunciano la salvezza. Tant’è che intorno alla tavola fa scrivere: Nel nome di Gesù ogni ginocchio si piegherà in cielo, in terra e sottoterra, ovvero nel nome di Gesù c’è salvezza che, poi, è la sintesi del messaggio di San Bernardino. E il frate di Siena, fedele al suo parlare semplice, come ripeteva “Chiarozzo, Chiarozzo”, utilizzava questa emblematica tavoletta per essere compreso da chiunque durante le sue predicazioni a differenza dei suoi colleghi che si prodigavano con dotte oratorie, ma non sempre alla portata di tutti. Le sue prediche erano improntate a combattere sempre l’usura, la ludopatia e la superstizione. È per questo che a Bologna arrivò a chiedere di bruciare tutti gli amuleti e portafortuna e ad indicare di esporre al loro posto, in ogni casa, la tavoletta con il nome di Gesù, tant’è che inizialmente venne accusato di idolatria. Accusa da cui poi venne scagionato. Successivamente, nel XVI secolo, Ignazio di Loyola riprese questo trigramma, lo latinizzò con IHS, Iesus Hominum Salvator, ovvero Gesù Salvatore Degli Uomini, e aggiunse sopra l’H i tre chiodi simbolo della Passione di Cristo”.
Per devozione dell’epoca, quindi, ovvero la potenza delle prediche di Bernardino da Siena, che morì a L’Aquila il 20 maggio del 1444, e per la tradizione francescana di Calascio, questo culto arrivò all’ombra della Rocca. Calascio paese, infatti, diede i natali a fra Mario, appunto da Calascio, un dotto linguista esperto in ebraismo e confessore di papa Paolo V. E proprio il convento francescano del paese, quello di Santa Maria delle Grazie fu la sua prima “culla” religiosa. Non deve meravigliare, quindi, se in questa chiesa si trova una delle tre copie della Crocifissione di Aert Mythens eseguita per la basilica aquilana di San Bernardino da Siena e che, con gli oltre 50 metri quadrati di superficie, è ritenuta una delle tele più grandi d’Europa. “La Crocifissione di Calascio – ha detto recentemente il professor Michele Maccherini – è, anzi, la più fedele all’originale e per le dimensioni e per il fatto che si trova ancora nella medesima posizione in cui fu concepita quella aquilana, ossia come pala da retro altare, pertanto non visibile dai fedeli nei banchi ma a favore dei frati che sedevano nel coro posizionato nell’abside”.




