LA BIBLIOTECA GIANNANGELI TAPPA DELLA GIORNATA FAI A RAIANO
«Fondare biblioteche, è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto: e ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di “passato”, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo, quasi, verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti». Questo è un famoso passaggio delle Memorie di Adriano, l’opera più famosa di Marguerite Yourcenar. Purtroppo, di solito si dimentica di citare non solo l’interezza di questa riflessione sulla “ricostruzione”, ma anche un’affermazione contenuta nei suoi Taccuini di appunti, in appendice al romanzo, tanto breve quanto incisiva: «Uno dei modi migliori per far rivivere il pensiero d’un uomo: ricostituire la sua biblioteca». Ottaviano Giannangeli aveva cominciato a (ri)costruire il suo “granaio” per destinare all’avvenire le strutture fondanti della sua opera e del suo pensiero.

Lo scorso 22 marzo, grazie all’intraprendenza della Delegazione sulmonese del FAI, “capitanata” da Franca Leone e Milena D’Eramo, e alla disponibilità della Signora Elisabetta Caccavella, la biblioteca raianese del Professore è stata una delle tappe delle Giornate primaverili del FAI. Il sottoscritto, che da anni si occupa della sua eredità letteraria, ha fatto da “cicerone”, provando a conquistare l’interesse dei numerosi visitatori, provenienti da ogni parte d’Abruzzo, i quali, oltre che dalla bellezza del materiale librario e archivistico (c’erano esposte, tre le altre cose, lettere ricevute da Montale, Caproni, Calvino, Ginzburg e addirittura dal Presidente della Repubblica Ciampi), sono rimasti colpiti dalla storia e dalle parole del Professore (lette anche da un bravo e giovanissimo raianese, Jacopo Ferrusi).

Riesumando l’antica lapide, redatta in distici latini e risalente alla seconda metà del Settecento, sulla porta della biblioteca del Convento degli Zoccolanti a Raiano, Giannangeli traduceva: «Sono la biblioteca che parlo: voce di morti, insegno ai vivi, reggo le menti dei dotti anche senza una mente. Chiunque tu sia, entra spesso, e avrai nuovi lumi: esci quindi, e sapiente tuona col sapiente». In un appunto degli ultimi anni, il poeta raianese auspicava che l’iscrizione venisse posta come insegna di ogni biblioteca. Chiunque professa amore per la letteratura, o per la cultura in generale, dovrebbe avventurarsi in un “granaio di libri” come entrasse in chiesa, con l’umiltà di chi si trova di fronte a intere vite che lo scrutano dall’alto degli scaffali ma che, allo stesso tempo, sono disposte a metterlo in contatto col proprio spirito, la propria intelligenza, la propria immaginazione. Possiamo affermare, senza presunzione ma con la consapevolezza del valore umano, oltre che letterario, dell’eredità di Giannangeli, che sarebbe tempo, anche col sostengo delle – finora indifferenti – amministrazioni, di fare della sua biblioteca un “luogo di pellegrinaggio” per chi, oltre allo studio, voglia rigenerarsi dedicandosi alle pratiche, sempre più in disuso, dell’ascolto e della riflessione.
Andrea Giampietro






