CENTRO STORICO, LA FESTA È FINITA
di Massimo Di Paolo – Non sappiamo se si tratta di una sorta di fenomeno geopolitico dei piccoli paesi dove il ‘campanile’ c’entra ancora, o è semplicemente un non voler vedere il problema. La Pasqua a Sulmona, come sempre, è stato momento di raccoglimento, di lietezza e incontro. Forse anche con quel pizzico di retorica che fa smarrire, per qualche giorno, la percezione della realtà. Di fatto il ‘manto’ si è fatto corto, e a fatica ha coperto il disagio crescente della Città. Troppi i segnali di violenza e degrado per una piccola città borghese, dalla storia robusta e con un passato importante.
Una strada lunga e tortuosa sembra aprirsi dinanzi a Sulmona. Volendo negare i numerosi e ripetitivi fatti di violenza e i comportamenti degradanti agiti nel Centro storico, significherebbe coprirsi gli occhi con le fette di salame. Agatha Christie diceva che due indizi fanno una prova; ma ormai di indizi ce ne sono a centinaia supportati da un atteggiamento privo di processi di reale contenimento e di intervento sociale. La politica ha impropriamente dato segnali di liberalizzazione, mantenendo fede a promesse elettorali; omettendo aspetti portanti del problema del degrado nel Centro storico. Vendere alcool fino all’alba, autorizzare musica da discoteca ad alto volume, privare di un controllo costante ambienti e contesti delicati vuol dire rifiutare un’azione preventiva generale; vuol dire omettere responsabilità che privano il futuro di Sulmona dai dovuti, importanti e urgenti indirizzi di sviluppo.
Favorire le imprese ricettive, turistiche e di vendita, non richiede la brutalizzazione dei costumi; agire sulle politiche giovanili, del tempo libero e del divertimento votate a gaiezza e a una visione da luna park del Centro storico, non vuol dire accettare e permettere l’abbattimento del senso civico o della partecipazione attiva alla cura della città. E che non si venga a parlare dei tavoli per la ‘sicurezza pubblica’. Reiterati e ormai scontati, nei contenuti e nelle dichiarazioni, necessari per rispondere all’urgenza; ma che restano panni caldi sulle ferite aperte per un degrado che si inizia a spacciare come, ‘normale’. Delegare a ‘tavoli istituzionali’ responsabilità e decisioni è un approccio che ha il pregio della brevità e il difetto della sostanza.
La crisi economica che ha aggredito Sulmona da tempo; i massivi processi di immigrazione recente; una parte importante della popolazione giovanile sofferente; la mancanza di cura di ambienti e di spazi del Centro della Città e non ultimo, una sorta di atteggiamento di accondiscendenza delle amministrazioni, stanno agendo come catalizzatori verso un modello di città sempre più in abbandono e priva di quel collante civico necessario per una forma di regolamentazione delle abitudini e dei comportamenti. I soli interventi repressivi non bastano più, occorre pianificare azioni per orientare verso un cambiamento culturale e di prassi; creando alleanze e contributi tra tutti i cittadini con una sorta di responsabilità diffusa e partecipata.
Intanto il modello ‘botta e risposta’ si va conformando e già si sente l’odore delle ronde notturne; del capro espiatorio tra i giovani immigrati; delle minacce e del sudore da braccio di ferro tra portatori di interessi, residenti inclusi. Mentre l’onda del populismo va imbiancando Corso Ovidio e vicoli annessi, la cronaca locale testimonia una continua e pericolosa involuzione della Città. L’estate si avvicina e le premesse per ora solo chiacchiere che non lasceranno tracce. Se come orientamenti ‘culturali’ a Sulmona si scelgono discoteche all’aperto, musica a palla e liberalizzazione della vendita dell’alcool fuori ogni ora, allora l’indirizzo politico e di rigenerazione urbana, sembra restare quello del vecchio e sicuro “panem et circenses”, nelle sue diverse forme.
Ogni amministrazione dovrebbe assumere una vocazione per avere un valore politico e darlo alla cronaca locale: questo non sta avvenendo e non si tratta solo delle risse estive o pasquali che dir si voglia. Si tratta di un cuore della città poco curato con una tendenza al libertinaggio notturno che provoca una regressione sociale oltre che culturale della Città tutta. Una distopia sulmonese quella che va creandosi dove la moralità pubblica viene meno elargendo consenso e accettazione verso condotte di degrado che coinvolgono ormai centinaia di giovani e meno giovani. Cosa sta diventando Sulmona è evidente, ma c’è chi vede prima le cose e chi capisce quando altri preferiscono non capire.
Rispetto a tali eventi -risse, grida, violenza, sporco, deviazione delle condotte, rumore, degradazione dei beni comuni- si aprono tre strade a difficoltà variabile. La prima è quella della Negazione: facile, facilmente condivisibile, occhio non vede cuore non duole. La seconda è quella della Rassegnazione. Una strada per chi dovrebbe decidere, assumersi responsabilità, strutturare interventi ma che preferisce non farlo. In genere per pavidità, si sceglie di abbandonarsi al cinico atteggiamento “tanto è così per tutti, i tempi sono questi, vivere nel Centro storico prevede costi e benefici”. È la strada di chi del protagonismo non sa che farsene e dinanzi ai problemi se ne fa una ragione senza pensarci troppo. La terza strada è quella della Responsabilità e dell’Autodeterminazione. Difficile, in salita e ardua da percorrere. Richiede coraggio, umiltà e ascolto; capacità di pianificazione, di integrazione e di alleanza. Insieme e non in ordine sparso. Il Centro storico di Sulmona grida interventi di sistema: chiede responsabilità e un orizzonte su cui dirigere, smarrito da lungo tempo.



Purtroppo il lassismo impera sotto tutte le bandiere.