Cronaca AvezzanoCronaca L'AquilaCulturaIn-Evidenza AvezzanoIn-Evidenza L'Aquila

VIOLENZA MINORILE. DILAGA IL FENOMENO: 690 DENUNCIATI O ARRESTATI NEL 2014, 1.946 NEL 2024

di Romano Pesavento*

ROMA – Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama con forza l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni su un fenomeno che sta assumendo contorni sempre più gravi e sistemici: l’aumento della violenza minorile in Italia. I dati più recenti restituiscono una realtà che non può essere ridotta a emergenza momentanea, ma che interpella in profondità il nostro modello educativo e sociale.
Nel giro di un decennio, i casi di minorenni denunciati o arrestati per porto abusivo d’armi sono
passati da 690 nel 2014 a 1.946 nel 2024, con un’accelerazione evidente soprattutto nel periodo
successivo alla pandemia. Nello stesso arco temporale si è registrato un incremento significativo
anche in altri reati: le rapine sono più che raddoppiate, passando da 1.921 a 3.968, le lesioni
personali sono cresciute da 1.921 a 4.653, le risse da 433 a 1.021 e le minacce da 1.217 a 1.880.
Particolarmente allarmante è l’aumento dei procedimenti per omicidio, saliti da 102 a 193, con
picchi territoriali come quello di Napoli, dove nei primi sei mesi del 2025 si contano già 27
minorenni coinvolti, quasi quanto l’intero anno precedente.
Questi numeri, tuttavia, raccontano solo una parte della realtà. Non descrivono fino in fondo ciò che
accade nelle vite di questi ragazzi, sempre più spesso armati fuori e disarmati dentro. Il fatto che
portare un coltello sia diventato per molti adolescenti un gesto ordinario, quasi rassicurante, segnala
un mutamento profondo: la violenza non è più percepita come trasgressione, ma come strumento di
difesa, di affermazione, di esistenza.
Non si tratta soltanto di devianza. Si tratta di una trasformazione culturale in cui il riconoscimento
sociale passa attraverso l’esposizione e la sopraffazione, spesso amplificate dai social network, dove
atti violenti vengono filmati e condivisi per ottenere visibilità e consenso. In questo scenario, gruppi
estemporanei si formano online per organizzare aggressioni, e la violenza diventa spettacolo,
linguaggio e appartenenza.
Eppure, nello stesso tempo, l’Italia resta uno dei Paesi europei con i tassi più bassi di minori
coinvolti in reati, con 363 casi ogni 100 mila abitanti nel 2023, contro i 2.237 della Germania e i
1.608 della Francia. Questo dato non deve rassicurare, ma spingere a una riflessione più lucida: il
problema non è solo quantitativo, è qualitativo. A preoccupare è l’intensità, la brutalità e la
crescente incapacità di questi giovani di comprendere il valore delle proprie azioni.
Ci troviamo di fronte a una frattura educativa profonda. La violenza minorile non nasce nel vuoto,
ma si sviluppa in una società che fatica a offrire punti di riferimento stabili, in cui l’autorità adulta
appare indebolita, la famiglia spesso disorientata e la scuola lasciata troppo spesso sola a gestire
fragilità sempre più complesse. I ragazzi crescono in un contesto iperconnesso ma emotivamente
povero, dove le emozioni non vengono riconosciute né elaborate, e dove la rabbia, la frustrazione e
la solitudine trovano sfogo in comportamenti distruttivi.
In questo quadro, i 14.220 minori e giovani adulti segnalati nel 2024 agli Uffici di servizio sociale
per i minorenni rappresentano non solo un dato giudiziario, ma il segnale di un disagio diffuso che,
dopo anni di calo rispetto ai 23 mila del 2004, è tornato a crescere a partire dal 2021 e si prevede in
ulteriore aumento.
Di fronte a questa deriva, diventa imprescindibile riconoscere che la scuola rappresenta il primo e
più importante presidio democratico capace di arginare la violenza giovanile. Investire nella scuola
non è una scelta opzionale, ma una necessità strategica per la tenuta sociale del Paese. Significa
rafforzare la presenza educativa, sostenere i docenti, garantire ambienti sicuri e inclusivi, ma
soprattutto restituire centralità all’educazione alla legalità e ai diritti umani come pratica quotidiana
e non come intervento episodico.
Educare alla legalità oggi non può limitarsi alla trasmissione di norme, ma deve diventare un
percorso vivo di costruzione del senso del limite, del rispetto dell’altro e della responsabilità

individuale. In un contesto in cui molti giovani non percepiscono la gravità delle proprie azioni, è
fondamentale che la scuola diventi luogo in cui si impara a riconoscere le conseguenze, a gestire il
conflitto, a trasformare la rabbia in parola e relazione.
Pensare di affrontare questa situazione esclusivamente con strumenti repressivi significa non
cogliere la natura del problema. L’inasprimento delle pene non può essere una risposta efficace se
manca nei giovani la consapevolezza delle conseguenze del proprio agire. La violenza che vediamo
è spesso il volto esterno di una fragilità interna, di una richiesta di ascolto che non ha trovato
interlocutori. È qui che si gioca la responsabilità della società adulta. Non possiamo limitarci a osservare o a
condannare. Dobbiamo interrogarci sul tipo di mondo che stiamo offrendo alle nuove generazioni.
Una società che esalta la competizione, l’immagine e il successo immediato, ma che fatica a
costruire relazioni autentiche e a trasmettere senso, rischia di lasciare i giovani privi di strumenti per
orientarsi. Se oggi un adolescente sente il bisogno di armarsi per sentirsi meno vulnerabile, significa che
qualcosa, nel nostro patto sociale ed educativo, si è incrinato. Ricostruirlo richiede un investimento
concreto, continuo e coraggioso nella scuola e nella cultura della legalità, perché è lì che si forma,
ogni giorno, la possibilità di una società più giusta e meno violenta.

*Presidente CNDDU

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *