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MARCO ZAMBIANCHI. NOROVIRUS ALL’ATTACCO: NEMMENO LE ALPI LO FERMANO

di Marco Zambianchi* 
PARMA – Mi dispiace davvero tanto dover raccontare questa storia, perché è una di quelle situazioni che ti stringono il cuore: un gruppo di ragazzi in vacanza sulla neve, in un posto che sembrava un rifugio sicuro tra le montagne della Savoia, si è ritrovato a combattere una dissenteria feroce, con vomito e diarrea che hanno colpito quasi duecento di loro come un temporale improvviso che si abbatte su un prato sereno. Le vacanze sulla neve si sono trasformate in un incubo “apocalittico” per centinaia di giovanissimi turisti, tra cui numerosi studenti di una prestigiosa scuola privata britannica, nel rinomato comprensorio sciistico francese di La Plagne.
Pensate al norovirus come un ladro invisibile e incredibilmente astuto, un virus a RNA a singolo filamento della famiglia dei Caliciviridae, minuscolo eppure potentissimo: bastano appena una decina di particelle virali – una quantità che starebbe su una capocchia di spillo – per scatenare l’infezione in una persona sana. Questo “ladro” attacca lo stomaco e l’intestino, provocando un’infiammazione acuta che si manifesta con nausea violenta, vomiti improvvisi e frequenti (soprattutto nei più giovani), diarrea acquosa, crampi addominali, a volte una leggera febbre, mal di testa o dolori muscolari. I sintomi arrivano di solito tra le 12 e le 48 ore dopo il contatto e durano da uno a tre giorni, lasciando le persone esauste e disidratate, come se avessero attraversato una tempesta che svuota le energie dal corpo.
Non è pericoloso per la vita nella maggior parte dei casi, ma in un gruppo numeroso di ragazzi può trasformarsi in un incubo collettivo.
Questo virus si diffonde con una facilità disarmante, come un incendio che corre tra sterpi secchi in un bosco: per via oro-fecale, cioè attraverso mani contaminate che poi toccano la bocca, o tramite il vomito che crea aerosol minuscole sospese nell’aria, o ancora attraverso cibo, acqua o superfici toccate da chi è infetto. Una volta entrato in un ambiente chiuso e affollato – dormitori, refettori, skilift – rimbalza da una persona all’altra come una palla impazzita in una stanza senza uscita. È estremamente resistente nell’ambiente: sopravvive per giorni o addirittura settimane su maniglie, tavoli, corrimano; resiste al freddo intenso della montagna come un orso che dorme sereno sotto la neve e si risveglia affamato; tollera temperature sopra i 60°C e resiste persino a molti disinfettanti comuni, compreso il cloro che di solito purifica l’acqua.
Proprio per questo il clima freddo di alta quota non lo frena affatto: al contrario, lo conserva meglio e favorisce la sua diffusione quando tutti stanno al chiuso per ripararsi dal gelo, rendendo i centri vacanze un terreno fertile come una serra umida per un seme tenace.
Ecco perché gli esperti dell’ARS hanno escluso subito i veleni chimici: i test su acqua, cibo e aria sono risultati negativi e i sintomi non erano quelli strani e simultanei di un’avvelenamento da una sola fonte, ma il classico balletto di stomaco e intestino che il norovirus dirige con crudeltà, con un’insorgenza graduale e un contagio a catena.
Non è una tossina preformata come quelle di certi batteri che colpiscono dopo un pasto sospetto; è proprio un’infezione virale che si replica dentro l’organismo e si sparge come un domino che cade, un contagio che salta da uno all’altro in un ambiente apparentemente immune e moderno.
Le analisi scientifiche sono partite subito, con prelievi di feci e vomito analizzati tramite RT-PCR, una specie di lente d’ingrandimento superpotente che legge il codice genetico del virus in poche ore, come un detective che confronta le impronte digitali in tempo reale; hanno controllato anche batteri e tossine con colture e kit speciali e i primi risultati sono arrivati in un paio di giorni, confermando il norovirus.
Le risposte complete, con la genotipizzazione per capire esattamente da dove è partito, arriveranno tra due o cinque giorni, ma intanto sappiamo abbastanza per muoverci.
E qui viene la parte che mi addolora di più: anche in una struttura che sembra immune, pulita e moderna come un castello di cristallo, il rischio resta altissimo se non si agisce con fermezza, perché questo virus è come un’ombra che si nasconde negli angoli e aspetta solo un attimo di distrazione. Per non far ammalare chi è ancora sano, la cosa più saggia è isolare subito i malati nelle loro camere, come mettere in quarantena i focolai di un incendio; lavarsi le mani con acqua e sapone per venti secondi buoni, perché l’alcol è come un coltello spuntato contro questo ladro; disinfettare tutto con candeggina diluita o prodotti virucidi specifici, passando su maniglie, tavoli, bagni come se si stesse lucidando un’armatura per una battaglia; scaglionare i pasti, evitare di condividere oggetti, ventilare bene gli ambienti e tenere d’occhio i sintomi senza panico ma con attenzione costante.
Non serve evacuare o chiudere tutto, ma questi gesti semplici, ripetuti con disciplina, sono l’unico scudo che funziona: il virus si spegne da solo in due o tre giorni per chi lo prende, ma se lo lasciamo girare libero può trasformarsi in un’epidemia che rovina la vacanza a tutti. Mi dispiace tanto che sia successo in un posto di gioia e neve, eppure proprio questa storia ci ricorda che la prevenzione non è mai troppa, nemmeno tra le montagne più belle del mondo, dove un minuscolo virus può insegnarci quanto sia fragile l’apparente sicurezza.

*Microbiologo Università di Parma

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