IL RE È NUDO, MA IL CASTELLO È IN FIAMME: LE DIMISSIONI DI GRAVINA E IL FALLIMENTO DEL “SISTEMA CALCIO”
La notizia era nell’aria, sospinta dal vento gelido di Zenica, ma l’ufficialità arrivata durante il vertice in via Allegri segna la fine di un’era. Gabriele Gravina si è dimesso. Il comunicato parla di una decisione presa “nel pieno rispetto dello Statuto”, con le nuove elezioni fissate per il 22 giugno. Ma dietro il burocratese della FIGC si cela il fallimento di un intero movimento, crollato sotto il peso di una gestione che non ha saputo – o non ha potuto – scardinare i mali atavici del nostro calcio.
La sconfitta contro la Bosnia è stata solo il colpo di grazia. Il pressing della politica, che da settimane invocava un passo indietro, ha trovato terreno fertile in un’opinione pubblica stanca di giustificazioni. Tuttavia, ridurre l’addio di Gravina a un semplice “risultato del campo” sarebbe un errore d’analisi. Gravina se ne va dopo essere stato eletto nel febbraio 2025 con la promessa di una rivoluzione che è rimasta, inevitabilmente, a metà.
La domanda che sorge spontanea è: bastano le dimissioni a guarire il calcio italiano? La risposta, purtroppo, è probabilmente no. Come analizzato nei giorni scorsi, il male del nostro calcio risiede nelle origini. Gravina, pur occupando la poltrona più alta, si è ritrovato prigioniero di una struttura fatta di veti incrociati tra le Leghe, interessi divergenti dei club professionistici e una burocrazia che soffoca ogni tentativo di riforma radicale.
L’ex Presidente ha scelto di non “battere i pugni” fino a rompere il tavolo, preferendo una politica di mediazione che lo ha reso, agli occhi dei critici, parte integrante di quel sistema che avrebbe dovuto cambiare. È il paradosso del vertice federale: anche chi vorrebbe riformare finisce per essere risucchiato da schemi di potere consolidati, dove l’autonomia delle singole Leghe spesso pesa più della visione d’insieme della Federazione.
L’audizione dell’8 aprile in Commissione Cultura alla Camera sarà il testamento di Gravina. Lì dovrà spiegare lo “stato di salute” di un movimento che appare malato terminale. Sarà interessante capire se avrà il coraggio di svelare quali sono stati gli ostacoli invisibili che hanno impedito la modernizzazione: dagli stadi bloccati dai vincoli comunali alla gestione dei diritti TV, fino all’abbandono dei settori giovanili.
Infine, le scuse agli “sport minori”. Il rammarico di Gravina per aver distinto tra discipline “professionistiche” e “di Stato” è l’ultimo tentativo di ricucire uno strappo con il mondo dello sport italiano. Ma è una pezza che non copre il buco: il calcio italiano si sente un’isola, spesso superiore, mentre affonda nello stesso mare di debiti e mancanza di visione.
Il 22 giugno verrà eletto un nuovo Presidente. Ma se le regole d’ingaggio rimarranno le stesse, se il nuovo inquilino di via Allegri non avrà il potere (o il coraggio) di scardinare le fondamenta di un sistema obsoleto, assisteremo solo a un cambio di nome sulla scrivania. Il male è alle origini, e finché non si interverrà lì, le dimissioni di oggi resteranno solo un atto di dignità individuale in un deserto di idee.



Chissà, forse partendo dal calcio si potrebbe dare l’esempio di come sconfiggere il male che origina in politica e istituzioni varie.
Il Re e Nudo già da mo’!! Solo tifosi invasati lo tengono in piedi…mi sa che noi, i cittadini, ci toccherà accollarci anche i loro debiti(delle società intendo).
“Gravina se ne va dopo essere stato eletto nel febbraio 2025”
rieletto, se non ricordo male è in carica dal 2018/19, ha avuto tutto il tempo per lavorare e cambiare.
Il calcio ha finito di essere uno sport nel momento in cui è stato quotato in borsa.