E pensare che c'era il pensieroHome

L’ABISSO AZZURRO: LA GENERAZIONE CHE NON HA MAI VISTO IL MONDO

Quei ragazzi del 2006. No, non Grosso, Del Piero & Co. No, non gli eroi di Dortmund, non quelli che il 10 luglio gridavano alzala al cielo a capitan Cannavaro. I ragazzi del 2006 sono quelli che la parola Mondiale la associano ad un evento metafisico o paranormale, ad un qualcosa che non tocca terra, che non è reale. Perché la verità è questa: la prassi dice che l’Italia è scomparsa dalla cartina geografica del pianeta calcio.

Dal paradiso di Berlino all’inferno di Zenica, passando per il purgatorio in Sud Africa e Brasile dove, o per le poche primavere, o per le pessime esibizioni degli Azzurri, i ragazzi del 2006 non hanno maturato un sentimento affettivo nei confronti della maglia della Nazionale. E, ogni qual volta l’amore per il “tricolore calcistico” sembrava prossimo a fiorire, tra il fisico statuario di Balotelli, il cuore della spedizione francese di Conte e il sogno di Wembley, arriva il fatidico momento di potare i rami.

La più grande fobia che attanaglia la generazione del 2006 è il momento dei play-off per la qualificazione alla Coppa del Mondo. Complice un regolamento discutibile stipulato dalla FIFA, l’Italia, vuoi per sfortuna vuoi per demeriti, negli ultimi dodici anni è passata da questa bolgia dantesca. Il tragicomico gol di Forsberg che nel 2017 regalava alla Svezia la qualificazione e iniziava a scrivere l’epitaffio sulla lapide della Nazionale di calcio italiana era un’assoluta novità. Ad oggi si è trasformata in consuetudine.

«Tutti via, indegni, riformare»: il mantra che si propaga dal novembre del 2017. Indovinate un po’, a distanza di 9 anni, cosa è cambiato: assolutamente nulla. Attaccamento compulsivo alla propria poltrona, progresso prossimo allo zero e costruzioni senza fondamenta. Settori giovanili che prescindono dalla tecnica per incentivare morbosamente la formazione fisica dei ragazzi; stadi che non sono in grado di ospitare manifestazioni di cartello, campionato nazionale che, al di là di qualche eccezione, in confronto a ciò che si vede in giro per l’Europa rasenta il ridicolo; classe arbitrale che, definirla imbarazzante e inadeguata è a tutti gli effetti un eufemismo, sono solo la punta di un iceberg profondissimo.

Nonostante la possibilità di aprire un nuovo corso, un ciclo vero e proprio, grazie alla magica vittoria dell’Europeo a Wembley si è scelta la strada del regresso. Le partite con Irlanda del Nord e Bosnia non sono altro che lo specchio di questa scellerata scelta. Una squadra senza alcuna impronta tattica, complice l’ennesima decisione discutibile riguardo la nomina dell’attuale ct, ma soprattutto, senz’anima. Una generazione di calciatori che, contro squadre nettamente inferiori a livello tecnico, ha avuto paura di fare la cosa più facile: mostrarsi superiore. Una paura costante, un terrore che impazzava con il passare dei minuti e che, paradossalmente, si è amplificato una volta in vantaggio nella finale di Zenica.

Un vero e proprio film horror che, come nelle migliori sceneggiature, sai già che al crescere della tensione succederà qualcosa di macabro. La mancata qualificazione al Mondiale 2026 non è qualcosa di macabro, non riesce nemmeno a ingenerare sgomento e ripugnanza, ma è un qualcosa di asettico e nichilista. I riflettori sul pallone che rotola sul rettangolo verde, da fiochi, si sono spenti. Adesso seguono le imprese titaniche di Sinner, l’ascesa di Antonelli, le vittorie del Volley e lo sbocciare di nuove discipline minori (si, anche il curling sembra aver avuto maggior riscontro).

E dunque, i ragazzi del 2006, che probabilmente faranno prima a conseguire un titolo di laurea o a mettere su famiglia prima di potersi godere un Mondiale da protagonisti, masticano amaro, ingoiano il boccone e sentono una lacrima calda, di rabbia repressa, rigare il proprio viso. Al di là del bene e del male, per citare Nietzsche, una fiamma continua ad ardere sotto la cenere perché, dopotutto, non c’è cosa più bella di essere italiani in tutte le nostre sfaccettature.

Filiberto Di Mattia

“Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *