IL TERREMOTO DELL’ANIMA: QUELLO SQUARCIO CHE RESTA DENTRO DOPO UN TRAUMA PERSONALE E COLLETTIVO
L’AQUILA- Pasqua e anniversario del sisma. Due terremoti, legati dal filo conduttore della Speranza di Resurrezione, che si vivranno nei prossimi giorni. Sofferenza che dobbiamo affrontare con lo spirito di Gesù in croce, che ha patito il male volendo quel bene che è nella realtà il Bene. E poi c’è un terzo terremoto, quello della vita che ricomincia, quello della speranza di ricostruire le rovine, anche quelle interiori, e per questo ci vuole, anzi è indispensabile, un perfetto equilibrio di speranza e pazienza. “L’Aquila, noto, è un esempio che con tanta ricostruzione avviata e tanta bellezza riscoperta ci consente di guardare al futuro “. È ciò che ha detto il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, ospite d’onore al terzo convegno nazionale “Il Terremoto dell’Anima”, organizzato nella sala ipogea dell’Emiciclo dalla Chiesa di L’Aquila, Caritas italiana e Istituto di Scienze religiose Fides et Ratio.
L’intervento del pronipote del cardinale Carlo Confalonieri, amatissimo arcivescovo del capoluogo abruzzese nel periodo bellico, è stato il primo, dopo i saluti delle varie autorità presenti. Ovvio un riferimento alle guerre in corso evocate nel titolo del convegno: Comunità ferita, effetti post-traumatici per catastrofi naturali e belliche. “La guerra – ha spiegato Confalonieri – è un terremoto dell’anima continuo perché origina tantissime catastrofi, per questo non bisognerebbe mai iniziare una guerra e, nel caso contrario, finirla il più velocemente possibile”.
Sulla guerra e prima ancora sul terremoto anche Maurizio Scelli, direttore dell’Agenzia regionale di Protezione civile per l’Abruzzo con la resilienza che ha visto personalmente in occasione del terremoto del 2009 e in tante situazioni di guerra vissute nel mondo da capo della Croce Rossa Italiana. E poi, prima di partire per portare il soccorso e sostegno alla comunità interessata dalla frana di Silvi, come dire un’emergenza in corso mentre si parla di emergenza, l’annuncio che la Protezione civile andrà nelle scuole a insegnare sicurezza e senso della sicurezza ai ragazzi. Il trauma psicologico del 6 aprile 2009 vissuto doppiamente anche dal mondo sanitario cittadino è stato testimoniato dal primario e professore universitario Franco Marinangeli, annunciando la riscrittura, quest’anno, del manuale delle maxi emergenze con l’intenzione personale di inserire un apposito capitolo sull’etica. “Un manuale a cui si dovrebbe inserire la categoria dei giornalisti che subiscono sempre le situazioni di emergenza affidandosi a situazioni di fortuna e a quel che capita, sperando, come suol dirsi, che Dio ci aiuti”. È l’appello finale di Germana D’Orazio, consigliere dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo che ha rievocato la personale esperienza vissuta in prima persona da lei e dal collega Giosafat Capulli in occasione del 6 aprile e successivamente del terremoto di Amatrice. “Nel 2009 anche dal punto di vista tecnologico non eravamo assolutamente pronti. Si viveva in un’altra era, l’era analogica, lavoravamo ancora con i ponti radio. Avevamo il terremoto in casa e nelle redazioni, recuperare attrezzature era impossibile. Sentivamo, però, l’importanza dell’informazione locale: tutto il mondo, da subito, ci ha chiamato come testimoni diretti, e nelle nostre redazioni di fortuna abbiamo ospitato tutto il mondo. Ricordo che i servizi allora si caricavano su un file che impiegavano due ore e mezza per il trasferimento, se andava bene. Ad Amatrice le cose cambiarono: un’infinità di mezzi di emergenza, anche troppo grandi, per una realtà molto più piccola, tant’è che si crearono file di autoambulanze che non riuscivano a far manovra. Personalmente l’adrenalina non era al massimo come a L’Aquila dove ero anche terremotata personalmente e quindi, per me, il sisma del 2016 è stato un trauma maggiore”. Giosafat Capulli, nel 2009, era editore di Tv Uno e nella notte tra il sei e sette aprile organizzò la sede di fortuna della sua emittente in quel che era ed è tornato ad essere l’asilo dell’infanzia di Coppito. Tutto questo mentre in tutto il cratere del sisma non c’erano luce e gas. La mattina del lunedì 6, invece, Capulli e alcuni colleghi della redazione di TvUno portarono aiuto a comunità pesantemente colpite come quelle delle suore Ferrari a San Gregorio che avevano subito lo strazio di una religiosa morta per proteggere i bambini. E così anche nei giorni seguenti: “da poco come Pro loco eravamo entrati a far parte – rammenta il giornalista Capulli – della Protezione Civile, con la colonna nazionale ProcivArci. Abbiamo fatto esperienza sul campo, con le persone che erano la nostra gente. Col dolore dentro per chi era morto o ferito. Continuando comunque a esercitare la nostra professione di giornalisti. Per mesi abbiamo continuato a trasmettere il tg con un crocifisso ligneo dietro la scrivania. Un oggetto sacro, che avevamo recuperato estraendolo dalla pericolante chiesetta della Madonna della Neve, a Coppito. Un simbolo di resurrezione dopo la morte intorno a noi, che ci ha dato forza per continuare il lavoro di informazione e quello di fare assistenza alla popolazione terremotata nella tendopoli di Murata Gigotti gestita da altri terremotati che eravamo noi della Pro Loco”.





