QUANDO IMBOTTIGLIATI NEL TRAFFICO LA MENTE RIPERCORRE I TANTI PASSI DI UN VECCHIO SCARPONE
di Angelo De Angelis
L’AQUILA – Imbottigliato nel traffico. Mi guardo intorno: una lunga teoria di vetture dinanzi a me che, come un tappo, ostruiscono il mio e l’altrui passaggio; macchine a fianco con mamme isteriche che ormai in ritardo sul lavoro, urlano improperi ai figlioletti, serrati entro seggiolini di sicurezza; anche loro non lesinano capricci emulando l’isteria collettiva che aleggia nella loro vettura.
E’ l’ora di punta, è il pegno che si paga per non essere usciti qualche minuto prima da casa per iniziare un’altra estenuante giornata.
Guardo tranquillo mio nipote Noah, insensibile al trambusto che ci circonda, intono qualche canto alpino per riempire l’inutile tempo che ci separa da casa alla scuola materna.
Noah non mi ascolta e con una loquacità che lo fa sembrare ben più grande della sua età, mi prende in giro dandomi dello stonato, invitandomi a star zitto ed ascoltare quello che ha da dirmi.
Lo assecondo, ma appena tace per qualche istante, intono un nuovo motivo:
Vecchio scarpone, quanto tempo è passato,
quante illusioni fai rivivere tu,
quante canzoni sul tuo passo ho cantato,
che non scordo più.
Sopra le dune del deserto infinito,
lungo le sponde accarezzate dal mar,
per giorni e notti insieme a te ho camminato
senza riposar…
E’ una folgorazione: l’argomento, il ritmo marziale, il misto di allegria e nostalgia delle parole ammaliano Noah, che fa di quelle note un tormentone, di quelle parole un piccolo tesoro che presto padroneggia.
Vecchio scarpone: l’ho guardato prima di uscire di casa questa mattina, è uguale a quello della canzone; non dovrebbe essere più all’interno della scarpiera, con le sue suole ormai sfondate, logorate dai passi che mi hanno condotto per strade, valli, montagne, sentieri, spiagge deserte.
Faccio mentalmente un rapido conto dei passi, non è facile, ma non sono lontano dal vero se dico che quegli scarponi, negli ultimi sette anni, mi hanno accompagnato per non meno di sei milioni di passi. In sette anni si sono accomodati intorno ai piedi, ne hanno preso la forma, hanno ceduto alle sollecitazioni delle articolazioni, hanno lasciato ferite sanguinanti sul tallone e sulla pianta. Ed ora che li calzo come pantofole dovrei buttarli via e non ne ho il coraggio. Li guardo con attenzione: impossibile allungare la loro vita cucendo una nuova suola, quella ormai consunta è saldata alla tomaia che, a sua volta, non regge più l’acqua e ogni volta che piove, il piede si trova a sguazzare in un piccolo mare.
Gli ultimi sette anni: una inezia rispetto a quel mio primo cammino sui monti che sovrastano il piccolo borgo di Santa Maria.
Quasi settant’anni fa: sveglia all’alba dopo una notte agitata per l’emozione dell’attesa. Zio Mario aveva promesso di accompagnarci sulla cima di monte Soffiavento; alla vostra età, ci narrava la sera precedente, mi svegliavo all’alba tutti i giorni e portavo a pascolare le pecore a “Fiatavento”.
E noi di rimando: allora possiamo salire fin lassù anche noi!
Fabrizio ed io avevamo otto anni, Paolo sette anni, Lucio e Mauro ne avevano sei . Penso ai nipotini che hanno più o meno quelle stesse età e li vedo piccoli, troppo piccoli per superare il dislivello di 480 metri; noi ci sentivamo adulti e pronti a qualsiasi sacrificio pur di vincere la sfida.
Già alla prima salita, prima di arrivare al querceto, il fiato cominciava a diventare corto, ma zio Mario ci incoraggiava solleticando il nostro orgoglio. La salita diventava più dura, il sole si sollevava ormai alto nel cielo, la sete cominciava a inaridire la nostra bocca di bambini. “Arriviamo lassù e ci siamo quasi… ancora un po’ e ci siamo”…ma quella cima non arrivava mai.
Lucio, il più piccolo, era stato anche il più previdente portando una piccola borraccia con non più di mezzo litro d’acqua; una piccola scorta che sorso dopo sorso presto si esaurì. E allora zio Mario sfoderò la sua arma segreta per spingerci ancora qualche metro più in alto; “quando ero piccolo e finiva la scorta dell’acqua bevevo sempre a J’acquaru ‘e Proacchia”.
Una sorgente…una fresca sorgente di acqua limpida che sgorgava da sotto una roccia e che ci avrebbe dissetato. Pregustavo già il piacere sottile di affondare la bocca nel ruscello facendo lunghi sorsi ristoratori e quella visione diede nuovo vigore ai teneri muscoli delle gambe.
“Ecco j’acquaru ‘e Proacchia!” Un grosso masso di pietra calcarea si ergeva imponente qualche passo sopra il sentiero; stretto, alto, con i fianchi lisci rigati dall’acqua piovana; muschi e licheni avevano nei secoli lasciato ampie macchie di colore grigio scuro e argento. Uno dei fianchi presentava una discontinuità a mezza altezza, dove il tempo aveva scavato un ampio foro a forma di tazza che la pioggia e la brina notturna avevano riempito di acqua, l’unica minuscola riserva di acqua di tutta la montagna, cui attingevano miriadi di insetti, anche loro indeboliti dalla sete, alcuni talmente esausti da giacere, esanimi, all’interno della pozza.
Scomparve in un attimo l’illusione della bevuta ristoratrice, ma eravamo finalmente a due passi dalla vetta a quota 1281, la prima delle tante vette che col tempo avremmo raggiunte.
Ricordo con tenerezza quei “vecchi scarponi” che tutti noi indossavamo, dei semplici sandali che erano la nostra unica calzatura estiva, cantata dal grande poeta che è Francesco Guccini.
Racconto la storia a Noah mentre, affogati nel traffico, stentiamo a raggiungere la scuola materna; lui presta attenzione alle mie parole, io collego il cellulare a You Tube e ascoltiamo insieme “Quell’Ultima Volta” in religioso silenzio.
“Quando è stata quell’ultima volta
che ti han preso quei sandali nuovi
al mercato coi calzoni corti
e speranza d’estate alla porta
ed un sogno che più non ritrovi.
E quei sandali duravan tre mesi,
poi distrutti in rincorse e cammino.
Quanto è stata quell’ultima volta
che han calzato il tuo piede bambino,
lungo i valichi dell’Appennino.”
Sembra che Guccini abbia scritto quei versi per me, per fare navigare i ricordi in un mare di nostalgia e di emozione.
Il primo e l’ultimo “vecchio scarpone”: il primo, dei semplici sandali con la suola di cuoio e con due fori che sembravano occhi, destinati a contenere la crescita del piede bambino per una sola estate, sfondati infine dai sassi calpestati “lungo i valichi dell’Appennino”. L’ultimo vecchio scarpone mi ha accompagnato per sette lunghi anni in imprese che pensavo avessero dell’impossibile per un vecchio della mia età e che invece hanno riempito di orgoglio e serenità il mio cuore, dove non si vergogna di fare ancora capolino il bambino che sono stato.
E tra il primo e l’ultimo “vecchio scarpone”?
Mi affatico a visualizzare le tante paia di scarponi consumati; nemmeno li ricordo tutti. Mi diverto a fare ancora un rapido conto e supero l’incredibile cifra di sessanta milioni di passi, uno dopo l’altro; il giro intero della circonferenza terrestre…e tante altre vecchie storie da raccontare.


