L’ULTIMO RUGGITO DEL SENATÙR
Il sipario cala definitivamente su un’epoca che non tornerà, lasciando dietro di sé il rumore assordante di un’Italia che, nel bene e nel male, non è più la stessa. Con la scomparsa di Umberto Bossi a 84 anni, a Varese non si spegne solo il fondatore della Lega Nord, ma si chiude il libro della Prima Repubblica e del suo turbolento passaggio verso la Seconda. Il “Senatùr”, l’uomo che negli anni Ottanta irruppe in Parlamento con la canottiera e il dialetto, è stato il primo a capire che la politica stava uscendo dai palazzi per finire nelle piazze, tra la rabbia della gente e il sogno, quasi mitologico, di una Padania che oggi appare come un reperto archeologico di un’altra era.
Bossi è stato il catalizzatore di un’energia brutale. Il suo “celodurismo”, entrato di diritto nei dizionari, non era solo una provocazione volgare, ma il grido di battaglia di una periferia che si sentiva dimenticata da una “Roma ladrona” lontana e vorace. Insieme a Silvio Berlusconi, ha costruito un’alleanza fondata su un pragmatismo muscolare, trasformando la Lega da movimento di protesta a forza di governo. Eppure, osservando oggi il panorama del centrodestra, la distanza tra la creatura di Bossi e quella attuale appare abissale.
Se Bossi era il federalismo viscerale, il territorio sopra ogni cosa, la Lega di oggi, guidata da un Matteo Salvini che lo saluta con il dolore di un figlio, ha scelto la strada del sovranismo nazionale. Quella che era una battaglia per l’autonomia del Nord è diventata una rincorsa al consenso dal Brennero a Lampedusa. La morte di Bossi sottolinea questo paradosso: il centrodestra attuale è egemonizzato da un partito, Fratelli d’Italia, che incarna proprio quel centralismo e quel tricolore che il Senatùr ha combattuto per decenni con la rabbia del suo popolo.
La sua parabola si era già incrinata nel 2004 con la malattia e poi nel 2012 con le dimissioni, ma il simbolo restava lì, silenzioso e critico verso una “Lega per Salvini Premier” che percepiva come estranea alle sue radici. Oggi, nel giorno della sua scomparsa, la politica italiana si ferma a riflettere su quanto di quel “fuoco” sia rimasto. Restano le leggi che portano il suo nome, come la Bossi-Fini, e resta l’eredità di un uomo che ha insegnato alla politica il linguaggio della pancia, ma che ha finito per vedere il suo partito trasformarsi in qualcosa di profondamente diverso dal suo progetto originale.
Con la morte del “Capo”, il centrodestra perde la sua coscienza critica più scomoda e l’ultimo grande reduce di una stagione in cui la politica era ancora scontro di ideali, per quanto radicali o controversi. La strada che Bossi ha tracciato, come dice Salvini, forse continua, ma la direzione è mutata irrimediabilmente, lasciando orfana quella “nazione” immaginaria del Nord che Umberto aveva provato a inventare.


