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SALUTE. SANITA’ TERRITORIALE: PROMESSE DA OSCAR, REALTA’ DA CABARET

di Marco Zambianchi 
PARMA – A leggere il progetto le Case di Comunità avrebbero dovuto essere nel quartiere una rivoluzione per la salute che ha promesso di salvare la giornata, ma al momento è ancora in pigiama a lottare con la sveglia: nate dal grande piano di ripresa post-pandemia, quel PNRR che voleva dare una scossa elettrica al sistema sanitario italiano, creando hub e spoke che sembrano i fratelli maggiori e minori di una famiglia caotica e un po’ disfunzionale.
Gli hub sono i giganti operativi 24 ore su 24, sette giorni su sette, con tutto il kit: ecografie, prelievi e assistenza continua, come un fast-food della salute che non chiude mai e ti serve diagnosi al volo, ma attenzione, perché in realtà molti di questi eroi sono ancora in costruzione e rischiano di diventare palazzi fantasma pieni di attrezzature polverose senza abbastanza cuochi in cucina, ovvero personale sanitario.
Gli spoke, invece, sono i fratellini più piccoli, aperti mezza giornata per sei giorni, perfetti per le cose di base senza fronzoli, tipo un chiosco di quartiere che ti risolve i problemini quotidiani, ma con il pericolo di trasformarsi in un banchetto vuoto se i fondi evaporano dopo il 2026 e le assunzioni promesse si rivelano un miraggio nel deserto della burocrazia. L’idea è di avere almeno un migliaio di questi posti sparsi per l’Italia entro il 2026, ma con fondi extra si punta a superare il numero, come se il governo stesse collezionando figurine sanitarie per completare l’album, peccato che al momento ne sia speso solo un terzo dei soldi e il rischio flop sia dietro l’angolo, con regioni che procedono a passo di lumaca e altre che sembrano aver perso la mappa.
Ora, zoomando sul Piemonte, nelle province di Vercelli, Novara e Biella, la situazione è un po’ come un cantiere di Lego dove alcuni pezzi sono assemblati e funzionanti, ma altri sono sparsi sul pavimento in attesa di un miracolo, con ritardi che fanno ridere per non piangere e strutture che somigliano più a vecchi poliambulatori che a futuristiche fortezze della salute.
A Vercelli ce ne sono cinque, tutte in pista o quasi: una a Vercelli in via Crosa, che fa da boss centrale; poi Santhià con la sua sede riconvertita, Varallo nel cuore della città, Trino sotto l’ASL di Alessandria in versione provvisoria e Crescentino gestita dall’ASL di Torino, già attiva e pimpante, ma guai a fidarsi troppo, perché in mezzo al caos nazionale, queste potrebbero finire per essere isole felici in un mare di incompiute.
A Novara il conteggio sale a sette, ma è un vero rodeo con ritardi epici: solo due sono al top, come Borgomanero in via Gozzano e Arona, mentre le altre – Ghemme, Oleggio, Novara centrale, Trecate e Galliate – sono parzialmente operative o in ritardo cronico, tipo amici che promettono di arrivare alla festa ma si fermano a fare benzina per mesi, lasciando i pazienti a chiedersi se il party inizierà mai.
A Biella, invece, tre strutture belle e pronte: il hub principale in via Fecia di Cossato a Biella, con annesso ospedale di comunità e centrale operativa; Cossato in via Maffei, e Valdilana con la sua sede dedicata, come una tripletta vincente al bingo sanitario, ma anche qui, con il fantasma della carenza di personale che aleggia come un cattivo di un film pronto a rovinare la trama.
Per aggiornamenti freschi, meglio dare un’occhiata ai siti delle ASL locali, perché i lavori PNRR procedono a singhiozzo, come un’auto vecchia che ogni tanto ingrana ma spesso si spegne in mezzo alla strada, con solo il 13% delle strutture nazionali davvero operative e disuguaglianze regionali che fanno sembrare l’Italia un puzzle con pezzi mancanti al Sud.
Per i pazienti, tutto questo cambia le carte in tavola in modo epico, o almeno così dovrebbe: non più quel labirinto di uffici e ospedali che sembra un videogioco infinito con livelli impossibili, ma un accesso facile come ordinare una pizza online, con punti unici che ti orientano, prenotano e valutano tutto in un colpo solo, aperti a orari decenti per evitare code da apocalisse. Servizi integrati che mescolano cure di base, prevenzione e diagnostica semplice, come un minestrone salutare dove medici, infermieri, psicologi e assistenti sociali cucinano insieme per gestire malanni cronici o fragilità, riducendo i viaggi in ospedale. È come passare da un’auto scassata a un treno ad alta velocità: meno stress, più assistenza personalizzata con telemedicina e fascicoli elettronici, e alla fine si risparmia tempo e soldi, con la salute che diventa un gioco di squadra invece di un solitario noioso.
Ma ecco il lato comico-tragico: con i ritardi mostruosi, molti pazienti finiscono per aspettare Godot in strutture che sono attive solo sulla carta, tipo un ristorante stellato che ha il menu ma non i camerieri, risultando in code infinite al pronto soccorso e accessi inappropriati che continuano come una commedia degli errori.
Poi c’è la carenza di personale, che trasforma l’assistenza in una lotteria dove vinci se trovi un medico, ma perdi se l’équipe è scheletrica, con medici di famiglia presenti solo nel 54% delle case attive e pediatri nel 28%, come una band rock che suona senza chitarrista e batterista. Aggiungete disuguaglianze regionali, con il Mezzogiorno che arranca come un ciclista in salita senza bici, e rischi per la privacy con quei fascicoli elettronici che potrebbero diventare un party per hacker curiosi e i pazienti fragili o anziani finiscono per sentirsi come invitati a una festa dove manca metà degli ospiti, con servizi limitati che non coprono le promesse e un sovraccarico iniziale che rende tutto un caos buffo ma frustrante.
E per i medici di famiglia? Beh, è come se fossero promossi da lupi solitari a membri di una rock band affiatata, ma con il twist che la band è sottofinanziata e il tour manager è un burocrate con le mani legate. Dal 2025, i nuovi arrivati devono dividersi tra lo studio privato – almeno 25 ore alla settimana, come il turno base in fabbrica – e le Case di Comunità per altre 18 ore, arrivando a 38 settimanali con rotazioni che coprono notti e weekend nelle hub, trasformando la vecchia guardia medica in un ricordo polveroso. Lavorano in squadra con specialisti e infermieri, armati di gadget high-tech come ecografi e database, per affrontare cronicità e urgenze come supereroi con superpoteri condivisi. Certo, perdono un po’ di autonomia, ma guadagnano supporto massiccio, formazione obbligatoria in medicina generale con borse di studio succose, e un ruolo da star nella rete sanitaria, dove la prevenzione diventa il loro hit parade invece di un bis sussurrato. In fondo, è un’evoluzione che rende il lavoro meno isolato e più rock’n’roll, con meno burocrazia solitaria e più jam session curative.
Ma è impossibile non vedere le criticità: i sindacati urlano che è un’impostazione inaccettabile, come costringere un cowboy a cavalcare un triciclo, con medici recalcitranti che resistono a mollare i loro studi per anonime mega-strutture manageriali, sentendosi come pesci fuor d’acqua in un acquario sovraffollato senza spazi adeguati. La carenza di personale è un’epica comica, con edifici pronti ma deserti come castelli infestati da fantasmi, e il ruolo unico che non ha mantenuto le promesse, lasciando i “vecchi” medici a guardare da lontano mentre i nuovi affrontano surplus di ore che sembrano una maratona senza allenamento.
Aggiungete finanziamenti incerti dal 2027, che potrebbero evaporare come neve al sole, e una formazione che non colma i buchi, trasformando l’entusiasmo in un burnout da cabaret, dove i medici finiscono per essere eroi stanchi in un sistema che prometteva fuochi d’artificio ma consegna petardi bagnati.

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