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CAPORALATO: ASSOLTI DOPO 11 ANNI DUE IMPRENDITORI DI SULMONA

Caporalato, assolti dopo undici anni: il tribunale di Teramo scagiona gli imprenditori sulmonesi

Undici anni di indagini, accuse pesantissime, misure cautelari e un processo che sembrava destinato a confermare un impianto accusatorio ritenuto all’epoca solido. Invece si ĆØ concluso con un’assoluzione piena. Il collegio del tribunale di Teramo ha assolto con la formula ā€œperchĆ© il fatto non sussisteā€ gli imprenditori sulmonesi Francesco Salvatore e Panfilo Di Meo, imputati nell’inchiesta ā€œSocial Dumpingā€, insieme ai titolari della Meg Costruzioni Massimo Di Donato e Giancarlo Di Bartolomeo. Cadono cosƬ le accuse di caporalato e associazione a delinquere.

La vicenda giudiziaria affonda le radici nel 2015, quando l’indagine – sollecitata dalla Cgil e condotta dal nucleo investigativo dei carabinieri dell’Aquila – ipotizzava un sistema di sfruttamento della manodopera straniera. Secondo la ricostruzione della procura aquilana, gli imprenditori avrebbero reclutato lavoratori rumeni sottoponendoli a minacce e intimidazioni, costringendoli a vivere in condizioni degradanti. Accuse molto dure, che all’epoca portarono anche all’adozione di misure cautelari e all’apertura di un procedimento penale.

Il processo si ĆØ sviluppato inizialmente davanti al tribunale dell’Aquila, che nel 2019 dichiarò però la propria incompetenza territoriale, trasferendo gli atti a Teramo. Qui, dopo anni di battaglie legali, ĆØ arrivata la sentenza che ha definitivamente scagionato tutti gli imputati.

Nel corso del dibattimento la difesa – rappresentata dagli avvocati Alessandro Margiotta, Mirco Di Bonaventura e Guglielmo Marconi – ha prodotto una corposa documentazione che, secondo quanto emerso in aula, ĆØ stata sufficiente a smontare l’impianto accusatorio. I legali hanno dimostrato che il contratto di distacco comunitario utilizzato era pienamente legittimo e verificato dagli enti competenti e che i lavoratori risultavano regolarmente assunti, retribuiti e coperti da contribuzione previdenziale e assicurativa. Nessuna prova, dunque, di minacce, violenze o condizioni di sfruttamento.

Un elemento che giĆ  anni fa era stato sottolineato dalla Corte di Cassazione. Nel 2016 la Suprema Corte aveva infatti annullato le ordinanze emesse dalla procura dell’Aquila, rilevando l’assenza degli elementi contestati e censurando il fatto che il tribunale non avesse tenuto adeguatamente conto della documentazione prodotta dalla difesa.

La sentenza pronunciata ieri a Teramo apre ora la strada a un nuovo fronte giudiziario. Dopo l’assoluzione, infatti, gli imprenditori stanno valutando un’azione civile per chiedere il risarcimento dei danni subiti a seguito dell’ingiusta detenzione e delle conseguenze che l’inchiesta ha avuto sulla loro attivitĆ  e sulla loro reputazione.

Ā«All’epoca gli investigatori parlarono della cattura di quattro pericolosi aguzzini – commenta Francesco Salvatore – qualcuno oggi ci dovrebbe delle scuse, ma dubito che arriveranno. Il mio pensiero va soprattutto a chi non ha la forza, la determinazione e le disponibilitĆ  economiche per difendersi da un sistema che in questa vicenda ha mostrato tutte le sue crepeĀ».

Sulla stessa linea anche l’avvocato difensore Alessandro Margiotta: «È una frase forse scontata, ma si può dire che alla fine la giustizia ha trionfato. Tuttavia nessun risarcimento potrĆ  restituire pienamente ciò che ĆØ stato tolto a chi ha subito un simile dannoĀ».

Una vicenda giudiziaria lunga oltre un decennio che, secondo la difesa e gli imputati assolti, ha lasciato segni profondi sul piano personale e professionale e che ora potrebbe proseguire nelle aule civili con la richiesta di risarcimento. Undici anni dopo, il processo si chiude dunque con una formula che non lascia spazio a interpretazioni: il fatto non sussiste.

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