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“LO SENTI QUESTO SILENZIO? È LA FABBRICA CHE STA MORENDO”

di Massimo Di Paolo

Nella Scuola dell’ultimo decennio, ci sono due aspetti che non funzionano più. L’insegnamento della Storia, in particolar modo della Storia recente e il senso del lavoro, con particolare riferimento al valore che il lavoro ha avuto negli ultimi cinquanta anni. Nel contemporaneo, regnano i professionisti dell’inconsistenza, del virtuale e delle grandi rendite finanziarie. Per lo più accumulate senza fatica. Bisognerebbe forse far leggere ai giovani ma non solo, le narrazioni che provengono dal mondo del lavoro che ormai sta sparendo; ascoltare vecchie testimonianze, i racconti, i sentimenti, le storie d’amore e di fantasmi di un mondo che, la curvatura del novecento, ha cancellato. Un aneddoto per capire. Un giovane tatuatore mentre armeggia con l’inchiostro su una sua cliente chiede: “Che lavoro fai?”. Lei risponde: “Operaia alla Stellantis, ex Fiat”. E il giovane tatuatore: “Cosa produce?”.

Tutto questo per introdurre il titolo del libro che vogliamo suggerire e con forza consigliare. Ha sbaragliato tutti i concorrenti pronti per questa puntata di ‘Libri & Visioni’ e ha vinto facile. Una rappresentazione del canto finale della grande fabbrica. “L’ultimo operaio” di Niccolò Zancan, Giulio Einaudi editore.

Una lettura, che renderebbe possibile a tutti, una scoperta guidata tra dolore e poesia; una scossa agli ormai anemici valori civici; una migliore padronanza della nostra storia con una educazione sentimentale non da rotocalco. ‘L’ultimo operaio’ racconta cosa è stato il lavoro in quell’arco di tempo in cui l’autostrada Torino-Genova era percorsa solo da macchine con il marchio Fiat. Erano gli anni appena oltre il 1960, la cura del lavoro e le vite che a esso si dedicavano, erano fatte di sentimenti da attaccamento e di orgoglio.  Dal 1960 al 1970 la produzione nella Fiat di Torino, cresce in modo esponenziale sfiora il milione e mezzo di auto prodotte. La città tocca il milione e centosettantasettemila abitanti. Sessantamila sono tute blu. La Fiat dà lavoro a un milione di persone con un indotto tra i più importanti in Europa. Tanto si poteva vedere da ogni cosa. la Città poteva essere narrata attraverso la fabbrica e attraverso quello che la fabbrica dell’Avvocato produceva. Non solo automobili ma assetti sociali, cultura, organizzazione, integrazione, rivalse, conflitti e benessere. C’erano i momenti di attrito forte come il raschiare da carta vetro, ma sentiti e partecipati. Lo sciopero del marzo del 1973 durò sei giorni senza incidenti o sommosse. Il nuovo contratto era frutto di contaminazione, di adesione, di attaccamento massivo: 150 ore di diritto allo studio, quattro settimane di ferie per tutti, sedicimila lire di aumento: si percepì la felicità. L’ultima. La prima cassa integrazione arrivò nel 1974. Bisognava lavorare duro e via avanti, si diceva: travaj e rusché, null’altro. Operai che operavano al millimetro, bravi assai; pieni di consapevolezza, passione e gratitudine ma anche rabbia e scontro sociale. Ci fu il periodo della marginalizzazione piemontese dei “terún”, dei “vai via napuli”, del “non si affitta a meridionali”, il tempo portò quello stesso operaio ad essere integrato, amato, rispettato. ‘L’ultimo operaio’ appunto, che ci parla e ci rappresenta quel misto di epopea e di tragedia, di altoforno e acciaio, di odore di grasso e di risvegli. La grande fabbrica si è ormai spenta e la narrazione ci porta a vedere i fatti successivi, le ferite lasciate, le responsabilità nascoste; i paradossi che hanno diluito il lavoro con la sua importanza, il disvalore assunto dagli uomini che hanno reso una fabbrica comunità. Tre milioni quadrati di estensione, trentasette porte di accesso, dieci chilometri di perimetro. È finita un’epoca questo è successo e questo ci ricorda Niccolò Zancan nel suo libro. Con pochi, pochissimi testimoni.

Oggi la Stellatis ex Fiat, spende fiumi di denaro per chiudere i rapporti di lavoro e non certo per la crescita. La violenza con cui si è cambiato verso, direzione di marcia, accomuna tutte le dismissioni anche quando il trapasso è avvenuto silenziosamente, una goccia la volta, fino alla morte per inedia. Nessuno, nel frattempo, ha avuto modo di pensare che fine potesse fare quel tanto attaccamento al lavoro. Oggi i ‘ciarlatani’ parlano di turismo, cultura e moda, ma tutti gli addetti ai lavori sanno, che non riusciranno mai a sostituire l’industria. I giovani più fortunati, usano le rendite residuali di genitori e nonni per aprire bar o similari, ma nessuno può credere che l’Italia dei baristi possa farcela. Una lettura per una consapevolezza, quella che ‘Libri & Visioni’ propone, dove la storia del decadimento industriale del nostro paese è rappresentata dal decadimento della Fiat.  Azienda prima, poi madre e poi matrona dal seno pieno di latte, trasformatasi in coccodrillo che divorava storia, passioni e attaccamento al lavoro.  Alessandro Barbero ha sintetizzato con parole lapidarie: “Viviamo in un’epoca in cui la lotta di classe è finita, perché c’è stata, e l’hanno vinta i ricchi”. È l’epoca dei profitti e non più delle garanzie sociali. Di Mirafiori, come di tutto il patrimonio industriale, resta ‘L’ultimo operaio’ entrato negli anni Ottanta e in procinto di pensione …“Il racconto di una vita in dissolvenza, tutti gli hanno voltato le spalle. E in questo tempo senza riconoscenza e senza prospettiva, non c’è più il passato. Non c’è più il futuro. Nemmeno il truciolo, lo scarto della lavorazione, c’è più”.

Quando si inizia a leggere “L’ultimo operaio” canto finale della grande fabbrica, si immagina una storia di lotta e di rabbia; di diapositive fermate alle bocche d’ingresso, con scioperi e contestazioni per contrapposizioni tra ricchi e poveri, colletti bianchi e tute azzurre. Di fatto, si incontra una storia di amore, di fantasmi e mancanze insostituibili.

4 commenti riguardo ““LO SENTI QUESTO SILENZIO? È LA FABBRICA CHE STA MORENDO”

  • Ditelo a Marsilio e vedete cosa risponde, non gliene frega nulla.

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  • Complimenti per l’ articolo, bello e toccante. L’ errore è stato far finta di niente da parte delle istituzioni e permettere ad un manipolo di ingordi affaristi a cui non frega assolutamente nulla né dei lavoratori e relative famiglie e né dell’ Italia di fare il comodo proprio.In un settore che rappresentava una quota importante del PIL nazionale doveva essere lo stato ad entrare nel capitale sociale dell’ azienda ed assumere decisioni strategiche così come avviene in Francia.

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