SODECIA, IL PARADOSSO FIOM: LAVORATORI PRONTI A RESTITUIRE LE TESSERE. “IL SINDACATO CI LASCIA NEL FANGO”
I cancelli della Sodecia si chiuderanno definitivamente il 31 marzo. Questa è l’unica certezza incisa sulla pietra. Eppure, davanti a quei cancelli, la rabbia dei 39 operai oggi non è rivolta solo all’azienda, ma a chi dovrebbe tutelarli. Il bersaglio della protesta è la Fiom-Cgil, l’unica sigla che si rifiuta di firmare l’accordo per la cassa integrazione, trasformando un paracadute sociale in un salto nel vuoto senza rete.
La situazione è chiara dal vertice del 22 gennaio scorso. In quell’occasione, la vicepresidente del consiglio regionale Marianna Scoccia, la consigliera Maria Assunta Rossi e il sindaco Marco Moca avevano denunciato il “muro insormontabile” alzato dalla proprietà. L’azienda era stata categorica: nessuna commessa resterà a Raiano, tutto sarà dirottato a Chivasso. Un atteggiamento che le istituzioni avevano bollato come un “licenziamento mascherato”, ma che aveva portato a una mediazione faticosa: due anni di cassa integrazione e l’inserimento nell’Area di Crisi Complessa.
Oggi, però, la Fiom fa “orecchie da mercante”. Nonostante la totale chiusura dell’azienda – che ha già chiarito di non voler sentire ragioni su contratti di solidarietà o mantenimento del sito – il sindacato guidato da Simona Elvira De Sanctis continua a definire l’accordo “irricevibile”. Una posizione ideologica che sbatte contro la realtà: senza firma entro martedì, dal 10 marzo partiranno le lettere di licenziamento e i lavoratori perderanno persino l’anno di cassa integrazione garantito.
“Non ci rispondono nemmeno al telefono”, urlano i lavoratori davanti ai cancelli. Il paradosso è totale: l’assemblea degli operai ha votato all’unanimità a favore dell’accordo, ma il sindacato decide di ignorare la volontà dei propri iscritti. Tra i 39 padri e madri di famiglia, la tensione è alle stelle. Sette iscritti alla Cgil sono già pronti a un gesto estremo: riconsegnare le tessere sindacali per procedere con un accordo separato.
“Paghiamo 20 euro al mese di tessera per farci lasciare in mezzo al guado senza una spiegazione”, accusano i lavoratori Riccardo Giovani, Venanzio Bosio e Luigi Ruscitti.
Mentre l’Ugl spinge per la firma immediata per garantire almeno una “buonuscita” da 20mila euro e il sostegno al reddito, la Fiom si arrocca su una richiesta di reindustrializzazione che, allo stato attuale e con i tempi dettati dalla proprietà, appare come un’utopia burocratica. In alcune conversazioni informali, persino tra i ranghi sindacali, filtra la consapevolezza che la posizione ufficiale sia ormai distante dalle necessità immediate delle famiglie, quasi a voler portare avanti una battaglia di principio sulla pelle dei lavoratori che non hanno il lusso di aspettare.
Già a gennaio, Scoccia e Rossi avevano evidenziato come l’unica strada percorribile fosse quella degli ammortizzatori strutturali legati all’Area di Crisi Complessa, l’unico strumento capace di attrarre nuovi investimenti nel lungo periodo. Ostacolando la cassa integrazione per “cessazione di attività”, la Fiom non sta salvando la fabbrica – che l’azienda ha già deciso di smantellare – ma sta solo togliendo il pane di bocca ai dipendenti per i prossimi due anni.
Se entro martedì non arriverà la firma, la Sodecia di Raiano non sarà solo il simbolo della crisi dell’automotive, ma il monumento al fallimento di un sindacato che ha preferito la bandiera alla sopravvivenza dei suoi lavoratori.



La FIOM si deve solo Vergognare insieme al suo leader dí Sinistra che non ha mai fatto interesse dei lavoratori il sig. Landini