SANREMO, E NON CE NE SIAMO ACCORTI
di Massimo Di Paolo –
Sanremo 2026, un make up che non offende nessuno. Poche le tracce che resteranno. D’altronde, l’originalità se si professa non si dice e se si dice, meglio farlo sottovoce. Materiale impiegatizio tra il grigio chiaro e il muschio spento che perfino nella prima serata, emergevano tra coreografie e balletti da riempitivo. La Canzone, la Canzone italiana è per questa edizione, nelle retrovie. D’altronde il Festival di Sanremo e il Giro d’Italia restano le manifestazioni nazionali che sanno dei tempi che corrono.

Ed è un tempo, quello che viviamo, che di gioie ne lascia poche a fronte degli inni, dell’iperbole, dei nazionalismi che cercano di dare coraggio riscoprendo sentimenti, lavoro e famiglia. Roba di altri tempi a cui il format è voluto tornare in una sorta d’Italia già trascorsa. Tranquillità e pacatezza mantenendo fuori dalla porta il quid originale, la capovolta da acrobata, la nota polemica, il verso sovversivo della canzone impegnata. Non è stato un festival da record e neppure si possono trovare tracce di spettacolo di massa umido di avanguardia e sperimentazione utili per far pensare. Non poteva esserlo. Non ci sono i tempi adatti. La buonanima di Almirante avrebbe rilanciato il suo motto “non rinnegare, non restaurare”. E così è stato. Nulla di nuovo sul fronte della melodia, delle parole e della musica: nessuna rivelazione salvo figurine che sono piaciute come “Ditonellapiaga” in grado di stracciare la monotonia con un fazzoletto di anticonformismo. I cronisti si sono impegnati a coglierne le originalità dell’edizione: ma solo quelli della squadra.

Di fatto si è sentito l’odore di quella sorta di cancel culture al pomodoro che pone la 76esima edizione del Festival della canzone italiana, ben lontana dalla storia attuale del nostro paese con una disimpegnata edizione: vuota per significati, aneddoti e passioni. Forse rispecchia il momento politico che appare in filigrana, pieno di ossessione per essere adeguati, e per esserlo si è scelto di semplificare, senza il timore di farlo fin troppo. E non sono bastate le storie rappresentate da Tiziano Ferro, Patty Pravo, Bianca Balti, Irina Shayk, Eros Ramazzotti. O l’umorismo ripetitivo di Alessandro Siani, Lillo, Fabio De Luigi e Virginia Raffaele, con una satira stentata, poco eloquente,con proposte trascorse e andate. Carlo Conti, a fronte dei 500.000 mila euro di stipendiuzzo, è stato quello che doveva essere, uomo di regime ancorato a un perbenismo noioso e irrilevante.

Laura Pausini, che non deve imparare nulla come cantante e artista, spesso un pesce fuor d’acqua travestito in modo improponibile. Un almanacco della canzone italiana prezioso quello di Sanremo che resterà, nella versione 76,più ricorrenza che spettacolo, con il ricordo di Pippo Baudo e di Peppe Vessicchio a reggere i vuoti e le cadute di stile che hanno fatto scricchiolare l’interesse mediatico e la qualità dell’evento fino alla terza serata. E meno male che è arrivato l’appuntamento con le cover, con i duetti, con le magiche e potenti canzoni di altri tempi; con un format che faceva gara a sé rinvigorendo qualità, partecipazione e pubblico. Punte di diamante ci sono state a dare ossigeno a una edizione proposta e giocata in apnea, una tra tutte l’esibizione di Sal Da Vinci ripagata con una standing ovation che ha fatto onore all’Ariston. Certo è ormai abitudine arrampicarsi sulle percentuali, sui numeri e lo share ma si dovrebbe parlare di altro. Vincerà chi vincerà, ma non la Canzone italiana tornata, a Sanremo 2026, ad albergare tra le canzonette, con le dovute eccezioni. Le stelle, che pure ci sono state, hanno brillato di proprio, illuminando il resto di sola luce riflessa.



