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LUPO, 13 ASSOCIAZIONI SCRIVONO AI MEDIA: “BASTA ALLARMISMI, DIFENDIAMO LA VERITÀ SCIENTIFICA”

Lupo, 13 associazioni scrivono ai media: “Basta allarmismi, difendiamo la verità scientifica”

Il lupo è “cattivo” solo nelle favole. È questo il messaggio al centro della lettera aperta che tredici associazioni ambientaliste hanno indirizzato agli organi di stampa e ai giornalisti italiani, in un momento cruciale per il futuro della specie. Dopo il declassamento deciso a livello europeo nel giugno 2025, il destino del Canis lupus – e in particolare del Canis lupus italicus – è tornato al centro del dibattito politico e mediatico.

Una lupa con il suo piccolo

Secondo le associazioni firmatarie, negli ultimi due anni il lupo è stato oggetto di una campagna mediatica caratterizzata da atteggiamenti antiscientifici, allarmismi e strumentalizzazioni di singoli episodi di cronaca. Una narrazione che, sostengono, avrebbe finito per confondere realtà e leggenda, riproponendo lo stereotipo del “lupo cattivo” a scapito di dati verificati e conoscenze consolidate.

Il declassamento europeo e i margini degli Stati

Nel giugno 2025 un atto di modifica della Direttiva Habitat dell’Unione europea ha fatto perdere al lupo lo status di “protezione rigorosa”, riclassificandolo come specie potenzialmente cacciabile. Tuttavia, ricordano le associazioni, i singoli Stati membri possono decidere se recepire o meno il declassamento nella legislazione nazionale e mantenere quindi una tutela più stringente.

In Italia il tema è ora legato al disegno di legge di delegazione europea 2025 (Ddl n. 1737), già approvato alla Camera e atteso al voto finale in Senato nel marzo 2026. Parallelamente, sono pendenti due ricorsi alla Corte di Giustizia dell’Unione europea per chiedere l’annullamento del declassamento.

La scelta europea, sottolineano i firmatari, arriva dopo mezzo secolo di tutela che aveva consentito al lupo italiano di risollevarsi dal rischio di estinzione, quando negli anni Settanta sopravvivevano solo pochi esemplari. L’Italia fu tra i primi Paesi in Europa a proteggerlo, anche grazie all’“Operazione San Francesco” avviata nel Parco Nazionale d’Abruzzo nel 1971.

I dati contestati: predazioni e mortalità

Nella lettera vengono richiamati alcuni dati ritenuti “ignorati” o poco rappresentati nel dibattito pubblico. Tra questi, il fatto che le predazioni attribuite al lupo sulla popolazione ovicaprina europea rappresenterebbero lo 0,07% delle cause di mortalità complessive.

Viene inoltre citato uno studio sulla mortalità in Italia tra il 2019 e il 2023, con 1.639 lupi rinvenuti morti (media annua di 327,8 animali), un dato in crescita che – secondo le associazioni – incide direttamente sulle prospettive di conservazione della specie. Le cause sono molteplici e includono investimenti stradali, bracconaggio e altre pressioni di origine antropica.

Le associazioni ricordano anche che i sistemi di prevenzione delle predazioni – finanziati dall’Unione europea nell’ambito delle politiche di coesistenza – sarebbero efficaci ma ancora poco adottati. In questo quadro, il lupo viene descritto come un “ingegnere ecosistemico”, un regolatore naturale capace di incidere sugli equilibri faunistici, inclusa la dinamica delle popolazioni di ungulati selvatici.

Crescita demografica e fake news

Un altro punto contestato riguarda l’idea di una crescita numerica “incontrollata”. Secondo i firmatari, nelle aree dove la specie ha raggiunto la saturazione degli ambienti disponibili – come in parte delle Alpi occidentali – il tasso di incremento si avvicina allo zero. Le ipotesi di un’espansione illimitata sarebbero dunque prive di fondamento scientifico.

A sostegno delle loro posizioni, le associazioni citano pubblicazioni su riviste internazionali come Science e diversi studi europei sulla biologia e la gestione del lupo.

Un appello alla responsabilità dell’informazione

“La tutela del lupo italiano era una vittoria della conservazione Made in Italy”, si legge nella lettera. “Oggi assistiamo allo smantellamento degli sforzi fatti e dei traguardi raggiunti in 50 anni di impegno”.

I firmatari chiedono ai media un cambio di passo: maggiore attenzione ai dati scientifici, verifica delle fonti, spazio a esperti qualificati e contestualizzazione degli episodi di cronaca. Ricordano inoltre che il declassamento non equivale a una “licenza di uccidere”, poiché l’abbattimento resta l’extrema ratio prevista dalle normative.

La lettera si chiude con un richiamo più ampio alla responsabilità collettiva verso la biodiversità. I grandi mammiferi selvatici – ricordano le associazioni – rappresentano appena il 4% della biomassa globale dei mammiferi, mentre il restante 96% è costituito da esseri umani e animali domestici allevati. In un pianeta già fortemente segnato dalla pressione antropica, concludono, il destino del lupo diventa simbolo del rapporto tra società, informazione e natura.

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