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TAXI DRIVER, 1976-2026: UN FILM SULLA SOLITUDINE URBANA

di Massimo Di Paolo

Taxi Driver, febbraio del 1976. Fu presentato nelle sale cinematografiche riscuotendo un enorme successo di critica e di pubblico. Si dice cosƬ quando si scrive per compiangere un divo, un’opera, un romanziere, comunque qualcosa o qualcuno che ha bazzicato le platee e l’audience del successo. Tra un rinnovo di commiato e il ricordo nostalgico, spesso si sente il sapore del lumino acceso. Non ĆØ certo il caso di Taxi Driver, opera cinematografica di Martin Scorsese, con un monumentale Robert De Niro che appena 50 anni fa suggeriva una riflessione sul disagio esistenziale dell’uomo moderno che, non trovando le pantofole giuste per vivere,cercava di adattarsi plasmando il mondo con la violenza e la nevrosi compulsiva.

Un film diventato un viaggio nella mente oscura di un uomo trasformato in un’icona che, oggi come ieri,rappresenta la testimonianza di un disadattamento esistenziale, costantemente presente nella cronaca nera, da più di mezzo secolo. La scena si apre con un taxi giallo in cerca della via tra i fumi di una metropoli che appare molto simile a un girone infernale; priva di orientamento, di aria da respirare, di luce per sopravvivere. Colonna sonora come magnifico contorno a colori; con tromba, percussioni e sax, a firma di Bernard Hermann. Un capolavoro del cinema che sembra girato ieri, inscalfibile e indifferente ai suoi cinquanta anni appena passati. Una sorta di Western metropolitano che narra la personalitĆ  di Travis Bickle reduce dal Vietnam, tassista di notte, misantropo, egocentrato su pensieri deliranti e ricorsivi, in una visione della realtĆ  minacciosa ed espulsiva.

Straordinaria l’interpretazione di Robert De Niro che ā€˜impose’ la Palma d’oro a Cannes nel 1976. Ā Oggi potrebbe concorrere nei migliori sagre del cinema moderno senza bisogno di rivisitazione o aggiornamenti. Una pistola magnum mantenuta a braccio teso, mentre guardandosi allo specchio si ripeteva ossessivamente ā€œyou talkin’to me?ā€.  È la scena madre che in pochi frame tratteggiava la condizione dell’alienazione, della solitudine, imposta da una societĆ  vissuta come ostile e corrotta. Opera cinematografica straordinaria Taxi Driver; Scorsese la trasformò in un trattato di psicologica clinica dove il disturbo posttraumatico da stress’, comune nei reduci di ritorno dal Vietnam, divenne scenografia per una narrazione antropologica di tutte le comunitĆ  metropolitane dove l’anonimato, il nichilismo, la violenza, non accettano il ritorno, la redenzione e la cura. La scena dello specchio (Dici a me? Mi stai parlando?), ĆØ entrata nella storia del cinema, e resterĆ  per sempre una magistrale rappresentazione di come la mente possa perdersi. Lo stesso copione che oggi potrebbe dare significato alla follia delle stragi nelle scuole americane; alle aggressioni immotivate all’arma bianca; all’alto numero di suicidi che nei sobborghi di Tokio, CittĆ  del Messico, San Francisco e in ogni megalopoli sparsa per il mondo, impongono un servizio di controllo sulle solitudini individuali. Drammatica ĆØ la diffusione dell’App in uso in Giappone per accertarsi se le persone sole, siano ancora in vita. Una verifica non dei bisogni ma dei dialoghi allo specchio: fatti da soli o in compagnia di una pazza solitudine.

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