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LICEO VICO, LA MEMORIA CONTRO L’ABISSO: SAMI MODIANO TORNA IN CATTEDRA DOPO LO SHOCK NAZISTA

Non sarà una nota sul registro, né una semplice sospensione a chiudere il caso dei video con svastiche e saluti romani al Liceo Vico. La risposta della scuola alla “sfida” dell’odio ha un nome, un cognome e un numero tatuato sul braccio: Sami Modiano.

La preside Caterina Fantauzzi ha scelto la via più difficile, ma l’unica davvero trasformativa: richiamare a scuola il sopravvissuto di Auschwitz-Birkenau. Sarà lui, 96 anni di lucida memoria, a spiegare ai ragazzi della classe coinvolta che quei simboli non sono “frame” di una challenge su TikTok, ma cicatrici ancora aperte nella carne della Storia.

La risposta della scuola: educare, non solo punire

Mentre la Procura per i Minorenni dell’Aquila procede con i suoi tempi tecnici, la scuola accelera sul fronte educativo. La dirigente Fantauzzi ha aperto un procedimento disciplinare che non riguarda solo i cinque indagati, ma l’intero gruppo classe (16 studenti in totale).

L’obiettivo è scardinare la cultura dell’indifferenza. “La sensibilità di tanti ragazzi non può essere oscurata dai pochi protagonisti di questo triste episodio”, ha commentato Modiano, accettando l’invito. Il testimone, che già nel 2018 aveva incantato il Vico con il racconto dell’espulsione da scuola a soli otto anni a causa delle leggi razziali, torna oggi per rispondere a un paradosso: il video incriminato è stato girato proprio il 31 gennaio, durante le celebrazioni della Settimana della Memoria.

Il muro del “gruppo”: l’ombra della challenge

Dalle indagini dei Carabinieri di Sulmona emerge uno scenario inquietante legato alle dinamiche dei social. Dietro il saluto romano e la bandiera nazista potrebbe esserci stata una “challenge”, una prova di coraggio digitale per non essere esclusi dal branco.

“Ho sbagliato, è stata una vigliaccata. Ma dovevo farlo, altrimenti non mi facevano rimanere nel gruppo”, avrebbe confessato uno dei diciassettenni durante il sequestro di smartphone e PC.

Parole che svelano la fragilità di una generazione che, per un “like” o per timore dell’ostracismo, calpesta la dignità umana. Gli avvocati difensori parlano di ragazzi “amareggiati” per il clamore mediatico, ma per la scuola la posta in gioco è più alta della reputazione: è la tenuta dei valori democratici.

La voce degli studenti: “Non chiamatela ragazzata”

A fare da argine al fango sono gli stessi compagni di scuola. La rappresentante degli studenti, Giulia Finocchio, ha preso le distanze con un documento di rara maturità:

  • Contro la leggerezza: “Vedere quei simboli comparire come uno scherzo fa male perché colpisce il rispetto e l’inclusione”.

  • La scelta di campo: “Come comunità studentesca scegliamo la memoria al posto dell’ignoranza, la responsabilità al posto della leggerezza”.

I due binari: sanzioni e lavori socialmente utili

La vicenda ora prosegue su due fronti:

  1. Giudiziario: Il procuratore David Mancini ipotizza i reati di propaganda e istigazione a delinquere per motivi razzisti.

  2. Scolastico: La preside sta valutando sanzioni che, secondo il nuovo regolamento, potrebbero tradursi in lavori di pubblica utilità e attività di comunità.

Al Liceo Vico la lezione più importante dell’anno non sarà scritta sulla lavagna, ma arriverà dalle parole di chi l’inferno lo ha visto davvero. Perché davanti a un sopravvissuto della Shoah, nessuna “sfida social” può reggere il peso della realtà.

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