L’AQUILA CAPITALE DELLA CULTURA. QUANDO NON SI HANNO NE’ PADRINI NE’ PADRONI
L’AQUILA – Non sono qui a puntare il dito, ma sento il bisogno di dare voce a un disagio mai sentito prima d’ora in una città che, nel 2026, viene definita Capitale della Cultura.
Io sono solo una ragazza di ventisei anni tra tanti, una persona che si è rimboccata le maniche e ha avviato il proprio studio fotografico, frutto di esperienze, stage, formazione e lavoro a volte non retribuito. Ma ne è valsa la pena.
Un paio d’anni fa avevo un progetto bellissimo per questa città, un progetto legato al turismo che, ne sono certa, avrebbe dato ottimi risultati. Dopo aver sudato per ottenere un appuntamento con chi di competenza — esponenti politici di cui non voglio fare nomi — ho atteso invano per tre ore oltre l’orario stabilito. Mi sono vista scavalcare da persone che, per non so quale ragione, venivano considerate più importanti di me.
Sono stata a malapena guardata in faccia; il mio progetto è finito nel cassetto dei sogni, insieme a una multa per il parcheggio da 250,00€ e alla rimozione dell’auto.
Oggi mi chiedete di dare il mio contributo con le mie foto, perché questa è la “Città della Cultura”. E a me non viene in mente nulla. Non perché manchino le idee, ma perché non ho spazio dove metterle. Non ho “conoscenze”.
La cultura c’è, ma mancano le “conoscenze” giuste: non sono “figlia di”, non conosco persone di un certo livello che — purtroppo a L’Aquila come altrove — sono le uniche a permettere l’accesso a certe opportunità.
Sono solo una ragazza di ventisei anni che avrebbe tanto da dare, ma che resta indietro. In nome di una città della “conoscenza”.
*Fotografa




