SCIENZA E PREGIUDIZIO: SE VACCINARE OGGI E’ COME AI TEMPI DI SACCO E VANZETTI
L’AQUILA – Negli Stati Uniti, l’atmosfera nei confronti dei microbiologi e degli esperti scientifici che promuovono le vaccinazioni ricorda i tempi del celebre caso di Sacco e Vanzetti: due immigrati italiani, Nicola Sacco (calzolaio) e Bartolomeo Vanzetti (venditore ambulante di pesce), accusati nel 1920 di aver commesso una rapina a mano armata e un duplice omicidio durante un assalto a una fabbrica di scarpe nel Massachusetts, in cui furono uccisi un pagatore e una guardia. Pur con prove controverse e dibattute (tra cui testimonianze oculari contraddittorie e analisi balistiche incerte), furono processati in un clima di forte pregiudizio anti-immigrati, anti-italiani e anti-radicali, alimentato dalla paura del “pericolo rosso” dopo la Rivoluzione Russa e da una serie di attentati anarchici. Entrambi erano anarchici convinti, sostenitori di un rovesciamento violento del capitalismo e del governo e questo orientamento politico divenne centrale nel processo, più delle evidenze concrete sul crimine.
Dopo un dibattimento segnato da accuse di parzialitĆ giudiziaria, furono condannati a morte nel 1921 e giustiziati sulla sedia elettrica nel 1927, nonostante proteste internazionali, petizioni e dubbi sulla loro colpevolezza che persistono ancora oggi (molti storici ritengono il processo ingiusto e influenzato da xenofobia e anticomunismo).
Immaginiamo oggi due moderni microbiologi ricercatori, immigrati o di origini straniere, accusati non di un omicidio fisico ma di una sorta di “cospirazione contro il governo e la libertĆ individuale”: diffondere vaccini che ā secondo teorie diffuse ā sarebbero strumenti di controllo statale, veleni mascherati o parte di un piano per ledere diritti personali. In un contesto di sfiducia istituzionale, polarizzazione politica e revival di sospetti verso la scienza “ufficiale”, verrebbero processati più per le loro idee (pro-vaccinazione come difesa della salute pubblica) che per fatti concreti, con l’opinione pubblica divisa tra chi li vede come vittime di una caccia alle streghe ideologica e chi li considera colpevoli di tradire la “libertĆ americana”.
Il parallelo sottolinea come, in entrambi i casi, il pregiudizio contro “l’altro” (immigrato, radicale ieri; esperto “Ć©lite” o “sistema” oggi) trasformi un dibattito in una condanna simbolica.
Quasi un adulto su due manifesta forme di esitazione nei confronti delle vaccinazioni, con una prevalenza stimata intorno al 46% tra gli aventi diritto, secondo una delle indagini più ampie mai realizzate in Italia su un campione rappresentativo di oltre 52.000 persone. Questo fenomeno risulta complesso e molto eterogeneo, influenzato da fattori demografici e sociali, esperienze personali, orientamento politico e religioso, oltre che dal livello di fiducia nelle istituzioni e nei sistemi sanitari. L’esitazione vaccinale emerge con differenze significative in base a genere, identitĆ sessuale ed etnia, aspetti spesso poco approfonditi nelle ricerche precedenti nel nostro paese, evidenziando la necessitĆ di dati sempre più dettagliati per mettere a punto strategie di prevenzione inclusive e mirate.
Le possibili motivazioni di questa diffusa esitazione includono non solo timori residui sulla sicurezza dei vaccini, ma soprattutto una difficoltĆ nel comunicare efficacemente il valore della vaccinazione, una sfiducia crescente verso le istituzioni sanitarie, la mancanza di un sostegno percepito chiaro da parte di figure di riferimento come operatori sanitari, insegnanti o leader comunitari, oltre a influenze culturali, disinformazione e polarizzazioni sociali.
In Italia questo rappresenta una criticitĆ particolarmente grave: con circa uno su due adulti che mostra forme di incertezza o reticenza, il nostro paese si posiziona come maglia nera in Europa per quanto riguarda l’esitazione vaccinale. Il confronto appare ancora più sfavorevole se paragonato agli Stati Uniti, dove ā nonostante le influenze di figure come Trump e Kennedy Junior ā la percentuale di outright no-vax o di rifiuto totale si attesta generalmente più bassa (intorno al 15-20% in vari sondaggi recenti su rifiuti netti o forti esitazioni estreme), rendendo il contesto italiano più problematico.
Con questa pesante zavorra diventa difficile per i microbiologi e gli esperti del settore svolgere il proprio lavoro: la loro figura pubblica tende a essere percepita con diffidenza simile a quella riservata, in epoca manzoniana, agli untori, ostacolando gravemente gli sforzi per tutelare la salute collettiva.
Per affrontare questa sfida occorre ripensare le strategie di sanitĆ pubblica, superando approcci limitati ai soli contesti sanitari tradizionali. La comunicazione va adattata ai diversi sottogruppi della popolazione, contrastando la sfiducia istituzionale attraverso il coinvolgimento di reti comunitarie e figure di prossimitĆ . Rafforzare lāaccessibilitĆ e la qualitĆ dei servizi vaccinali, ricostruire fiducia tra cittadini e istituzioni, e puntare su una comunicazione depoliticizzata e fondata su evidenze scientifiche solide rappresentano prioritĆ ineludibili per invertire la tendenza.
*Microbiologo UniversitĆ Parma





La “temuta” paura non ĆØ rivolta alle figure dei microbiologi, bensƬ ai governi e alle case farmaceutiche che di comune accordo, che colluse da chi ha i mezzi e il potere di farlo, organizza la “prova generale” delle restrizioni e delle misure straordinarie in larga scala sulla “popolazione mondiale”, ottenendone un risultato piĆŗ che lusinghiero.
Delle “piccole avvisaglie”, in questo mondo “svalvolato”, giĆ si avvertono.
Attendiamoci una replica ancora più “performante”.