L’AQUILA, IL GIORNO DEL RICORDO TRA I BANCHI: LA STORIA DEGLI ESULI NELLE COLONIE D’ABRUZZO
La storia, quando entra nelle aule, smette di essere solo una materia di studio. È accaduto questa mattina nella Sala Ipogea del Consiglio regionale dell’Abruzzo, dove un incontro promosso dall’Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea (Iasric) ha riportato al centro il tema dell’esodo giuliano-dalmata e dell’accoglienza dei profughi in Abruzzo.

A seguire i lavori, coordinati dal presidente dello Iasric Carlo Fonzi, sono stati soprattutto gli studenti degli istituti superiori “Colecchi-Da Vinci”, “Bafile-Muzi”, “A. d’Aosta” e del Convitto “D. Cotugno”, coinvolti in un vero e proprio laboratorio di storia, fatto di documenti, testimonianze e riflessioni sul presente.
Ad aprire la mattinata è stato lo stesso Fonzi, che ha ricordato il legame profondo tra l’Istituto – nato nel 1975 per legge regionale – e il Consiglio regionale dell’Abruzzo, ringraziando il Comune dell’Aquila e l’Ufficio Scolastico Regionale per il sostegno e la collaborazione. Un rapporto, quello tra istituzioni e memoria storica, che si rinnova proprio attraverso iniziative come questa.

A portare il saluto della Presidenza è stata la vicepresidente del Consiglio regionale, Marianna Scoccia, che si è rivolta direttamente ai ragazzi, invitandoli a non temere la complessità della storia.
«La storia va raccontata tutta, senza scorciatoie e senza paura di affrontare i momenti più dolorosi – ha sottolineato –. La conoscenza ci rende meno deboli e ci aiuta a non cadere in contrapposizioni inutili. Non è solo un momento per ricordare, ma per raccontare tutto ciò che è accaduto».
Il primo intervento di rilievo è stato quello di Fabrizio Marinelli, presidente della Fondazione Carispaq, che ha proposto una riflessione ampia sul concetto di identità. Un’identità intesa non solo come lingua o appartenenza nazionale, ma come “luogo nel quale una persona si sente a proprio agio”. Citando il programma Erasmus e il processo di integrazione europea, Marinelli ha messo a confronto la libertà di movimento di oggi con i confini del passato, spesso instabili e carichi di tensioni. «I confini cambiano, i popoli si spostano, ma le città restano – ha ricordato –. Trieste e Trento furono città simbolo durante la Grande Guerra, mentre oggi Gorizia è l’esempio di una città aperta, dove la collaborazione non implica la rinuncia alla propria identità».

Il momento centrale della mattinata è stato affidato allo storico Costantino Di Sante, socio Iasric e ricercatore dell’Università del Molise, che ha presentato in anteprima l’Atlante interattivo dei centri di raccolta dei profughi. Si tratta di uno strumento digitale pensato per la didattica e la ricerca, che sarà presentato ufficialmente alla Camera dei Deputati il prossimo 19 febbraio, e che ricostruisce la geografia dell’esodo in tutta Italia.
«Siamo spesso vittime di narrazioni semplificate – ha spiegato Di Sante –. Il compito dello storico è lasciare tracce, rendere visibili le fonti. L’esodo non è stato solo un evento del 1947, ma il culmine dei nazionalismi che hanno incendiato l’Europa».

Attraverso l’atlante, Di Sante ha guidato gli studenti alla scoperta dei casi locali, soffermandosi in particolare sull’ex colonia montana di Roio. Nata come struttura per le “genti di mare”, la colonia fu occupata dai tedeschi durante la guerra, per poi diventare rifugio degli sfollati della Linea Gustav e, successivamente, centro di raccolta per i profughi giuliano-dalmati fino alla chiusura nel 1956. In quegli spazi trovarono accoglienza tra le 600 e le 800 persone, spesso famiglie numerose, sospese tra il passato e la ricerca di una nuova identità.
«Quella di Roio è una storia ancora da scrivere», ha osservato lo storico, richiamando l’importanza di continuare a scavare tra documenti e testimonianze.

Nel suo intervento, Di Sante non ha evitato i capitoli più dolorosi del Novecento, dai crimini del fascismo nei Balcani, come il campo di concentramento di Arbe, alle violenze delle foibe istriane del 1943. Un percorso che si è chiuso con un messaggio di riconoscimento reciproco:
«Riconoscere le memorie degli altri è l’unico modo per andare avanti. Il gesto simbolico del 2020 a Basovizza, con Mattarella e il presidente sloveno Pahor, indica la strada della riconciliazione».




