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CONSORZIO DI BONIFICA: “RESPONSABILITÀ E NO POPULISMO PER TRASFORMARE L’ENTE IN ECCELLENZA”

Intervista al vicepresidente di Confagricoltura Fabio Spinosa Pingue

D. Vicepresidente, qual è lo stato d’animo dopo la vicenda che ha investito il Consorzio di Bonifica?
R. Sono letteralmente trasecolato.

D. Perché una reazione così netta?
R. Stare a supportare un Consorzio che si porta dietro una lunga storia da vecchio carrozzone, depredato da gestioni allegre e clientelari, gravido di disfunzioni, con troppe zone agricole non servite da acqua irrigua, una mastodontica rete di intubato che rischia di essere un colabrodo per via delle continue rotture, servizi spesso non soddisfacenti a fronte di cartelle esattoriali sempre più alte a prescindere dalla qualità del servizio… insomma, con una reputazione prossima allo zero, è un’operazione da kamikaze.

D. E allora perché Confagricoltura ha scelto di farlo?
R. Per senso di responsabilità. Non ci appartiene la cultura del “giocare al massacro”. Come Confagricoltura ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo partorito un progetto ambizioso: realizzare un vero e proprio miracolo, trasformare un ente decotto in un’eccellenza del territorio, capace di offrire un servizio qualificato alla nostra agricoltura peligna, da troppo tempo vituperata.
Circa quattro anni fa, dopo una lunga fase commissariale, abbiamo quasi supplicato un manager a guidare una lista di amministratori, “Consorzio Nuova Era”, ottenendo poi una formale investitura con le regolari elezioni del 2024. Supplicato perché il lavoro da fare è ciclopico: riportare in bonis e nella piena legalità uno straordinario patrimonio idraulico che altri territori, anche a maggiore vocazione agricola, non hanno.

D. Il tema che ha acceso la protesta è quello del tributo idraulico, la cosiddetta “tassa sulle grondaie”. Ci sarebbero sentenze che danno ragione a chi contesta. Il Consorzio sta sbagliando?
R. Premesso che sono sorpreso da tutto questo clamore e trovo riduttivo parlare solo di tributo idraulico sugli immobili, nel merito il Consorzio non sta affatto sbagliando. Se un cittadino ritiene illegittimo il tributo, è sacrosanto che protesti e faccia ricorso, dimostrando l’assenza di un beneficio potenziale: è così che funzionano i sistemi democratici.
Purtroppo, nel corso degli anni, sentenze di tribunali amministrativi hanno smentito altri tribunali, così come commissioni tributarie hanno smentito altre commissioni, generando confusione sul concetto di beneficio indiretto o potenziale. Serve una parola chiara e definitiva del legislatore.
Di certo non può deciderlo qualche candidato alle prossime elezioni comunali chiedendo le dimissioni del presidente. Peraltro esistono già ricorsi alla Commissione tributaria presentati da proprietari di terreni agricoli che contestano l’applicazione del tributo fino al 2024: un tributo che, da piano di classifica, doveva riguardare gli immobili.
Il Cda non ha introdotto alcuna nuova tassa: ha semplicemente applicato un piano di classifica che per 23 anni è stato fatto gravare solo sugli agricoltori. Questa è la vera notizia. Ed è significativo che proprio gli agricoltori, che avrebbero tutte le ragioni per arrabbiarsi, stiano mostrando grande responsabilità, perché vedono che qualcosa sta finalmente cambiando.

D. Quale sarebbe, allora, il beneficio indiretto o potenziale per il centro storico di Sulmona?
R. Forse non tutti sanno che il centro storico è ancora attraversato da canali nei quali fino a cinque anni fa scorreva l’acqua per irrigare orti e villa comunale, addirittura sopra l’acquedotto medievale di piazza Garibaldi, l’acquedotto svevo.
Parliamo di un reticolo di canali di enorme valenza storica e funzionale, che per secoli ha garantito acqua e deflusso delle piogge. Davvero qualcuno pensa di privarsene per qualche euro di tributo? Sarebbe un errore imperdonabile.
Io rilancerei: pretenderei dal Consorzio una manutenzione puntuale e documentata, rendicontata semestralmente, sia del reticolo del centro storico sia di tutta la rete che lo circonda, in particolare nella zona sud della città, da Montevergine a viale Mazzini fino alle circonvallazioni. Qui la manutenzione dei canali garantisce ancora oggi il corretto deflusso delle acque piovane, evitando allagamenti del centro.
Serve un monitoraggio costante, una schedatura delle criticità e un timing chiaro degli interventi. Deve cambiare il rapporto tra Comuni e Consorzio: da quasi inesistente a fondato su una reportistica continua, con personale comunale dedicato al dialogo e al controllo. In un’epoca di dissesti idrogeologici, alluvioni e cambiamenti climatici, eliminare il tributo invece di potenziare la manutenzione è una scelta che non condividiamo. Punto.

D. Qualcosa da rimproverare all’attuale Cda, però, ci sarà.
R. Certo. Il livello del servizio irriguo e soprattutto della manutenzione dei canali non ci soddisfa ancora. E c’è una grave carenza di comunicazione: non riescono a raccontare alla comunità le innovazioni, le efficienze e le migliorie organizzative che stanno introducendo.
Hanno persino redatto un piano industriale per i prossimi anni, ma lo fanno circolare poco. Mancano incontri semestrali con consorziati e istituzioni per raccogliere feedback, anche negativi. È vero però che oggi stanno emergendo tutti i nodi di oltre quarant’anni di gestioni allegre: problemi che non si risolvono con una bacchetta magica. Per questo è riduttivo limitarsi a protestare solo per il tributo sugli immobili.

D. Da dove bisogna partire, allora?
R. Dai fondamentali: conoscere funzioni, regolamenti e leggi che disciplinano il Consorzio, alcune delle quali sono addirittura Regi Decreti di fine ’800 e inizio ’900, a dimostrazione di quanto il tema dell’acqua sia cruciale da sempre.
Il Consorzio non si occupa solo di irrigazione, ma anche di dissesto idrogeologico, manutenzione idraulica e bonifica di un vastissimo territorio. Nell’immaginario collettivo è visto come qualcosa che riguarda solo gli agricoltori, ma non è affatto così.

D. Quali funzioni del Consorzio sono spesso ignorate?
R. Pochi sanno, ad esempio, che le circa dodici vasche di raccolta presenti in Valle Peligna sono le uniche riserve idriche disponibili, perché non abbiamo laghi naturali. Sono un servizio alla collettività anche in caso di incendi.
Lo scorso anno, durante l’incendio tra Raiano e Prezza, sono state utilizzate le acque delle vasche, ma nessuno ha poi risarcito gli agricoltori per le coltivazioni rimaste all’asciutto, con danni enormi.
E poi il Consorzio deve manutenere 730 chilometri di intubato e circa 400 chilometri di canali irrigui tra Valle Peligna, Capestrano e L’Aquila. Costi enormi che ricadono esclusivamente sui consorziati, perché i risanamenti “di mamma Regione” non esistono più.

D. Il piano di classifica è uno dei nodi centrali. Va rivisto?
R. Assolutamente sì. L’attuale piano è datato, contiene diverse assurdità e il Cda lo sa bene. Oggi, ad esempio, solo i terreni agricoli pagano il tributo irriguo, mentre terreni edificabili, artigianali o industriali, pur coltivati, non pagano nulla. È un paradosso intollerabile.
Anche strade, ponti, reti autostradali e ferroviarie dovrebbero contribuire, ma mancano criteri e dati. Va costruito un nuovo piano di classifica e un nuovo perimetro idraulico, diverso da quello idrico attuale. Ma non lo si può fare in questo clima.

D. Quali sono i principali problemi strutturali del Consorzio?
R. Oltre ai debiti pregressi, che ingessano il bilancio con interessi, contenziosi e sanzioni, ci sono solo due concessioni di derivazione irrigua autorizzate su tredici.
C’è poi il mancato rispetto delle fasce di rispetto dei canali previste da un Regio Decreto del 1904: recinzioni e fabbricati costruiti a ridosso dell’intubato, in alcuni casi addirittura inglobandolo. Questo è penale.
A ciò si aggiungono depuratori sottodimensionati che scaricano nei canali irrigui, strade e piazzali che convogliano acque inquinate, vasche non accatastate e intestate a vecchi proprietari.
Infine, la richiesta degli agricoltori di destagionalizzare il servizio idrico per effetto del cambiamento climatico, impossibile però perché la legge consente l’erogazione solo dal 1° aprile al 31 ottobre.

D. Come se ne esce?
R. Diventando una comunità matura, capace di dialogare e rispettare i ruoli. A partire dalla Regione Abruzzo, che ha la vigilanza sull’ente e da oltre due anni non nomina i tre membri del Cda, lasciandolo monco.
Serve un confronto immediato tra Cda, sindaci e associazioni di categoria per studiare i problemi e condividere soluzioni. È il momento del senso di responsabilità, non del populismo o degli atteggiamenti infantili che rischiano di far deragliare tutto, anche sul piano penale.

D. È vero che il Cda si è aumentato compensi e gettoni di presenza?
R. Assolutamente no. È una fantasia alimentata da chi fa populismo o non sa leggere i bilanci. Nel 2023 c’era un solo commissario, nel 2024 un Cda di otto membri: è ovvio che le voci di spesa siano diverse.

D. Quali sono, invece, gli aspetti virtuosi dell’attuale gestione?
R. Il debito pregresso è sceso da oltre tre milioni a meno di due milioni in appena due anni. Le spese legali, che arrivavano a 50-70 mila euro l’anno, sono state quasi azzerate.
Sono state introdotte procedure interne indispensabili, acquistate nuove macchine operatrici per la manutenzione dei canali, avviata l’informatizzazione completa dell’ente.
A breve tutta la rete sarà georeferenziata e tra un mese sarà pronta un’App – saremo i primi in Italia – per dialogare con il Consorzio, verificare la propria posizione contributiva e conoscere lo stato del servizio. Entro fine anno si potrà pagare anche tramite App IO.

Nella foto di copertina Fabio Spinosa Pingue e Fausto Ruscitti

3 commenti riguardo “CONSORZIO DI BONIFICA: “RESPONSABILITÀ E NO POPULISMO PER TRASFORMARE L’ENTE IN ECCELLENZA”

  • Alfonso Fabrizi

    NON SONO DACCORDO SU TUTTO MA L’ANALISI E’ UNA BUONA BASE DI DISCUSSIONE. SPERO VENGA RACCOLTA COMINCIANDO DALLA AMMINSTRAZIONI LOCALI MA NON NE SONO OTTIMITA.

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    • salvatore

      le basi sono sompre buone, poi ognuno fa i danni che vuole senza pagarne le spese ovviamente.
      Un pò di chiacchiere.

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  • Gabelle quotidiane

    Se, come si afferma nell’articolo e anche nella lettera di accompagno della tassa pervenuta nel 2025 (magistratura e Corte dei Conti dove siete?), il Consorzio è stato amministrato male, perché a ripianare i debiti vengono chiamati gli incolpevoli utenti (o consorziati) e non i responsabili?
    Amministrare in questo mpdo non c’è bisogno di un CdA pagato profumatamente, qualsiasi persona è capace (magari facendo meno danni), tanto non si risponde mai del proprio operato.

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