SULMONA, DAL TESTAMENTO FALSO ALLE MINACCE DI MORTE: A PROCESSO I FAMILIARI DI ADELE DI ROCCO
Quella che inizialmente sembrava una sgradevole disputa ereditaria si è trasformata, col tempo, in una spirale di violenza e intimidazioni che ora approda davanti ai giudici. Lunedì 9 febbraio, il Tribunale di Sulmona aprirà il dibattimento a carico di due coniugi residenti in città, accusati di minacce di morte aggravate (articoli 110 e 612 del codice penale).
Al centro della vicenda c’è Adele Di Rocco, volto noto della Valle Peligna non solo per i suoi trascorsi sportivi, ma soprattutto per il suo impegno civile come attivista contro la violenza di genere. Oggi, ironia della sorte, la “paladina della legalità” si trova a dover vestire i panni della vittima in un processo che vede come imputati proprio due suoi familiari.
Le radici del conflitto affondano nel passato, legate a una vicenda giudiziaria già nota: un testamento che i due coniugi avevano presentato come autentico, ma che una perizia calligrafica ha poi rivelato essere falso, portando il Giudice a dichiararlo nullo. Da quel momento, secondo l’accusa, la famiglia Di Rocco sarebbe diventata il bersaglio di continue vessazioni.
Il punto di rottura definitivo è avvenuto nell’aprile 2024. Secondo la ricostruzione, i due coniugi si sarebbero resi protagonisti di un inquietante atto di vilipendio all’interno della cappella di famiglia nel cimitero di Sulmona. Un gesto simbolico e doloroso che ha spinto l’attivista a cercare un chiarimento il giorno successivo.
Tuttavia, il confronto si è trasformato in un incubo: Adele Di Rocco sarebbe stata aggredita con ingiurie pesanti e minacciata di morte con un coltello.
“Un crescendo di disprezzo che è sfociato in gesti intimidatori intollerabili”, commenta Adele Di Rocco, sottolineando come la condotta dei due imputati non si sia limitata agli scontri fisici, ma sia proseguita anche sui social network con continui attacchi digitali.
Lunedì prossimo il rito predibattimentale entrerà nel vivo con l’ascolto dei primi testimoni. Per l’attivista peligna, che continua a denunciare ogni episodio di pressione e minaccia, il processo rappresenta non solo una ricerca di giustizia personale, ma l’ennesima battaglia contro quella cultura della sopraffazione che combatte da anni nelle piazze.



