Cronaca L'AquilaCulturaIn-Evidenza L'Aquila

CAPITALE DELLA CULTURA. LO SCULTORE VALTER DI CARLO CON ANIMO CRITICO

di Valter Di Carlo *

L’AQUILA –Ā  Vi parlo della vita vera, di quella fatta di sensazioni sottili e necessarie, di poesie invisibili che hanno abitato la mia esistenza e che, coltivate nel tempo, sono diventate passioni, poi relazioni, infine compassione.

Racconto di una cittĆ  che un tempo offriva opportunitĆ  ad un ragazzo che desiderava esplorare la propria anima attraverso i doni dello Spirito: la cultura.

Tralascio l’infanzia e inizio dal passo incerto e ardente di un quattordicenne che voleva donarsi allo sport, all’arte, alla socialitĆ , alla creativitĆ  come respiro dell’anima.

Abitavo a San Sisto, quartiere a due chilometri dal cuore dell’Aquila. Da lƬ, come attratto da una forza antica, andavo verso il centro per contemplare la maestositĆ  architettonica della piazza, e intorno a quel centro si apriva un mondo di attivitĆ , tutte gratuite.

Eravamo sei fratelli (uno oggi ĆØ assente in terra ma non in cielo), e i quartieri che mi circondavano erano popolati da famiglie numerose. Sant’Anza, San Francesco, Santa Barbara, nomi che allora significavano comunitĆ , voci, cortili, condivisione, famiglie che non avrebbero potuto permettersi sport o arte a pagamento, come accade oggi.

Eppure, nonostante le difficoltĆ  economiche, anzi, proprio a motivo di esse, nulla veniva negato sul piano sociale. Si poteva praticare l’atletica leggera, io lo facevo nel doposcuola. Partivo di corsa da San Sisto, attraversavo Sant’Anza, e in pochi metri mi ritrovavo guidato da veri maestri dello sport e dell’umanitĆ : Paolo Perrotti, Isaia Di Cesare, i quali, dopo aver insegnato a scuola, ci allenavano gratuitamente. Con loro ho esplorato la libertĆ  di ogni gesto atletico, la poesia del saltare, del correre insieme ad altri ragazzi, inermi e felici.

Queste iniziative culturali e ludiche salvano i giovani, li sottraggono alle strade paranoiche dell’esistenza, a quei vicoli ciechi che spesso sboccano in corpi giovani spezzati dall’overdose.

Oggi, invece, fare atletica non ĆØ più un diritto. Nonostante diciotto miliardi di euro siano entrati nelle casse comunali, l’atletica, per i poveri, per una famiglia con quattro figli, non ĆØ accessibile. E non per colpa dei gestori degli impianti, cooperative fragili,

lasciate sole, poco sostenute dai Comuni e dallo Stato, che parla soltanto di progetti illusionistici, dimenticando che la vera cultura passa per le cose più semplici.

Nonostante tanti soldi sopraggiunti, le cooperative che gestiscono gli impianti, usate per sostituire Comuni e Stato, impegnati in clientelismi di partito, barcollano, quindi si vedono costrette a far pagare l’ingresso al campo di atletica come se si trattasse di una sala cinematografica.

E cosƬ la corsa diventa privilegio, il salto diventa lusso, la cultura smette di essere casa e diventa biglietto.

Ā * Scultore.

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