FEBBRAIO 1957, L’ANNIVERSARIO DI JAMM’MÒ: QUANDO SULMONA DISSE NO E SCRISSE LA SUA PAGINA DI STORIA
Non fu solo una protesta, fu un’insurrezione dell’anima. Nel gelido weekend del 2 e 3 febbraio 1957, Sulmona smise di essere la placida patria di Ovidio per trasformarsi in una trincea. Il grido era uno solo, secco e dialettale: “Jamm’mò!”. Andiamo ora, non c’è più tempo.
La miccia: il furto nella notte
Tutto ha inizio quando la politica decide di smantellare il Distretto Militare, un’istituzione presente in città sin dal 1897 e motore economico per l’intero territorio. Nonostante anni di mediazioni e la ferma opposizione del Consiglio Comunale guidato dal Sindaco Ercole Tirone prima e dal Marchese Panfilo Mazara poi, la parola fine viene scritta nell’ombra: nella notte tra il 27 e il 28 gennaio, il comando viene trasferito d’autorità all’Aquila. È “lo scippo”.
Il sabato del Prefetto: otto ore d’assedio
La tensione esplode sabato 2 febbraio. Il Prefetto dell’Aquila, Ugo Morosi, arriva in città per una visita al Vescovado, ma trova ad attenderlo una folla inferocita. Una volta entrato a Palazzo San Francesco, la trappola scatta: migliaia di cittadini bloccano ogni via di fuga, inclusa la Rotonda di Corso Ovidio.
Per otto interminabili ore, il Prefetto resta asserragliato dentro il Comune mentre fuori la piazza ruggisce. Il Sindaco Mazara, figura di straordinaria nobiltà non solo di titolo ma di spirito, tenta di mediare interponendosi fisicamente tra le forze dell’ordine e la sua gente, cercando di evitare il massacro.
La “Guerra Civile” tra i vicoli
Quando un’autoblindo dei Carabinieri tenta di aprirsi un varco per portare via il Prefetto, la situazione precipita. La cronaca di quei momenti ricorda le “Cinque Giornate di Milano”:
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Dalle finestre del Liceo Classico Ovidio, gli studenti lanciano tegole contro i reparti giunti in assetto di guerra.
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Barricate e tombini divelti trasformano il centro storico in un campo di battaglia.
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La Pretura viene invasa, i mobili lanciati dalle finestre, il Ponte Capograssi sbarrato.
Le forze dell’ordine rispondono con un massiccio lancio di lacrimogeni, l’aria diventa irrespirabile, ma la resistenza non arretra. Si contano feriti da entrambe le parti.
Unità e sacrificio
In quei giorni, Sulmona diede una lezione di unità nazionale. Il Comitato Cittadino di Difesa, guidato da figure come Francesco Sardi De Letto e Antonio Falconio, divenne l’unico vero interlocutore di una popolazione che non accettava più di essere spogliata dei propri servizi. Il Sindaco Mazara e l’intero Consiglio Comunale rassegnarono le dimissioni: un gesto di solidarietà estrema verso i cittadini.
L’eredità di Jamm’mò
Le testate nazionali ed estere parlarono per giorni di quella “Rivoluzione Borghese” che aveva unito nobili, operai e studenti. Oggi, a distanza di quasi settant’anni, il ricordo di quel febbraio 1957 non è solo nostalgia. È il simbolo di una città che, quando vede minacciato il proprio futuro e la propria dignità, sa smettere i panni della rassegnazione per indossare quelli della Storia.




Ritornerà quell’orgoglio sulnontino.
Ritornerà, è latente ma ritornerà.
A Sulmona si scese in piazza contro la soppressione del distretto, cinque anni prima, nel 1950, in Val Pescara e in altre parti d’Abruzzo e d’Italia, si manifestò contro la disoccupazione con gli scioperi alla rovescia, che non fu affatto un movimento borghese, tutt’altro. Caratteristica del movimento fu quella di impiantare cantieri per la bonifica stradale, una sorta di lavori socialmente utili, anche se i manifestanti non percepivano nessun tipo di emolumento. Molti comuni vennero interessati dal fenomeno e fu tangibile la saldatura con la popolazione civile e le maestranze dalla Montecatini di Piano d’Orta, del gessificio e di una fabbrica di laterizi a Torre de’ Passeri, mentre a Scafa scioperarono i lavoratori del bacino minerario. Il 15 marzo proprio a Torre de’ Passeri si verificarono scontri tra un battaglione della celere e i partecipanti dello sciopero, che come accadeva da più di un mese, dopo avere lavorato nel cantiere sulla provinciale per Pietranico, manifestavano per il paese chiedendo pane e lavoro, senza turbare l’ordine pubblico al grido di “ulià”. Tutta la vicenda di Torre de’ Passeri si chiuse in Corte d’Assise a Chieti nel primo grado di giudizio ,ove nel gennaio del 1951 furono inflitte condanne ai partecipanti di quella caotica giornata, stranamente per molti anni consegnata all’oblio.
Il movimento in Val Pescara ebbe seguito sette anni prima ( febbraio/marzo 1950 ) della vicenda di Sulmona e non cinque come ho scritto erroneamente.