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L’AQUILA CAPITALE DELLA CULTURA: “PASSATA LA FESTA GABBATO LO SANTO?”

di Giosafat Capulli 

L’AQUILA – Da ieri tutto il comprensorio aquilano si fregia di un blasone di prestigio: L’aquila capitale della cultura. Uno sforzo collettivo, come hanno sottolineato un po’ tutti gli schieramenti politici, ma che sul palco della Caserma Scuola della Guardia d Finanza di Coppito, ha visto sfilare e parlare solo una parte culturale: quella identitaria riconducibile al melonismo militante. Il Presidente della Repubblica Mattarella, nel suo intervento ha parlato di dialogo, di bisogno di confronto dialettico pulito, di resistenza necessaria contro i predatori del tempo che viviamo, che rischiano di annullare con le bombe 80 anni di pace e di progressi civili. Per il resto, alla città sono stati offerti spettacoli e immagini magnificanti. Ma qualche interrogativo va comunque posto. Cosa è stato previsto nell’anno della Capitale della cultura per invertire una tendenza drammatica allo spopolamento di città e comprensorio? Alla fuga dei giovani in cerca di lavoro e futuro? Cosa lasceranno sul territorio gli spettacoli e le feste in programma? E’ previsto qualche corposo intervento per rianimare un’economia che a ben leggere i numeri si fonda in gran parte sui 16.000 studenti fuori sede e sulle migliaia di giovani finanzieri che studiano nella Caserma scuola di Coppito? E per la popolazione che invecchia inesorabilmente, in un contesto statistico dove si muore in tanti e si nasce in pochi; dove le liste d’attesa sanitarie sono sempre più lunghe e per quel riguarda i luoghi dove si formano i giovani del domani, si andrà verso il superamento delle lamiere? A livello regionale, oltre alla retorica di maniera, quale sarà nel prossimo futuro il peso specifico del Capoluogo di Regione? Sto risalendo, come i salmoni, la corrente dei problemi. Ma questa è la realtà che viviamo. Far festa è bellissimo e coinvolgente. Ma dopo la festa, il ritorno al quotidiano, queste tematiche presenta. Il blasone, da solo, non produce lavoro e futuro. E speriamo che non accada come nel vecchio adagio: “Passata la festa, gabbato lo santo”.

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