NON SOLO “PALAZZI”: L’EREDITÀ IDEALE DI ANTONIO PAPPONETTI TRA ETICA, GIOVANI E RADICI PELIGNE
Con la scomparsa di Antonio Papponetti, il calcio abruzzese e nazionale non perde soltanto un dirigente di lungo corso, ma una delle ultime “coscienze critiche” capaci di leggere il pallone oltre il business. Se i numeri raccontano di una carriera tra l’AIA, la LND Abruzzo e il vertice di Coverciano, è nel suo pensiero che risiede l’eredità più preziosa: una visione del calcio inteso come specchio fedele dei valori — e delle crisi — della società.
Il calcio come fatto culturale
Per Papponetti, il declino del calcio italiano non era un problema meramente tecnico, ma anzitutto culturale. Amava ripetere che il rettangolo verde non è un’isola felice: se la società civile smarrisce il senso dell’onestà e del merito, il calcio finisce inevitabilmente per rifletterne i vizi. Una convinzione maturata in decenni di incarichi federali, durante i quali aveva assistito al passaggio dal calcio della passione a quello degli algoritmi e dei grandi capitali esteri, di cui diffidava se privi di un progetto sportivo radicato.
La “missione” dei giovani: oltre gli obblighi di regolamento
Uno dei punti cardine del suo ideale sportivo riguardava il settore giovanile, di cui era stato presidente nazionale. Papponetti era un fiero sostenitore della qualità territoriale:
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Contro l’esterofilia: Criticava aspramente l’invasione di giovani stranieri nelle “Primavere”, convinto che i club di Serie A e B avessero il dovere morale di pescare nei polmoni del calcio dilettantistico, proprio come accadeva un tempo.
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Il merito contro i “fuoriquota”: Pur avendo guidato la Lega Dilettanti, guardava con scetticismo all’obbligo regolamentare dei giovani in campo (i cosiddetti “under”). Per lui, schierare un ragazzo doveva essere una scelta di coraggio e lungimiranza della società, non un imposizione burocratica che spesso finiva per bruciare talenti invece di valorizzarli.
L’orgoglio dell’Abruzzo e le radici di Pratola Peligna
Il suo “saper fare” diplomatico, che lo portò a dialogare con figure del calibro di Azeglio Vicini, Marcello Lippi e Roberto Baggio, non aveva mai offuscato le sue origini. Papponetti rivendicava con fierezza il peso politico che l’Abruzzo aveva saputo conquistare sotto la sua gestione: una regione che non si limitava a eseguire il “compitino”, ma dettava la linea a Roma.
Questo spirito battagliero e schietto affondava le radici a Pratola Peligna. Nonostante la vita e la carriera aquilana, il legame con la terra dei suoi avi era il suo baricentro: da lì derivava quel pragmatismo che lo portava a preferire la verità, anche se scomoda, alla diplomazia di facciata.
La passione dell’uomo di campo
L’ultima fase della sua vita sportiva, trascorsa anche alla guida dell’Amiternina, gli aveva confermato una grande verità: la bellezza del calcio risiede nel contatto con la gente. Se da dirigente federale il suo faro era stata l’equità, da presidente di club aveva riscoperto la sofferenza autentica della domenica, quella passione che — diceva — non si può comprare con nessun marketing.
L’Abruzzo sportivo si prepara a dargli l’ultimo saluto lunedì 19 gennaio alle 10.30 a San Pio X (L’Aquila), ma il suo monito resta attuale: per salvare il calcio, bisogna ripartire dalla cultura, dalla famiglia e dal rispetto per le proprie radici.



……ciao “Tonino” ogni tanto ci sentivamo….grande persona e straordinario uomo di sport…
per l’Abruzzo e l’Italia intera, una grave perdita…Autenticamente peligno….e portatore di valori veri e incrollabili , tra tutti l’Amicizia,il rispetto,l’onesta, il senso del dovere….R.i.p….Amico mio,mancherai a tutti….a noi ” peligni ” in particolare.