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L’AQUILA 2026: CAPITALE DELLA CULTURA O FEUDO DEL CAPOLUOGO?

Doveva essere la vittoria di un territorio, il riscatto dell’Appennino ferito, la “Città Multiverso” capace di far battere un unico cuore dalla Marsica all’Alto Sangro, passando per la Valle Peligna. Invece l’immagine di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026 somiglia sempre più a un banchetto per pochi intimi, dove le sedie per i sindaci e le comunità della provincia sembrano essere state rimosse all’ultimo momento.

Il dossier tradito

Il progetto presentato al Ministero aveva convinto tutti proprio per la sua promessa di orizzontalità. La cultura come collante sociale per curare le cicatrici dello spopolamento e dell’isolamento delle aree interne. Ma, nei fatti, la gestione delle risorse e della programmazione sembra seguire una logica opposta: quella di una “cittadella fortificata”. I fondi restano concentrati all’interno delle mura aquilane, i bandi tardano a coinvolgere le realtà associative dei piccoli comuni e la cabina di regia pare rispondere a logiche di stretta prossimità, più che di visione collettiva.

Una gestione “esclusiva”

Se la cultura appartiene a tutti, la sua gestione – in questo caso – sembra appartenere a un club ristretto. Il malumore che serpeggia tra gli amministratori locali non è una semplice questione di campanile, ma un grido d’allarme politico e sociale. C’è la sensazione che la provincia sia stata utilizzata come “decoro narrativo” per vincere la sfida ministeriale, per poi essere declassata a comparsa nel momento di gestire il potere e la visibilità.

L’iniziativa degli “Ambasciatori della Cultura”, di per sé lodevole, rischia di apparire come un’operazione di facciata se non è sostenuta da un reale coinvolgimento dei borghi, dove le storie e i saperi languono senza il sostegno necessario.

La cultura non è un monologo

“La cultura cresce solo se cresce ovunque”, dicono gli amministratori delle aree interne. Ed è qui che il progetto rischia il naufragio etico. Trasformare il 2026 in una passerella autoreferenziale per il solo capoluogo significa svuotare di senso la parola “Capitale”. Una capitale che non sa farsi guida, che non distribuisce ossigeno e risorse ai suoi polmoni – i piccoli comuni – finisce per soffocare sé stessa in un isolamento dorato.

Non è solo una questione di soldi, ma di metodo. La cultura rende vive le comunità se le rende partecipi, non se le mette in attesa dietro una transenna. L’Aquila ha l’occasione di essere la città di tutti gli abruzzesi; è un peccato imperdonabile decidere di essere solo la città di chi occupa le stanze dei bottoni.

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