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MUSICA FOR REVOLUTION

di Massimo Di Paolo

Beh, dopo i concerti di Capodanno al Teatro ‘La Fenice di Venezia e al Musikverein di Vienna, viene in mente la bella lettura di “Blueprint for Revolution” edito nel 2015 e scritto da Sedja Popovic. Un manuale per forme di rivoluzione non violenta. A guardarci bene quello che è avvenuto, in occasione dei due concerti, sa di resistenza civile non violenta; di dissenso dalle linee ideologiche e dalle consuetudini che esprimono un arroccamento culturale se non atavico, quasi. Musica rivoluzionaria si direbbe, per i messaggi simbolici e di sostanza che gli eventi hanno diffuso tra le platee presenti e in oltre 150 Paesi, nel mondo. I fatti hanno avuto più risalto degli spartiti suonati e i Maestri di orchestra, più masanielli che direttori. Due grandi. Alla Fenice, il Direttore d’orchestra Michele Mariotti, con tutti i musicisti e molto del pubblico presente, indossavano una spilla dorata, con disegnata una chiave di violino che terminava con un cuore.


I simboli servono a spiegare concetti
e idee senza usare le parole. Servono a costruire barricate robuste e a spiegare in modo chiaro anche a truppe di analfabeti. La spilla del Concerto di Capodanno, in uno dei Teatri più famosi al mondo, è stata l’emblema di una protesta civile contro la nomina “politica” e non legata ai meriti artistici, di Beatrice Venezi nel ruolo di direttrice musicale del Teatro. Un Concerto, una tradizione, una data simbolica: un’occasione per fare assumere un valore popolare alla guerra culturale in atto. Senza mancanza di riverenze c’era un sottofondo che distorceva le opere eseguite diceva più o meno cosi: Tanto l’aria s’adda cagnà.

Ancora più dirompenti i fatti, le scelte e le simbologie rappresentate in uno dei centri più importanti per la musica classica di Vienna, il Teatro Musikverein. Il Concerto di Capodanno 2026, si concludeva con il bacio del direttore d’orchestra, Yannick Nézet-Séguin al marito, il violoncellista Pierre Tourville niente popò di meno che durante la fatidica Marcia di Radetzky.

Una rivoluzione gentile quella che ha aperto il Nuovo anno al Musikverein di Vienna con i WienerPhilharmoniker che facevano da cornice alla rottura di una tradizione che non ha mai ammesso scarti a ogni forma di conservazionismo. In un tempo di cambiamenti identitari, dove la libertà vera è poter scegliere chi essere, Yannick, 50 anni canadese, a oggi uno dei più famosi e divergenti direttori d’orchestra, apertamente gay, ha proposto il futuro alla noblesse oblige viennese e del mondo, rappresentando sé stesso e scelte musicali nuove, tanto da suscitare emozioni e pianti in platea. C’era Strauss’ nelle esecuzioni, certamente, ma accompagnato da compositori fino a poco tempo prima marginalizzati. Josephine Weinlich; Florence Price, compositrice afroamericana proveniente da contesti degradati con discriminazioni razziali e di genere; Jjoseph Lanner; Carl Michael Ziehrer. Maestri non in voga tra gli spartiti che si sono alternati sul palco viennese negli anni. Radestzkypallido e solo; quasi una comparsa riparatrice per la rottura avvenuta della consueta liturgia. Il Musikverein Theater è rimasto; ma il messaggio è cambiato, per sempre.

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