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LA BEFANA DI GIANO BIFRONTE

ELPIS

Vien da lontano, per le vie nevose,

lascia giù, al cancello del giardino,

il somarello, e tra le sue calzette

una ne sceglie per ciascun bambino

e gliela porta: e sal dritta e sicura

per ogni stanza, sia pur chiusa e scura.

In ogni stanza di bambini buoni

entra pian piano, e il loro sonno spia:

e ai piedi del lettino lascia i suoi doni

questa è “La Befana” di Piero Calamandrei che ci indica la pratica di una profonda memoria-personale, familiare e politico-civile, indissolubilmente legata alla famiglia Calamandrei, da generazioni e forse anche alla nostra intima e personale rievocazione della tradizione esoterica legata alla magia della manifestazione del Cristo bambino. Questa è memoria che appare chiaramente dall’opera del padre costituente Piero, ricca di ricordi d’infanzia, diari di guerra e celebrazioni dello spirito della Resistenza, ma altrettanto chiaramente traspare dai diari del figlio comunista Franco e dall’impegno civile di sua moglie Maria Teresa Regard, partigiana anch’ella, che sacrificò la serenità dei suoi ultimi anni testimoniando nel processo a Priebke per farsi carico della memoria di tanti che non c’erano più.

Quest’attenzione alla memoria, finalizzata a ritrovarsi come passato, presente nel presente,tesa a rendere giustizia a chi ci ha preceduto, utile per essere coltivata con passione e malinconica ironia, prevede, però, dosi di disinganno, misure di conoscenza,  qb di capacità elaborazionale e, sempre, di parecchia capacità critica condita con equilibrato giudizio.

Memorie e testimonianze, come dinanzi a conchiglie fossili, vecchie di milioni di anni, incastonate nel terreno argilloso, friabile e precario delle balze franate: testimonianze senza tempo di vite passate, che, nel costante pericolo di crolli e smottamenti, invitano ad essere conservate e non solo osservate.

Impariamo da queste esperienze ad estrarre una memoria personale attualizzata che, solo se elaborata con piglio enormemente critico, sarà in grado di coinvolgerci, fino a darci la forma di attori, trasformandoci in processo autocritico. Per questo è necessaria notevole apertura alle voci altrui, al contributo di proposta di lettura della storia, specialmente quella contemporanea, ma con fiera determinazione chiarificatrice.

Tutto questo ha qualcosa a che fare con il nostro presente sulmonese.

Il 31 dicembre, tempo di festa per la maggior parte, è stata un’occasione di preoccupata malinconia per i manifestanti angosciati dal presente, preoccupati per il loro futuro, agitati dall’assenza di visione politica, turbati dall’immobilismo amministrativo ma, specialmente,dalla negligenza di pianificazione sulla crisi strutturale della valle peligna: un progressivo crepuscolo economico, con perdita di posti di lavoro e caratterizzato da una riduzione costante dei servizi essenziali. Un quadro fosco (mi verrebbe da dire losco!) che, nel corso degli anni, ha favorito la chiusura di numerose attività produttive e accelerato lo spopolamento del territorio, con ricadute evidenti sul tessuto sociale, economico e culturale dell’area.

Quasi vent’anni fa, ci fu un’agitazione con scioperi e manifestazioni per contrastare chiusure, delocalizzazioni industriali e il ridimensionamento dei servizi pubblici.

Vi fu un risultato: nacque un Protocollo d’Intesa per il rilancio della Valle Peligna, firmato dal Ministero dello Sviluppo Economico, che riconobbe l’area come “area di crisi industriale complessa”. Una vittoria di Pirro: nessuno degli amministratori –in proprio o per mandato- impugnò il potente strumento, anzi volontariamente, indegnamente, vergognosamente e vigliaccamente lo tennero nascosto, anzi serrato nell’antro di Malmozzetto, perché alla politichetta infedele verso elettori ed il popolo sulmonese, serviva, serve e servirà unacomunità schiava, bisognosa e disagiata.

Il disagio della popolazione si rianimò nel 2017, con la ripresa della protesta e riapparì in piazza una folla che denunciava la mancata attuazione di quell’accordo e l’assenza di interventi capaci di arrestare il declino socio-economico.

Oggi, io, invoco Giano Bifronte –Divum Clavigerperché finalmente in questo passaggio di anno sia vicino a quei sindaci da palco, perché si riapproprino della loro funzione e delle loro prerogative, ma soprattutto del ruolo costituzionale di essere i rappresentanti del popolo e non gli strumenti ora votanti ora di zavorra di Mangiafuoco.

Giano, dio degli inizi, materiali e immateriali! consiglia tutti questi eletti, incoraggia questi votati, promuovi questi scelti alla necessità di fare politiche propositive e proreattive per il territorio tra le quali aprire, bussare con forza e determinazione alle porte del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) ma soprattutto chiedere con forza, alle tre Parche peligne in Consiglio Regionale, di ripristinare il volano essenziale del nostro sviluppo territoriale con la riclassificazione di Sulmona come POLO DI ATTRAZIONE.

Dal Palco Oscenico, come preludio, come botto precoce ed effimero dell’incombente Capodanno sono tuonate le seguenti parole “Il Consiglio Regionale ha dato il via libera al finanziamento di un ambizioso progetto di rigenerazione socio-economica e culturale. Si tratta di uno studio di alto profilo che abbiamo deciso di affidare all’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara. Vogliamo che la rinascita della Valle Peligna sia guidata da competenze accademiche d’eccellenza, capaci di indicare percorsi concreti per la crescita e l’attrattività del nostro comprensorio”.

A questo oratore, Giano! devi stare molto vicino, devi assisterlo premonendolo che il tuo essere bifronte non è simbolo di doppiezza, ambiguità e mistificazione politica ma che le due figure –che ti rappresentano- una guarda indietro ed una in avanti, rappresentano passato e futuro nel loro modificarsi nel tempo. All’orecchio sussurra che se in più mandati di consigliere Regionale non ha compreso quale sia la genesi male della Valle Peligna, probabilmente è inadeguato, inadatto, inefficiente ed inefficace al ruolo, oppure è esso stesso il congegno maligno.

Giano! Sussurra a quell’orecchio che l’università non ha strumenti per decidere prospettive di sviluppo: a questo deve pensare la politica con l’ascolto degli imprenditori, delle banche, degli investitori, dei lavoratori, delle comunità e del territorio, trasmutato in leggi, programmazione e progetti.

Al nervosissimo, suscettibile ed irritato sindaco di Sulmonaignaro della storia sociale sulmonese consiglia Giano! di non esprimersi più dal palcocon la fascia a tracolla con l’espressione volgare “se si vuole rappresentare qualcuno ci si presenta e si viene eletti” rivolgendosi al pubblico astante: è una caduta di stile verso chi chiede verità e chiarezza.Un’arringa malriuscita.

Ricordagli, Giano! che ha preso molti meno voti della sua coalizione e che lui sta li per un gioco di potere e non per le sue qualità politiche, a tutt’oggi ancora nascoste se esistenti. Ricordagli, Giano! quando Maria Corina Machado, dopo che con potente coraggio e fermezza di concetti intervenendo nell’assemblea nazionale venezuelana, alzandosi in piedi in una platea avversa, fu ripresa da Hugo Chàvez con la seguente espressione “Io per primo le suggerisco di vincere le primarie. Giusto? Vincere le primarie è la prima cosa che deve fare perché è fuori classifica per discutere con me! Mi dispiace tanto, ma questa è la verità!lui è per la storia un discusso demagogo….lei è Premio Nobel per la Pace.

“ (…)

e ai piedi del lettino lascia i suoi doni….Befana, non lesinar carbone, se lo sono strameritato!

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