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DALLA VALLE PELIGNA A CARACAS: IL RISVEGLIO AMARO DI UNA TERRA DIVISA DALL’OCEANO

Mentre le prime luci dell’alba illuminavano le vette della Majella, in molti centri della Valle Peligna e dell’intero Abruzzo il sonno è stato interrotto dal suono insistente degli smartphone. Non erano sveglie, ma notifiche di messaggi e chiamate provenienti da 8.850 chilometri di distanza. Dall’altra parte dell’Atlantico, il Venezuela — quella “terra promessa” che per quasi un secolo è stata la seconda casa di migliaia di abruzzesi — stava vivendo la sua notte più lunga.

Per chi vive in Abruzzo con il cuore diviso a metà, le notizie delle esplosioni nell’area di Caracas hanno trasformato la preoccupazione in dolore fisico. Il contatto costante con i genitori e i parenti rimasti oltreoceano descrive un clima di terrore che, tuttavia, non è stato percepito come un fulmine a ciel sereno. Da settimane si respirava una tensione insostenibile, frutto di pressioni internazionali e di un isolamento economico che ha reso sempre più difficile la sopravvivenza quotidiana.

Il legame tra l’Abruzzo e il Venezuela non è solo affettivo, ma statistico e storico. Con oltre 30.000 corregionali di prima generazione e una discendenza che supera le 100.000 unità, il Venezuela rappresenta la quarta meta storica dell’emigrazione abruzzese. Città come Caracas, Maracaibo e Valencia sono state edificate anche grazie al sudore di chi è partito dal dopoguerra in poi, portando con sé speranze e competenze.

L’azione militare statunitense, culminata con l’arresto e la deportazione di Nicolás Maduro, ha messo fine al regime chavista sotto il fragore dei missili. Nelle città venezuelane, gli abruzzesi residenti hanno assistito al crollo del potere in diretta sui social network, unici canali rimasti aperti per urlare la fine di una dittatura de facto. Nonostante il regime avesse sospeso X, le finestre di WhatsApp e Instagram sono diventate i bollettini di guerra e speranza per chi, pur parlando ancora un italiano fluente, ha vissuto trenta o quarant’anni a una manciata di chilometri dal Mar delle Antille.

Oggi, tra le comunità italiane in Venezuela, alla gioia si accompagna un’estrema cautela. Le scene descritte dai nostri corregionali sono comuni a tutto il Paese:

  • Resse nei supermercati per assicurarsi beni di prima necessità.

  • Code interminabili ai distributori di carburante.

  • Un silenzio d’attesa che avvolge le strade, interrotto solo dal tam-tam delle notizie sui possibili sviluppi politici.

Mentre l’ordine costituzionale indicherebbe in Edmundo González Urrutia il successore legittimo per traghettare il Paese a nuove elezioni, resta l’ombra di un intervento internazionale guidato da Donald Trump che solleva dubbi di legittimità. Per molti abruzzesi della diaspora, il bivio è ora più netto che mai: tornare in una terra d’origine mai dimenticata o restare per ricostruire, finalmente liberi, la terra che li ha adottati.

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