CORRONO TEMPI STRANI
di Massimo Di Paolo
Per fortuna che non c’era Ricky Gervais a Sulmona, il 31 ultimo dell’anno. Chi è? Per conoscerlo andate su Netfix e seguite lo show teatrale dal titolo “Mortality”. Se ci fosse stato il numero uno, per comicità adulta e per la ferocia delle gag rappresentate, avrebbe certamente presentato il ‘politicamente corretto’ che tutti i nostri rappresentanti politici hanno messo in bella mostra nella giornata che chiudeva il vecchio anno.
Non vogliamo aprire il 2026 con un pezzo polemico o strumentale ma certamente si resta basiti quando si ascoltano certi discorsi soprattutto se calati in un contesto di rendicontazione come quello venutosi a creare durante la manifestazione per il lavoro di mercoledì trentuno dicembre ultimo scorso. Non è stata una bella chiusura di anno quella di Sulmona; né il clima di festa poteva esorcizzare la severa realtà della Valle Peligna. Chi vive di politica resta responsabile dell’uso che si fa del linguaggio pubblico soprattutto se retto da onestà intellettuale e dal possesso di contenuti certi. Così non è stato. Sulmona della politica ormai conosce tutto, le cose brutte e le cose pessime e non riesce più a dare fiducia. Ci sono fenomeni di comunità che fanno male due volte: la percezione della mancanza di una forte, seria e capace rappresentanza e l’indifferenza di chi la chiede. Il gioco del cerino acceso è quello che è stato rappresentato dalla politica sulmonese. Di fatto, nessuno vuole assumersi la responsabilità della disastrosa situazione economica e del lavoro, con annesso quadro regionale di riferimento. Viene in mente un festeggiamento venezuelano il “Giorno degli Innocenti” che si pratica come rituale propiziatorio alla fine dell’anno. Rituale appunto, a cui hanno aderito salendo sul palco, i vari rappresentanti politici locali; privi di proposte concrete ma pronti a dichiarare la propria estraneità ai fatti. Il Territorio nostrano non riesce a ridefinirsi attraverso un’azione concertata e si continua a navigare con il tutti contro tutti. È vero, come ci ricordavano i latini, che avere un avversario ci aiuta a definire la nostra azione e le nostre ragioni ma Sulmona ha un urgente bisogno di ridefinire un bene comune, un interesse collettivo da perseguire uniti e non in ordine sparso. Il rancore politico, ultimamente ancora più evidente, retto da un moralismo ideologico e da un torpore civico sempre più emergente, non sono la strada utile e necessaria. E non bastano i pannicelli caldi degli ‘studi universitari’ o di qualche obolo dato qua e là: servono altre tempre;condotte serie, impegno costante; uso dei social parsimonioso e utile per la comunità; tavoli partecipati;ascolto e coraggio per coinvolgere le cittadinanze -basti pensare ai silenzi sull’inceneritore nostrano– Queste le premesse non facili. La manifestazione indetta dai Sindacati è stata vissuta con indifferenza dalla gran parte della cittadinanza. Pienone non c’è stato, forse perché il senso della rappresentanza a Sulmona si è da lungo tempo svuotato o perché la ‘pedagogia istituzionale’ è definitivamente fallita a seguito delle numerose e ripetitive promesse negate. Certo è, che a Sulmona il 2026, si presenta con dei paradossi di partenza, e resta difficile enunciare buone notizie. I tempi sono strani: la Regione Abruzzo cita successi, sviluppo e crescita; i dati Istat pongono l’Abruzzo tra le retrovie senza intravedere in lontananza nessuna Zona Cesarini. Una sorta di riscrittura della realtà in cui prevalgono le dichiarazioni trionfalistiche ma molto meno le pianificazioni di intervento per le aree di crisi. Sulmona è al centro, convinta di vivere un annodifficile. Nel frattempo, aspettando il voto del 2027,nessuno deve e può agitarsi.




l’amara realtà